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SCARAMUCCE La sinistra italiana e il salario minimo

Negli ultimi giorni si sono consumate a Montecitorio le ultime scaramucce

AUTORE:
Lorenzo D'Apolito
PUBBLICATO IL:
8 Dicembre 2023
Manfredonia // Politica //

Negli ultimi giorni si sono consumate a Montecitorio le ultime scaramucce sul salario minimo garantito, culminate con il gesto plateale dell’onorevole Conte il quale, al termine del suo intervento, ha strappato il provvedimento così come riscritto dal Governo. Per la verità, l’evento non ha suscitato eccessivo clamore, né fra i mezzi di informazione, né tantomeno nell’opinione pubblica e per svariate ragioni.

Se poi si scopre che questo è il tema principale, forse unico, scelto dalle opposizioni, per contrastare il governo e “questa destra”, fa ancora più specie. In realtà, che l’argomento sventolato con forza per oltre un anno, non abbia destato interesse alcuno, lo si sarebbe potuto già da tempo desumere dai sondaggi.

La attuale maggioranza, infatti, nonostante le gravissime emergenze da affrontare e nonostante le numerose gaffes, tipo quella del ministro Crosetto o altrettanto numerose figure barbine, come quella del ministro Lollobrigida a proposito delle fermate ferroviarie introdotte con disinvoltura, cioè dei vari e pittoreschi elementi che la compongono, non ne risulta per nulla scalfita.

Esiste cioè, una ragione di fondo che impedisce al tema stesso del salario minimo, di scaldare i cuori del paese nella sua interezza, ma persino della sinistra con il PD in testa, di cui non ancora quest’ultimo si è reso conto o magari finge, perché non riesce a trovarne un altro su cui insistere, oltre a quello piuttosto sgonfio del cosiddetto patriarcato.

Ora, a parte la facile obiezione che esso stesso rifiutò, al governo con i Cinque stelle e poi con Draghi, di introdurlo nella passata legislatura dietro la richiesta specifica dei cespugli dell’estrema sinistra, fissare un salario minimo a 9 euro lorde orarie, in sostanza, significherebbe accontentare solo 3 milioni di lavoratori su 16. Non sono pochi, ma non sono neanche sufficienti.

Naturalmente non è dignitoso che in Italia vi siano così tanti lavoratori che guadagnino meno di quella cifra, e sarebbe anche ragionevole pretendere dai 13 milioni restanti, che si schierassero in favore dei loro colleghi meno fortunati, ma la domanda che essi stessi devono porsi, persino assieme a tutti i pensionati italiani, magari anche iscritti alla CGIL è: chi paga? Essa non è peregrina perché li tocca nel loro affetto più caro, come quello di chiunque, cioè il portafoglio.

Chi ha sborsato per tutte le finanziarie della intera storia repubblicana?

Chi ha generosamente elargito solo in ultimo, il reddito di cittadinanza e il bonus facciate? Non certo Confindustria e gli imprenditori. Anzi loro ci hanno ben guadagnato. Persino il crimine organizzato ha festeggiato per la cifra complessiva di circa 5 miliardi di euro, più o meno mezzo ponte di Messina e a proposito di coloro i quali si indignavano contro chi sosteneva che nonostante la criminalità organizzata bisognassecomunque insistere con le opere pubbliche. Dunque, è evidente che questa volta sono proprio gli stessi lavoratori o anche gli elettori di centrosinistra a non aver colto l’occasione per punire il Governo e la sua maggioranza, perché quando gli è stato detto che il bonus facciate servisse a tutelare l’ambiente o che il reddito di cittadinanza avrebbe aiutato l’occupazione, ci hanno creduto per davvero, e sono solo loro che ne hanno corrisposto l’amaro prezzo, attraverso tasse e inflazione.

Ma ora però non ci credono più. Lo sanno tutti che in Italia le tasse le pagano solo i lavoratori dipendenti.

Dopodiché fissare per legge un reddito minimo garantito è come stabilire per legge che gli italiani devono essere alti almeno un metro e ottanta. Si può anche provare, tant’è che in Europa esiste un po’ ovunque, ma bisogna averne chiari le strategie e gli obiettivi. Innanzitutto, se in Italia la stragrande maggioranza dei veri lavoratori poveri sono proprio quelli che lavorano in nero, che senso ha stabilire un tetto minimo di reddito? Pur fissandolo a 50 euro lorde l’ora, al datore di lavoro in nero non importerà affatto e continuerà imperterrito secondo le sue solite condotte illecite. Che poi in Italia persino i redditi medi siano vergognosamente bassi e che le aziende italiane in questi ultimi anni di crisi ci abbiano guadagnato troppo è pur verissimo, ma non per tutti.

