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I vincitori della sessione “estate 2023” e le parole della critica sulla selezione ufficiale

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
8 Luglio 2023
Cinema // Spettacoli //

MANFREDONA (FOGGIA) – Edizione ricca e variegata quella appena conclusa del Sipontum Arthouse International Film Festival con una insolita, per noi, prevalenza di opere italiane e una buona rappresentanza di lavori da tutti i continenti; ricordiamo al pubblico che le proiezioni dal vivo, presso La traccia nascosta sound recording studio, riprenderanno dopo l’estate e saranno ricche di sorprese e novità.

 

Intanto, ecco a voi la lista dei vincitori di questa edizione.

Di seguito raccogliamo le impressioni della critica sulla selezione ufficiale.

Where is Ida di Petra Zoepnek

Mi ha ricordato i mokumentary piu che i film sperimentali. Il diario di viaggio è un topos intramontabile e chiave di lettura di quest’opera molto curata sotto tanti aspetti.(Luigi Starace)

A sound of hope di Giovanni Pellegrino

Quasi un documentario un video di speranza e di denuncia. Le immagini semplici di vita rurale portano alle origini e le parole sottolineano l’orgoglio verso quasi viscerale per la prima terra. La bellezza delle tradizioni si fondono con la antica storia locale.(Maria Grazia Trotta – direttore artistico Premio traccia nascosta al miglior video musicale)

 

Il suono di speranza è tornare a rinascere dalla propria “bellezza”. La speranza di poter lasciare alle prossime generazioni un ricordo delle tradizioni e della cultura spesso sottovalutata e non presa in considerazione come volano di crescita. (Michele Sacco – Direttore di Produzione premio traccia nascosta al miglior video musicale)

 

Like a dog di Hamid Naseri Moghadam

Mettere in relazione gli spazi ampissimi a dialoghi intimi. L’apertura dei luoghi ad una chiusura di intenti. Mi è piaciuta molto l’interpretazione del protagonista, intensa e realistica senza sporcature.  Molto interessante l’utilizzo di simmetrie ricercate e non sottolineate in tantissime scene. (Anna Troiano)

 

Variante non occidentale dell’amore maledetto. L’animismo che impedisce l’unione è un tema che da noi può far sorridere, ma che in altre parti del mondo, dove antropologicamente il pensiero magico è ancora semplice (e non trasformato come da noi), costituisce una realtà. Lei crede realmente che parte del marito si sia trasferita nel cane.
Il mestiere del cinema il regista lo conosce ed ha anche un gusto ricercato per la fotografia. cosa che non guasta mai. (Luigi Starace)

Paper Planes di Enrico Miglino

Videoclip con musica chill ambient con una splendida fotografia e immagini aeree che valorizzano il paesaggio e sottolineano il momento. Le immagini fanno vivere il desiderio di ristabilire la felicità perduta che vive solo nel ricordo. Idea non troppo originale ma realizzata in modo piacevole. (Maria Grazia Trotta – Direttore Artistico premio La traccia nascosta)

 

#Soffione di Fabio Salerno e Dario Lucky

Un lavoro che arriva dritto all’obiettivo. Messaggio chiaro e diretto con l’utilizzo di linguaggi giovani, puliti, e veloci. (Anna Troiano)

 

E’ un lavoro che si fa voler bene lentamente, ma è capace di lanciare il messaggio che si è prefisso. In poche scene si riescono a delineare diverse variazioni sul tema del cyberbullismo che trasmettono l’essenziale della problematica. La miglior narrazione è quella del contesto rispetto alla descrizione del vissuto, ma sono considerazioni che vanno oltre l’attestazione di ottima comunicazione che fa il cortometraggio, senza cadere nei cliche’ del generi “scolastico” e “prevenzione”. E’ un lavoro da far vedere nelle scuole e negli ambiti di socializzazione giovanile. (Luigi Starace)

 

