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Foggia. Infermieri Italiani in fuga? “Colpa della politica e dei sindacati”

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
8 Settembre 2023
Foggia // Lavoro //

Foggia – Tagli alla sanità, aumento del caro vita, diminuzione del potere di acquisto delle famiglie.

Ed ora ci si accorge dell’esodo degli infermieri fuori non solo dalle regioni del Sud, martoriate dallo smantellamento dei servizi assistenziali (e dei diritti a fruirne, che avrebbero dovuto essere sacrosanti), ma anche da quelle del Nord, dall’Emilia Romagna, Veneto, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia. Dati che cominciano a essere impressionanti. Perfino dalla cosiddetta “locomotiva” della Lombardia emigrano in Canton Ticino, in cerca di un reddito migliore tamponato in parte dalla mozione bipartisan (indennità di confine).

Ma realmente si crede che la professione infermieristica possa reggere ancora in Italia per altri vent’anni? Realmente si crede che l’assistenza sanitaria potrà essere sostenuta in maniera costante e con equo salario in rapporto al caro vita?

Meglio studiare di più e diventare medico. Può essere una soluzione che aumenterebbe ancora di più la crisi infermieristica nei nosocomi di tutta Italia.

Le statistiche parlano chiaro. Un giovane universitario preferisce studiare 6 anni e diventare medico, con uno stipendio accettabile, anziché intraprendere i 3 anni di carriera universitaria in scienze infermieristiche ed accontentarsi tra i 1.600,00 – 1.800,00 € al mese. Soldi che un medico prenderebbe già durante la specializzazione medica.

Facciamo chiarezza.

A parità di lavoro un medico stipula un contratto di lavoro che ogni 5 anni incrementa con scatto di anzianità pari a 500,00€, con un salario minimo mensile che da 2.700,00€ netti passerebbe a 3.200,00€ netti, fino ad aumentare  nel corso degli anni a circa 4.000,00 € netti al mese. E invece non si capisce perché (ma lo si deduce) quando bisogna aumentare gli stipendi agli infermieri bisogna tenere conto del budget aziendale, dei fondi in percentuale e delle pagelline valutative imposte dal caro ex ministro Brunetta.

Si è sbagliato tutto.

I sindacati sono artefici di questa dismisura sia nelle contrattazioni sia nelle mancate concertazioni integrative compresi i miseri aumenti di stipendi (PEO) non affini con gli stipendi della UE da oltre 30 anni. Ora si coprono dietro il danno del caro contratto di locazione al Nord (che c’è sempre stato).

Non c’è stata una intesa rassicurante tra Governo, Regione e Sindacati nel contrastare il fenomeno dell’esodo infermieristico.

L’Italia si spacca anche nel lavoro“una volta c’era il Nord”, la voce di un infermiere che scappa . “Così non c’è futuro né di risparmio né di famiglia”. “Viviamo già in un contesto di separati, come se ci fossero due paesi diversi che fingono di esserne uno solo. Ora ci si aggrava col caro vita, affitti alle stelle e salari che non danno speranza ad un futuro giovanile. Avere dei figli oggi diventa un debito se non gli si può assicurare una stabilità economica.”

Secondo molti è, a questo punto, “meglio ritornare al Sud od emigrare dove il costo della vita è più sostenibile“. Il ceto medio è quello più colpito. “Paghiamo solo tasse eccessi e rincari da uno stipendio che serve solo per sopravvivere”.

Il Collettivo Infermieri Autonomo porta a conoscenza quello che si è dimenticato, solo per ricordare.

Bisogna ritornare a fare un passo nel passato. In tutti questi anni la Politica ha tagliato fondi alla sanità ed oltre alle due euro commemorative dell’Europa che ricordava gli infermieri come eroi nell’era Covid, tra martiri e post convalescenze, quello che ci rimane è solo rabbia.

Se pensiamo che gran parte della forza lavoro infermieristica è partita dal Sud per lavorare al Nord, lasciando famiglia, affetti e rimboccandosi le maniche per portare a casa il pane; se pensiamo inoltre che di quella forza lavoro adesso sono in tanti che, se impossibilitati a tornare al Sud, preferiscono piuttosto trasferirsi all’estero, invece di vivere da sottopagati in contesti sempre più alienanti, resi insopportabili anche dal caro-vita, allora ci chiediamo: forse è stata la Politica del Grande Nord, quella che decide tutto e per tutti in questo traballante Paese, a sbagliare tutto?

Sì, perché se ancora si è qui, dopo oltre 160 anni, a parlare di Questione Meridionale, allora dobbiamo renderci conto che c’è chi continua a voler dividere de facto l’Italia invece di unirla. Perché lo “scudo” dei sindacati che avrebbero dovuto sollevare il problema è stato lo stesso che il problema lo ha aggravato ancora di più.

Perché quando si parla di fare uno sciopero consistente che paralizzerebbe tutta la sanità italiana in un solo giorno, allora la Politica incomincia a discutere e a far finta di trattare, a calmare gli animi, a promettere, e i sindacati con la coda tra le gambe mantengono i giochi di “potere”. Insomma il richiamo dei sindacati alla corrente politica di appartenenza.

In questi ultimi decenni non è stato indetto uno sciopero consistente (e che potesse fare i numeri coerenti con l’enormità dei problemi e delle rivendicazioni da sollevare che, come si è visto, non sono soltanto meramente di natura retributiva) da tutte le organizzazioni sindacali sulla crisi infermieristica che si stava affrontando.

Solo poco baccano e qualche articolo ma nessuno che è sceso con cartello in mano in piazza (dei circa 400 mila infermieri iscritti all’albo in tutta Italia).

