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Ss Lazio: 119 anni d’amore


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9 gennaio 2019 da Antonio Lauriola
Cara Lazio ti scrivo,
Sono passati 119 anni da quando 9 ragazzi, con a capo il sottufficiale Luigi Bigiarelli, hanno deciso di far nascere un sogno. 119 anni di storia, di sofferenza, di gioia, di discese e di risalite ma contraddistinte da un unico comune denominatore : l’amore per questi colori, l’amore per gli ideali che ti hanno portato a nascere. È difficile, per chi non ha le stesse passioni spiegare cosa vuol dire essere laziale. E per questo voglio raccontare la mia storia di tifoso per far capire cosa vuol dire essere laziali. Sono nato in un paese nella provincia di Foggia, Manfredonia, dove la cosa più semplice era tifare per la Juventus, per l’ Inter o per il Milan. Ma a me le cose normali, semplici non sono mai piaciute. E così, sin da bambino, ho amato alla follia quei colori che hanno contraddistinto i miei 33 anni di vita. Man mano che crescevo, aumentava sempre di più l’amore per qualcosa che è molto di più di una squadra. Andando indietro nel tempo, più vedevo la storia di questa squadra e più mi rendevo conto di quanto fosse speciale. Come dimenticare lo scudetto del 74, una banda di matti con al capo Tommaso Maestrelli, che in campo diventava un unica anima? In porta il grande Pulici, a centrocampo Re Cecconi, l’angelo biondo, Vincenzino D’Amico e poi lui Re Giorgio Chinaglia in attacco. Per capire come Chinaglia incarnasse lo spirito laziale, bisogna partire da un presupposto. A Roma esiste una rivalità enorme con l’altra squadra Della capitale, ecco Giorgio aveva talmente dentro questa rivalità che dopo un gol in un derby non ebbe nessuna paura di andare ad esultare sotto la loro Curva. Questo è lo spirito del laziale, pronto alla battaglia abituato a soffrire. E parlando di sofferenza come dimenticare la squadra del – 9? Estate 1986. La Lazio, retrocessa dalla serie A al termine dell’annata 1984/85, non ha disputato un campionato di B adeguato alle aspettative, ma -cosa peggiore- si trova come nel 1980 invischiata in un nuovo scandalo legato al giro delle scommesse clandestine. Non ci sono vittime illustri come Albertosi, Giordano o Paolo Rossi, né retrocessioni forzate dalla A a B, ma vengono inflitte sanzioni che vanno dalla non promozione in A (vedi Lanerossi Vicenza e Triestina) a punti di penalizzazione da scontare nel successivo torneo (Udinese in A, Cagliari e Triestina in B, Perugia in C1. La Lazio paga la colpevolezza del suo tesserato Claudio Vinazzani e la “responsabilità oggettiva e presunta”, come recita la sentenza, per le gare fuori casa con Sambenedettese, Cremonese, Empoli e Palermo e per quella casalinga con il Pescara. La condanna alla C1, rimediata in primo grado, diventa in appello una Serie B con nove punti di penalizzazione, che non son pochi in regime di due punti a vittoria. Un appello arrivato, come tante volte accaduto nella nostra storia grazie ad una tifoseria pronta a scendere in piazza. Qui succede un qualcosa di bellissimo, e straordinario. L’allora allenatore Fascetti, raccolse la squadra e disse: ” Chi vuol andare e non se la sente è libero di andare”. Rimasero tutti. E questo fa capire l’amore per questa maglia, questi colori che ti entrano dentro.
Dopo otto giornate si oltrepassa la quota zero e, nonostante le insidie che un campionato super equilibrato come la B propone, la salvezza sembra alla portata. Alla giornata 28 Giuliano Fiorini dà la vittoria all’Olimpico contro il Cesena e la classifica dice: Cremonese 34, Cesena, Pescara, Parma, Pisa e Genoa 32 e più sotto Lazio tredicesima a 25 punti. Più nove fanno 34, la Lazio senza penalizzazione sarebbe, dunque, prima, ma Fascetti grida: “Non siamo ancora salvi”.