Fireflower di Chad Avalon

La poetica/poesia di un incontro (casuale?) e l’intesa che ha un movimento ben coreografato, un passo di danza, Chad Avalon ha la mano leggera e poetica di chi sa raccontare con le immagini, ma non è un il racconto di una storia, bensì di uno stato d’animo di una emozione; bravi gli interpreti e necessaria la scena iniziale (il litigio o rottura di un equilibrio precario che forse non c’è mai stato e conseguente ricerca di se stessi). (Vincenzo Totaro)

 

Roberto’s Dream di Lynn Bianchi

Viaggio onirico con suoni, musica e immagini in uno spazio senza tempo, come suggerito dal titolo, un sogno e come tale affascina. Un calderone di emozioni sentimenti, passioni e desideri che movimentano un immagine apparentemente statica.  Tecnica mista ed originale che mi ha catturato per quanto folle. (Maria Grazia Trotta – Direttore Artistico premio la traccia nascosta al miglior video musicale)

The last party di Matteo Damiani

 

 Il dispositivo narrativo è valido e bastevole a innescare una giornata particolare tra due sorelle che non si conoscono fino in fondo. le attrici brave e troppo navigate per sbagliare una posa. (Antonio Del Nobile)

 

Garbata commedia senile contraddistinta da una regia sobria e da un buon gusto generale rinforzato dalle musiche “piovanesche”. Anche il lavoro sulla sceneggiatura appare solido e senza sbavature;  la regia ha il tocco lieve che odora di poesia. Insomma un lavoro dove un po’ tutto gira per il verso giusto. (Vincenzo Totaro)

Bigoli Bang di Jérôme Walter Gueguen

Molto interessante l’idea, e anche ben riuscita per molti aspetti. (Anna Troiano)

 

 Probabilmente ispirato (o comunque imparentato) a un classico della narrativa fantascientifica anni 70 (fuga dal futuro di Clifford D. Simak), La parentela con il bel romanzo, però, finisce più o meno al plot. La storia di questi migranti temporali viene attualizzata alla temperatura corrente (meno solidarietà, più sbarre) e questi signori che non vengono da un altro luogo ma solo da un altro tempo, vengono segregati in un luogo che assomiglia anche troppo a un campo di concentramento. Qui inizia una trama che strizza l’occhio a Terminator (un ispettore venuto dal futuro cerca un viaggiatore in particolare, non spieghiamo troppo per non spoilerare la storia).


Film decisamente molto interessante, risulta un tentativo coraggioso, riuscito il larga parte,  di fare della fantascienza senza assolutamente nessun elemento tipicamente fantascientifico (alla maniera del Tarkovskij di Stalker). Realizzato con una buona perizia, tiene l’interesse dello spettatore fino alla fine, forse troppo originale per essere capito subito, ha bisogno di decantare negli occhi e nello spirito dello spettatore (Vincenzo Totaro)

Pierpaolo morto e risorto di Rocco Anelli

“Il funerale di nessuno e io ci ho preso parte”… è tutto in questa frase cosi intima e surreale.
La musica sempre presente ma mai invadente. Una gestualità „sacra“, in alcuni momenti troppo „ammiccante“. Interessante nella sua struttura narrativa… che ho trovato molto teatrale. (Anna Troiano)

 

Dal titolo pare esserci un riferimento a Pasolini, sviluppato probabilmente anche nel dissidio interiore del protagonista diviso tra corpo, anima e con un evidente presagio di morte legato ai suoi amori carnali, L’amore materno al di sopra di ogni cosa è un ultioriore legame con PPP. Nel film ho trovato anche citazioni felliniane, un po’ di Zeffirelli e forse Jodorowsky. C’è un certo talento in divenire. (Adriano Santoro)

 

Il film si distingue per l’abile utilizzo della luce mediterranea, la costruzione di inquadrature suggestive e la cura dei dettagli nella scelta cromatica. La fotografia risulta uno dei punti di forza della pellicola… (Antonio Universi)

