Teatro

Il presepio tra Halloween, barbarie e riedizioni locali


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Presepe vivente di Rignano Garganico, immagine tratta dal sito ufficiale della manifestazione

Manfredonia – COME il pranzo di Pasqua a base d’agnello, davvero introvabile nel passato prossimo sulle tavole d’oltrepò, così, fare il presepe a Natale, invece del nordico albero, voleva dire essere napoletano, ovvero terrone, e la più delicata ironia era l’assimilazione al Natale in casa Cupiello. Adesso, presi dall’ansia di ostentare la propria appartenenza culturale e religiosa, l’italianità della Grotta col Bambino Gesù, Re Magi e pastorelli, è finalmente riconosciuta in tutta la penisola, uno strumento a difesa della nostre tradizioni (Bossi docet). Nessuno, però, tra i ravvedutisi paladini d’oggi del presepio, ha mai contrastato, con siffatta fermezza, la sgraziata tradizione dell’Halloween, un pericoloso folclore carnascialesco d’Ognissanti, che nulla ha del patrimonio popolare dalle Alpi alla Sicilia; pericolosa poiché queste manifestazioni ispirano atti vandalici in bande grottescamente travisate e non, nella migliore emulazione esterofila dell’horror, sapida d’incappucciati KKK. Per inciso, forse non tutti sanno che il famigerato Ku Klux Klan, sorto nel 1866 in America e sciolto per legge nel 1869,  fu rifondato nel 1915 e questa volta animato di violenza razzista contro gli immigrati italiani cattolici, gli ebrei, prima di ripiegare  a danno degli afroamericani. Un individuo convinto della propria formazione, della propria fede, tuttavia, non ha affatto timore della convivenza con altre culture e consuetudini, non si fa plagiare; è l’insicurezza, il sentimento d’inferiorità, che lo riduce a scagliarsi contro ogni diverso, rinnegandone le ragioni, inconsciamente considerate più coerenti, e ciò lo turba oltremaniera, infondendogli complessi, sindromi  e fobie, simile ad una tragica vita di coppia, ad un conflittuale rapporto tra fratelli o colleghi. Una lezione dovrebbe ancora giungerci dalle genti centro-meridionali, le quali, nonostante l’integrazione e la convivenza millenaria con altri popoli, dagli arabi della Sicilia e in Puglia (Lucera la saracena, l’Emirato di Bari con la grande moschea-cattedrale), i longobardi (Ducato di Benevento), i franco-normanni, agli scomunicati svevi, e poi le antiche comunità ancora vegeti quali albanesi in Calabria e greci in Puglia, nonostante le varie liturgie bizantine (Pulsano sul Gargano), le stragi di meridionali subite dai cattolicissimi unionisti risorgimentali, non hanno mai tradito la loro essenza e, oltre agli intramontabili riti popolari della settimana santa, altrove scomparsi, il presepio resta il più radicato e inalienabile nelle loro manifestazioni, nelle case e nelle strade, senza ricorrere a patrocinatori istituzionali; rappresentativi, tra i tantissimi, i presepi viventi umbro-toscani, quelli napoletani in ceramica e salentini in cartapesta, di rara fattezza e noti in tutto il mondo. Le riedizioni della Mostra dei presepi a Manfredonia, il già usuale Presepio vivente negli ipogei sipontini, sono tra le ultime di una conferma ove ce ne fosse ancora bisogno. Non così nelle contrade di strombazzanti federalisti e di separatisti della prima o ultima ora. Qui la verità è che, tra giochi celtici, ampolle fluviali pseudo-mistiche, sporche offese al tricolore, mutismo durante l’inno nazionale, contestazioni alle parole del pontefice, di riflesso quindi alle sue indicazioni, il diversificarsi insomma dalle accomunanti tradizioni italiche, e altro ancora,  si vuole snaturare, in nome di non si sa quale identità e conservatorismo, ogni  ereditata tropologia di ricorrenza nazionale civile e religiosa, scalzando le tradizioni dei padri, nostri e loro, nate finanche dal  sangue che hanno versato. La collettività, da sempre, fondamentalmente sa quello che vuole del suo passato e del futuro, di là dell’entusiasmo improvvisato verso egoistiche tattiche di parte politica – vedi la difesa a oltranza dei crocifissi nelle aule scolastiche – storicamente effimere come la vita terrena degli uomini che le avevano promosse. L’umanità, pertanto, con le sue migliori società, continuerà a rifondarsi grazie ad un’incessante e  inevitabile integrazione religiosa e culturale; la sua vera essenza, forse la sua anima divina, che avevamo disperso colpa d’egoistici nazionalismi. La difesa estemporanea del presepio e del crocefisso nelle aule pubbliche, da parte politica padana, appare allora quale ipocrisia, la preordinata maschera religiosa che aizza all’intolleranza, peggio al razzismo, verso le culturaltre.

Il presepio tra Halloween, barbarie e riedizioni locali ultima modifica: 2009-12-08T11:52:46+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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