Non tutti i lavoratori sono sfruttati e soprattutto non tutte le aziende navigano nell’oro. Se a quest’ultime si impone di versare un reddito che non gli consentisse la sopravvivenza economica, non farebbero altro che licenziare e non sarebbero certo loro a rimetterci.

Per questo esistono i sindacati e la contrattazione collettiva, in quanto conoscono alla perfezione e nel dettaglio le possibilità di ciascuna delle aziende di cui fanno parte e possono ottenere il giusto in favore dei loro iscritti, senza che questo si tramuti in crisi aziendali e licenziamenti.

SINDACATI, PROTESTE A FOGGIA, 2016

Che poi i sindacati italiani, per loro natura, siano in forte crisi è un altro problema, che peraltro andrebbe anche risolto, ma non cambia la questione di fondo. Sono questi ultimi a doversi occupare di salari, piuttosto che delle crisi internazionali o delle condizioni di vita dei palestinesi a Gaza, e non può sopperirvi lo stato, che in pratica si muoverebbe come un elefante in cristalleria. Per altro verso, la ragione indiscussa della esiguità dei salari italiani è nota da tempo immemore, ed è legata alla scarsa produttività dell’intero sistema economico nel suo complesso.

Cominciando dall’inefficienza della P.A. e della giustizia, continuando con la scarsezza delle infrastrutture, vale a dire delle vie di comunicazione, o con il nanismo delle imprese. Quest’ultimo tema è oltremodo sottovalutato. Un sistema economico sano conosce il giusto equilibrio fra aziende piccole, medie e grandi, poiché meglio è in grado di adattarsi alle diverse sfide di competitività. In Italia esistono un mare di imprese piccole e piccolissime, pochissime imprese medie e qualche decina di grandi imprese che peraltro sono anche in maggioranza pubbliche. Normalmente esiste una naturale evoluzione delle imprese, che da piccole si trasformano in medie e poi grandi, ma in Italia essa si ferma sulla soglia dai 15 dipendenti, poiché superarla non conviene assolutamente.

Cioè significa per l’imprenditore una enormità di burocrazia e tasse in più, con l’aggiunta delle tutele dello statuto dei lavoratori in favore dei suoi dipendenti, in tema di diritti sindacali e licenziabilità. Di questi lo Stato e il Parlamento dovrebbero e potrebbero occuparsi e peraltro sono anche oggetto delle riforme necessaire per beneficiare dei fondi del PNRR, perché non ci si deve assolutamente illudere, una piccola impresa non sarà mai in grado di retribuire i sui lavoratori quanto una grande, anche nei termini dei benefici complessivi economici e non economici. Su questo tutti i media tacciono, ma anche con riferimento alla strage continua di lavoratori salvo casi eccezionali.

Per settimane e forse per mesi l’informazione si è occupata del fenomeno del femminicidio e del patriarcato, i quali conterebbero circa 150 vittime l’anno, ma dimentica spesso le morti sul lavoro che è cinque volte superiore. D’altro canto, si potrebbe persino guardare molto avanti, oltre i problemi impellenti quali la sicurezza, la legalità ed il lavoro nero, e provare a ragionare in termini di riduzione dell’orario di lavoro, processo tra l’altro nato con la rivoluzione industriale ed inevitabile, che a causa della modernità e dell’avanzamento tecnologico potrebbe prevenire disoccupazione ed ingiustizie sociali,ben più gravi di quelle che già ci sono.

Viceversa, se poi proprio si volesse insistere sulla fissazione di un tetto minimo retributivo, non solo sarebbe necessaria la introduzione di norme molto chiare al riguardo, ma soprattutto sarebbe opportuno studiare la cifra precisa, che non può assolutamente essere arbitraria, poiché anche dieci centesimi orari in più o meno possono essere vitali per l’impresa non meno che per il lavoratore, e sono in grado di determinare la sua estinzione od il passaggio alla economia in nero.

 

3 commenti su "La sinistra italiana e il salario minimo"

  1. Si può. Come? Eliminare i vitalizi e ridurre, almeno alla metà, le pensioni degli ex parlamentari che, per una sola legislatura, vinsero il terno al lotto. Gli esempi a Manfredonia non mancano. Ma chi si farà portavoce di tale iniziativa? Praticamente nessuno. Tutti collusi !

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