 

 La cosa che più colpisce è la luce mediterranea che abbraccia le immagini pittoriche. Notevole e appagante per l’occhio lo sforzo scenografico e nei costumi. Ammiccanti le musiche che fanno il filo al Nino Rota di Amarcord. Tutte belle le facce di questo film. (Vincenzo Totaro)

 

The Mood Kings di Tony Murnahan

Interessante sia dal punti di vista musicale che nell’idea visiva di accompagnamento. Un buon concept. (Manuela Boccanera)

The Afterlife Photo di Tatsuaki Mizoi

Film raffinatissimo; all’interno di una storia sentimentale in tempo di guerra, si apprezza questa contrapposizione tonale tra l’eterea protagonista e il trio di comprimari caratteristi. Il risultato è un film delicato e decisamente ben diretto e interpretato, con la fotografia di una bellezza folgorante. Attenta e precisa la ricostruzione storica. (Vincenzo Totaro)

 

Profondo e a tratti divertente, mi ha tenuto attaccato allo schermo. Ottima la scelta del bianco e nero e degli attori. Bellissimi volti gli sposi e adeguati tutti gli altri protagonisti del film. Alcune inquadrature davvero molto poetiche e tempi del racconto dilatati nella giusta maniera.(Adriano Santoro)

Behind the loom di Heejoo Kim


L’idea di raccontare questa storia attraverso delle immagini in “mostra”, dei quadri che si animano, rende la narrazione come distaccata, “contenuta” ma appropriata. Il dietro la tela diventa un “davanti” la tela. Ciò che dovrebbe essere immobile e solo un ricordo, si anima. (Anna Troiano)

 

E’ un bel lavoro di narrazione artistica, non di cinematografia. Curatissimo, sia come flusso di narrazione sia come confezionamento del prodotto. (Luigi Starace)

Story for an Empty theatre di Alexandr Balagura e Cesare Bedogné

Bedogné ha una cifra stilistica piuttosto riconoscibile e affascinante. Questa sottende il lavoro realizzato a quattro mani con Balagura e tratto da un libro di “memorie” dello stesso Bedogné. Rispetto ad altri lavori suoi lavori precedenti, si avverte uno scarto su tempi più dilatati nel senso del racconto filmico. Come tutti i lavori precedenti che abbiamo avuto il piacere di vedere, fascino e poesia non mancano nemmeno in una inquadtatura. ( Vincenzo Totaro)

Tlaloc di Abinadi Meza

Una narrazione artistica che mi ha intrigato ma che funzionerebbe benissimo anche in supporto a performance dal vivo. (Anna Troiano)

 

E’ un lavoro naturalistico mascherato da sperimentale. L’idea visiva è intrigante: narrare “la/le corrosione/i” che sia della cellulosa del supporto analogico, o del flusso della memoria ancestrale della divinità cui fa riferimento il titolo, oppure dell’evento naturalistico sempre identico a se stesso e quindi ripetitivo. Corrosioni che possono tendere al caos ma non all’annientamento visivo , o annullamento della cultura naturalistica. Il lavoro sembra suggerire che non tutto ciò che esiste possa essere decifrato o decodificato secondo i parametri a noi noti. (Luigi Starace)

 

Ujan Story di Shahram Badakhshan Mehr

Un film che ha saputo raccontare i sentimenti, i luoghi, e il tempo.  (Anna Troiano)

 

Bello. Commovente. Intenso nella sua semplicità. A tratti struggente. Poesia della vita quotidiana di ogni latitudine. (Antonio Del Nobile)

 

