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Quando Ilaria scopriva la notizia a mente aperta


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Foggia – ERA il 20 Marzo 1994 quando il cuore del giornalismo smise di pulsare nel cuore della Somalia. Il più crudele dei giorni, l’ha definito titolandone un film un regista, e rappresentandolo attraverso il volto convincente e lo sguardo non conforme di Giovanna Mezzogiorno; quello in cui hanno ucciso la giornalista Ilaria Alpi e il suo cameraman Miran Hrovatin. Un giorno che ha fatto pulsare nella memoria e nel cuore le parole degli articoli di Ilaria, parole dedicate al tripudio di colori dell’Africa e delle donne, parole dedicate alla popolazione civile somala suo malgrado gettata in una guerra non voluta, parole vicine alla gente. Una vicinanza sottolineata anche dall’autrice del libro per ragazzi “LA ragazza che voleva raccontare l’inferno”, Gigliola Alvisi, invitata a presentare il suo libro da Ubik, ma anche nelle scuole. Una sfida? Come restituire l’immagine nitida di una giornalista che aveva studiato per fare il suo lavoro, diversamente da quanto accade oggi, e lo faceva bene – sottolinea l’autrice – rischiando, a costo di sé? Raccontando, raccontando, raccontando, sembra essere l’unica risposta. Niente lezioni morali, solo il dovere di raccontare ciò che è successo. Per vedere quell’aria sospesa e gli sguardi rapiti di quei giovani attenti ad ascoltare da quel racconto esempi.

“Perché di questa giornalista non si è persa la memoria – ricordiamo il premio Ilaria Alpi ideato da Francesco Cavalli e l’irriducibile operato dei genitori di Ilaria, Luciana e Giorgio Alpi, e Mariangela Gritta Grainer, curatrice della storia documentaristica di Ilaria Alpi, così come le giornaliste da lei ispirate al giornalismo d’inchiesta, quali la giornalista soprannominata dalla pelle dura, Milena Gabanelli – semplicemente i ragazzi non la conoscono e si censura ciò che è stato il suo operato e la condizione delle donne somale e della popolazione in quel periodo pensando che i ragazzi non possano capire, eppure è bastato proiettare un filmato e chiedere cosa ne pensassero a caldo, per capire quanto siano più accorti: hanno detto, è acqua e sapone, dice cose chiare e sta vicino alla gente”.

Perché stare vicino alla gente significa stare al fianco dell’immagine e non davanti alla telecamera, significa rifiutare pose come chi in quel periodo cominciava a stare davanti alla telecamera a tre quarti, fa sapere Gigliola Alvisi con accento vicentino. Come per portare ad una realizzazione definita delle immagini della storia umana oltre che professionale di Ilaria Alpi, l’autrice ha dovuto passare un periodo nella camera oscura della ricerca delle fonti. E nell’intervistare chi era con lei a svolgere giornalismo d’inchiesta, ma in Croazia come Giovanna Botteri, Gigliola Alvisi ha dedotto questo. Poche dichiarazioni: perché questo è il messaggio, il suo essere indipendente la portava a non avvicinare tanto i suoi colleghi e ad essere riservata – decisione anticonformista quella di Ilaria di risiedere nell’Hotel Al Sahafi, al centro della guerra, e non nell’albergo vicino all’ambasciata italiana e dove alloggiavano i giornalisti italiani, bisognosi di una maggiore protezione e scorta militare a seguito – e al tempo stesso a mantenere un’etica. Attraverso lo sguardo di una bambina somala, Jamila, personaggio inventato dall’autrice, abbiamo un doppio sguardo, due facce della stessa medaglia, sguardo giornalistico sguardo caldo di chi vede il pestaggio in diretta di una donna somala accusata dai suoi stessi connazionali, uomini inferociti, di essere una prostituta al servizio degli americani.

Ed è qui che si manifesta l’etica di Ilaria Alpi: copre il corpo della donna e decide di non invitare al pestaggio, ma solo la dichiarazione della donna, decide di non aggiungere altra violenza umiliando la dignità della donna, un’etica le impediva di approfittare delle debolezze altrui. Accanto alle dichiarazioni scottanti per l’Italia e che hanno aperto un’indagine sulla natura dei rapporti illeciti tra Italia e Somalia, c’è lo stare accanto alle donne e ai ragazzi assoldati per la guerra attraverso ala vicinanza alla figura di Starlin Harush, donna portatrice di soluzioni di pace che attraverso la sua organizzazione riuscirà a salvare ragazzi dalla guerra per fare imbracciar e non più armi, ma una rete da pesca per lavorare nei mari della Somalia. Non disdegna, l’autrice, di parlare ai ragazzi di cultura barbara destinata a molte donne africane, attraverso la pratica ancora in uso dell’infibulazione. Di ciò ha anche dato testimonianza l’operato di Ilaria Alpi. Fino ad arrivare alla scoperta dell’illecito connesso ad altri attuali illeciti e rapporti di connivenza tra stato italiano e illegalità. Nella notizia scottante Ilaria ci era inciampata, a suo dire, fedele ad un tipo di giornalismo anglosassone, di scoperta della notizia a mente aperta e non sulla base di tesi precostituite. Quella della costruzione della strada delle ferite, Garowe Bosaso, ferite chimiche inferte sulla pelle degli africani e dovute al sotterramento, al di sotto della strada, di rifiuti tossici italiani in cambio di armi per perpetuare le guerre civili in Somalia. Un traffico avvenuto su peschereggi ordinari sui quali da tempo stava indagando. Parte della storia degli atti di quei traffici marini sono stati misteriosamente spariti, appunti e video che farebbero luce sull’attuale situazione della “Terra dei fuochi” e sull’interesse del clan dei casalesi per questi rifiuti. Parte della storia è stata restituita dal coraggio di Luciana Alpi, madre leonessa di Ilaria, imputata di calunnia per aver detto all’avvocato Taormina, nella Commissione d’inchiesta: “ Bugiardo!”.

No, non ci sono solo sconfitte da tramandare ai ragazzi, non solo colpi di pistola e vite spezzate. Quella di Ilaria è la storia di una donna educata al coraggio, all’esempio. Non avrebbe potuto diversamente, Luciana Alpi, dire “Bugiardo”. Perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non erano in vacanza in Somalia. Perché non c’erano militari a circondare la zona d’ombra dell’omicidio com’è stato detto da Taormina. Perché occultare non può significare nascondere la verità per sempre.

(A cura di Maria Pina Panella – mariapina.panella@libero.it)

Quando Ilaria scopriva la notizia a mente aperta ultima modifica: 2014-05-08T11:17:28+00:00 da Maria Pina Panella



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