Il buon Eugenio ha proprio ragione. Due pareggi e poi l’inattesa sconfitta all’Olimpico contro l’Arezzo fanno ripiombare i biancocelesti nell’incubo C1. Tra alti e bassi la Lazio arriva a giocarsi tutto col Lanerossi Vicenza all’ultima giornata: i veneti sono avanti di uno, ma la partita è all’Olimpico. Senza vittoria è C1 assicurata, con un successo si può sperare. I veneti mettono su una sorta di catenaccio gigantesco. Rimasti in dieci per l’espulsione di Montani al 67′, rimangono aggrappati al portiere Dal Bianco, che normalmente siede in panchina, finché all’82’ Fiorini in scivolata da pochi passi non mette dentro. Un modo per entrare nella storia della Lazio dalla porta principale, per l’attaccante che nel 2005 un male incurabile porterà via a soli 47 anni.
La vittoria non basta. Il Catania ha perso a Cesena ed è finito in C1 insieme al L.R. Vicenza e al già condannato Cagliari, ma a 33 ci sono con la Lazio anche Taranto e Campobasso: una di queste sarà la quarta retrocessa. Tre match al San Paolo di Napoli decideranno il tutto.
Agli spareggi a Napoli i tifosi laziali gremirono gli spalti, perché il tifoso laziale lo vedi sopratutto nelle difficoltà. Io personalmente, da ragazzo, a scuola andavo con la sciarpa della Lazio, quando la Lazio perdeva. Per me era un modo per dimostrare che io ero orgoglioso della mia squadra per quello che rappresentava, per amore, e non per una moda come per la maggior parte dei tifosi di altre squadre. Anche perché io ho vissuto l’epoca più vincente della Lazio. L’epoca di Cragnotti, del mio mito Beppe Signori, l’epoca dello scudetto del 2000 e delle coppe europee. Ecco lo scudetto del 2000, mi tornano alla mente le emozioni di quel giorno. È il 14 maggio del 2000, dopo esserci ritrovati sotto di 9 punti dalla Juventus a 8 giornate dalla fine, succede qualcosa che ha di magico. All’ultima giornata la Juventus va a Perugia e la Lazio gioca in casa contro la Reggina. La Lazio sbriga facilmente la pratica Reggina, ma a Perugia succede qualcosa di particolare. Piove a dirotto e la partita viene sospesa. Quando le squadre rientrano in campo il Perugia mette a segno con Calori la rete che ci regalerà lo scudetto. Magico, bellissimo, meraviglioso, ancora una volta il tifoso laziale ha ottenuto qualcosa soffrendo. Perché a noi mai nessuno ha regalato niente. La nostra storia è fatta di lotte continue, di tragedie e di risalite. Per questo Lazio mia, fra 100 avrai ancora chi ti difenderà, chi ti amerà, chi ti applaudira. Io ho vissuto gli ultimi 33 anni di questa meravigliosa storia, con gioia passione e sopratutto amore per questa squadra. Voglio chiudere questo articolo con la speranza, che chi adesso è al timone, il signor Claudio Lotito, capisca che con i sentimenti non si gioca e ci lasci vivere la nostra passione. Perché noi laziali non vogliamo per forza vincere ma vogliamo rispetto per la nostra storia, perché come disse il mitico Giorgio Chinaglia : “Di Lazio ci si ammala inguaribimente”. Forza Lazio, 119 anni di te, 119 anni di amore….. E la storia continua!!!!!!
Ps ho parlato di quello che sono state le squadre simbolo della nostra storia, ma in questo racconto non posso non citare il 26 maggio 2013, quello del derby della storia, dove una volta e per sempre, abbiamo dimostrato che siamo La prima squadra della capitale. Roma Lazio finale di coppa Italia 0 1 Lulic al 71′

Ss Lazio: 119 anni d’amore ultima modifica: 2019-01-09T10:40:36+00:00 da Redazione



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