Little Yellow Flower di Chien-Ping Lin

Quelle immagini cosi nitide e precise, danno l’impressione di entrare dentro tele pittoriche dove logni colore si mescola all’altro in un racconto chiaro.  La finestra chiusa, la ventola del soffitto e il guardare fuori mentre il ricordo parla di una stanza chiusa, racconta di un desiderio di cambiamento.  Il ruolo delle formiche…quel suono fastidioso e quello dello spray per liberarsene, altrettanto fastidioso e nocivo. La formica che copre, riempie, attacca, nasconde, continua a rigenerarsi…e ritorna.
Proprio quello che accade tra padre e figlio.
Un figlio che non vuole compiere sul padre ciò che ha subito lui…lottando contro la rabbia e l’istinto.
Un film che sa ben raccontare il „tempo“, le emozioni, le relazioni…il perdersi, per ritrovarsi. lo racconta con i suoni, la fotografia, gli attori, le emozioni. (Anna Troiano)

 

Il tempo passa e peggiora ogni cosa irrisolta. Come questo conflitto, descritto in maniera meravigliosamente cruda e poetica allo stesso tempo. Bravissimo il protagonista! (Adriano Santoro)

 

Ogni inquadratura è un inno di perfezione armonica nel formato 4/3. Attori superbi. (Antonio Universi)

 

Non una sola inquadratura fuori posto; scrittura limpida, regia che non ha bisogno di voli pindarici per affermarsi in tutta la sua forza (e consapevolezza).(Vincenzo Totaro)

1510 – sogno su carta impressa con video di Ilaria Pezone

Un film molto sensoriale, che in alcuni scene mi ha portato a volerlo “toccare” entrando nella storia con il tatto.
Il pianto del bambino diventa emotivamente correlato a ciò che materialmente avviene nei “quadri”, cos’ come l’intera storia. L’immagine finale, quella stanza, quel colore, quel vuoto…mi ha commosso e accompagnato per mano alla conclusione. (Anna Troiano)

 

Operazione molto interessante ed originale..quella di creare una sorta di film “collage” come la stessa regista definisce la sua opera sperimentale. I volti nonché le immagini sono costantemente distorte, evanescenti,leggere e fugaci ma non le sensazioni e gli stati d’animo ad esse collegate. Queste ultime hanno un peso enorme..quasi come fossero dei macigni in grado di tormentare, creare inquietudine, angoscia e malessere. (Manuela Boccanera)

 

Operazione interessante quella di appropriarsi del supporto filmico per scolpirci su una propria impronta creativa. unicizzando il girato o in questo caso il recuperato. Una cosa del genere la avevamo già vista con un autore americano, ma nel caso di Ilaria la stessa operazione di agire fisicamente sul supporto acquista un surplus drammatico ed espressivo centrando la narrazione sul ricordo infantile ossessivo e tormentoso ridando un qui e ora, un eterno presente al film. Tutto molto buono.  (Antonio Del Nobile)

 

Luminoso esempio di found footage film con un utilizzo eccellente del fuori formato. Le sensazioni che scaturiscono dalla visione sono molteplici: l’immagine diventa sogno, ricordo, distorto dal tempo, dalla vita, (dai sensi di colpa?). Uno dei padri spirituali del nostro festival, lo abbiamo dichiarato più volte, è Jonas Mekas (spero che dall’altro mondo non ci maledica per questa appropriazione indebita) e il suo cinema espanso, per pochi e militante (sotto tutti i punti di vista). Il film (tutti i film) di Ilaria Pezone sono quelli che più ci avvicinano al “mito” del New American Cinema Group… (Vincenzo Totaro)

 