Perché la crisi c’è ed è economica. Perché impiegare il 2 % del PIL (che sanerebbe tante delle problematiche non solo infermieristiche ma di tutta la sanità) in spese belliche, diventa una politica europea discutibile ma considerata indiscutibile da tutti i paesi membri europei compresa l’Italia.

Perché ripiegare sul caro benzina (2,00€ a litro) per risanare il debito pubblico  e addomesticare gli sperperi politici diventa obbligatorio. Perché, come si sa, le accise contribuirebbero in parte a risanare il bilancio complessivo pubblico di parte di sanità.

Chiedetevi cari sindacati rappresentativi CGIL, CISL e UIL  dove si è sbagliato. Perché lo stipendio di un infermiere è rimasto invariato per oltre 30 anni. Prendere uno stipendio di 1.500,00 – 1.600,00 € al mese in ambulatorio e 1.800,00 – 1.900,00 € al mese come turnista non bastano più.

E chiedetevi perché in questi 30 anni non si è partiti da un contratto simile a quello medico, con aumento di scatti di anzianità sicuri da contratto ed inviolati nel corso degli anni e non fermi o rallentati, lasciando un salario al di sotto della media europea da oltre 50 anni.

Uno stipendio infermieristico adeguato dovrebbe partire da 2.200€ netti al mese. Tenendo conto che le spese complessive (tra carburante, affitto di casa o posto letto, spese di acqua luce e gas, condominio) ammonterebbero in media a circa 1.200,00€ al mese al Nord contro una media al Sud di circa 700,00 € per chi è fuori sede.

Il Collettivo Infermieri Autonomo ribadisce che non bisogna sottovalutare l’esodo infermieristico. Indice di un malessere grave, importante, dalle conseguenze molto più che potenzialmente nefaste per il sistema del welfare del nostro Paese. La Sanità Pubblica va incentivata e non distrutta. Ritornare indietro nel passato e in ciò che è avvenuto tra il 2019-2022, alle emergenze affrontate, ai riconoscimenti svaniti, ci farebbe riflettere bene sui temi della salute in Italia con una popolazione vecchia e con crescita zero (calo demografico). Comprendere tutto ciò è il miglior investimento per incentivare l’assistenza infermieristica, da commisurare con risorse per alloggi gratuiti, buoni pasto gratuiti (e per chi non ne usufruisce rimborsabili), stabilizzazioni lavorative, turnover, concorsi, riconoscimento del lavoro usurante con riduzione degli anni di pensionamento, aumenti stipendiali con contratti di lavoro integrativi attraverso incentivi regionali, risorse di carriera con maggiorazioni stipendiali, borse di studio per tutti i tirocinanti infermieri, proposte di assunzione post laurea per infermieri neo laureati: tutte queste mirate condizioni non bloccherebbero l’esodo infermieristico ma lo ridurrebbero e spronerebbero i  giovani nel scegliere con sicurezza e senza dubbi il corso universitario  finalizzato alla professione infermieristica. E sarebbe un passo decisivo anche per aprire una riflessione a 360° sui divari nei servizi e nell’assistenza sanitaria tra Nord e Sud del Paese: divari di servizi che sono, soprattutto, divari di diritti. Divari cui è ora, da Sud, di dire, una buona  e definitiva volta: BASTA! 

C.I/..AA..

Collettivo Infermieri Autonomo – Ospedali Riuniti – Foggia

2 commenti su "Foggia. Infermieri Italiani in fuga? “Colpa della politica e dei sindacati”"

  1. Un ottima disamina. È chiaro che lo strumento dello sciopero collettivo potrebbe smuovere le acque e dare un forte segnale.

  2. Le giuste domande poste dal Collettivo Infermieri Autonomo di Foggia sulla inadeguatezza della retribuzione e sulla professione degli infermieri sono valide anche per i medici. Dire: “Meglio studiare di più e diventare medici” è però fuorviante. Sembrerebbe che con qualche piccolo sforzo e annetto in più di studi si possa diventare medici specialisti. Su questo il C.I.A. mente sapendo di mentire. Fare il medico e fare l’infermiere non sono la stessa cosa. Le responsabilità di un medico non sono affatto paragonabili a quelle di un medico. Un medico, se tutto va alla perfezione, deve studiare non 3 ma 11 anni (6 di corso di laurea e 5 di specializzazione). Inoltre l’impegno, i sacrifici, le spese, le difficoltà negli studi, nonché il “consumo” della propria giovinezza sui libri non sono, anche qui, comparabili a quelli degli infermieri. È utile ricordare che gli esami sostenuti ad infermieristica non sono, infatti, neanche convalidati nella facoltà di medicina!
    Per quanto riguarda lo stipendio di un medico, è vero un giovane medico percepisce uno stipendio netto di 2700,00 euro, ma è quasi la metà dello stipendio di un Collega che lavora in molti Paesi dell’Unione europea. È vero altresì che è previsto uno scatto quinquennale dello stipendio di 500,00 euro lordi che al netto delle imposte e contributi sociali si dimezza. Quindi dopo 5 anni lo stipendio di un medico non è di 3.200,00 euro ma poco più di 2.900,00 euro. Le facoltà di medicina e le scuole di specializzazione formano un numero di medici più che sufficiente rispetto al fabbisogno nazionale (contrariamente alle menzogne che si sentono e leggono sui media mainstream). E allora come mai non si trovano medici? La domanda ovviamente è retorica.
    L’esodo e la sofferenza, quindi, non riguardano solo gli infermieri ma anche i medici. Caro C.I.A. la vostra controparte non è rappresentata dai medici ma dai sindacati e, soprattutto, dai politici le cui scelte sciagurate degli ultimi 20 anni (non solo finanziarie e di bilancio) hanno devastato e distrutto il SSN pubblico a tutto vantaggio della sanità privata.

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