La casa della stella di Ilaria Pezone

Opera palindroma. Si può leggere cioè come un documento su Petruska e suo padre ma anche su Ilaria (la Pezone, autrice del documento). Io l’ho letto così. Petruska/stella/ artista come Ilaria /stella/filmaker . La Pezone attraverso e oltre il personaggio di Petruska, sembra qui interessarsi del motivo per cui fa i film, del suo percorso di cineasta. Sembra altresì indirettamente suggerire che il cineasta (regista o documentarista che sia) nel proprio lavoro cerchi sé o cerchi di scoprirlo strada facendo. Ogni tanto questa ricerca parallela prende corpo in quella finta fallacia tecnica che è il riprendersi nello specchio con la telecamera in mano. Quasi come una Medusa che guarda sé stessa nell’unico modo in cui può farlo per evitare di pietrificarsi… Le riflessioni di Ilaria che scandiscono il film sono di una sincerità bella. Un vortice lento che ti coinvolge inesorabilmente. Le soluzioni sonore sono assolutamente eccezionali pur paludate sotto un aspetto ordinario e fintamente trasandato. (Antonio Del Nobile)

 

Un documentario disordinato e dall’anima duplice: un racconto su Maruska ma che la regista in crisi fa anche su se stessa (tanto è vero che scorgiamo spesso la sua ombra o il suo riflesso nello specchio secondo una dinamica che non nasconde la presenza del documentarista ma la palesa ad ogni occasione). Un documentario, dicevamo, disordinato nella forma e nello spirito (ma solo in apparenza), capace di lampi di assoluta poesia e di uno sguardo che va in profondità nel quotidiano. La Pezone è felicemente avulsa dalla necessità di mettere in una forma corretta il flusso di immagini che si presenta all’occhio della cinepresa. La sua “mancanza” di uno stile è essa stessa indice di uno stile e di una personalità autoriale forte e capace di raccontare con trasporto e senza troppi paletti o riferimenti al “come si conviene”. La regista è così brava (ma sarebbe meglio dire consapevole) che può permettersi immagine sghembe e audio sporco senza farsi condizionare…. Forse è agli autori come lei che Herzog si riferisce quando dice che “chi è capace di fare cinema, riesce a farlo anche con una caffettiera”. Ha ragione, questo film ne è un esempio. Ps. Altro elemento di grande merito è il montaggio, capace di armonizzare le sequenze per così dire spigolose attraverso una precisione nei tempi dei tagli che arrivano né troppo tardi né troppo presto. L’effetto complessivo che fa su uno come me (che pretende di essere anche un regista e documentarista) è liberatorio. (Vincenzo Totaro)

 

Solo chi ha le tasche vuote può cantare in faccia al ladro di Ilaria Pezone

Notevole! La scelta e l’utilizzo dello spazio narrativo l’ho trovata sublime, così come la scelta e l’utilizzo di ogni singolo oggetto utilizzato dall’attore.
Accompagnano il racconto sia verbale sia non verbale del protagonista, con una modalità fresca, interessante, leggera, accattivante e mai scontata, dando al “dialogo” con l’interlocutore fantasma dei tratti molto intimi.
Il protagonista ha saputo raccontare il suo personaggio e quello di Anton Germano Rossi con una leggerezza surreale molto credibile che ha saputo dare colore e sfumature interessanti all’intero lavoro. (Anna Troiano)

Horizon di Daniele De Muro


Film che lascia parlare le immagini, godibile sopratutto per il buon mix tra attori credibili e location suggestive, il tutto condito da montaggio e sequenze dinamiche. Il suono è il collante di tutti i frame, ben realizzati i rumori e gli effetti, (Giuseppe De Salvia)

 

Film distopico (tra Interceptor e Waterworld) ha i suoi punti di forza nelle sequenze e nel montaggio dal sapore Malickiano che rendono la trama sul futuro post apocalittico, classica nel suo genere,  sotto un registro più intimo e misurato rispetto agli epigoni (e forse riferimenti) americani. Il montaggio segue questo stesso schema, giustamente. Il risultato finale è apprezzabile in tutte le sue parti. Daniele De Muro mostra capacità tecniche e nella direzione degli attori (specie nel lavoro fatto con la piccola e credibile protagonista). Alcune sequenze non sono lontane dall’algida bellezza di Villeneuve.  Sono curioso (e fiducioso) per i prossimi lavori del regista. (Vincenzo Totaro)

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