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A piedi nudi tra le Mangrovie – In viaggio durante il Covid – Capitolo 23

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
9 Aprile 2021
Cultura //

Questa è la storia di cinque persone che saranno costrette a viaggiare, o non potranno farlo, nel periodo del Covid 19. Tutte le storie qui raccontate sono tendenzialmente vere, ma probabilemente false, o viceversa; a voi la scelta.

Un capitolo al giorno (escluso il sabato e la domenica).

SVOLGIMENTO. IL VIAGGIO, MIO MALGRADO

Capitolo 23

Verso la California- Il senso del viaggio

Mohamed aveva incontrato Daramy nel bar francese dove passava le serate a bere Ricard con acqua e ghiaccio. Lui diceva di essere musulmano ma alla sera, per rinfrescarsi dalla fatica del lavoro, sorseggiava tranquillamente la bevanda alcolica.
Lo strozzino gli aveva stretto la mano, aveva appoggiato il bicchiere ancora pieno su un tavolino, e lo aveva costretto a guidare per altri venti minuti, sino a casa.
Dopo aver contato i soldi sino all’ultima banconota, gli aveva dato il biglietto aereo e una bottiglia di birra ed era sgattaiolato fuori.

Mohamed non era riuscito a fare il secondo sorso; si era addormentato, stremato, sulla poltrona, tenendo la birra in mano e i muscoli in tensione.
Si era svegliato nella stessa posizione, senza averne versato una sola goccia, alle otto in punto; si era lavato, sbarbato e aveva preparato i pochi averi.
Alle 8.30 del mattino era pronto per partire; l’aereo sarebbe decollato a mezzanotte.
Daramy si alzò alle due del pomeriggio e lo accompagnò a mangiare.
La zuppa di fagioli non era il massimo e sapeva un po’ di bruciato, ma Mohamed si accontentò.
Dopo il pasto lo strozzino lo accompagnò fino all’autobus che lo avrebbe portato in aeroporto e lo salutò.
Mohamed si sedette nella sala d’attesa di Bamako; la notte scese e la fame salì.
Finalmente annunciarono il suo volo. Controllarono il biglietto, gli chiesero dove si stesse recando e lo perquisirono.
Bamako- Rio de Janeiro, prima tappa: Casablanca.
Sei ore di scalo.
Dormicchiò sulle sedie, giochicchiò con il telefono. Controllarono il biglietto, gli chiesero dove si stesse recando e lo perquisirono.
Seconda tappa: Parigi.
Tre ore e mezzo.

In Francia i bianchi scendevano dall’aereo mostrando il proprio passaporto, i neri dovevano dimostrare di avere un visto regolare. Mohamed rimase bloccato per settantatré minuti nel velivolo. Il poliziotto, di origine maghrebina, continuò a chiedergli in francese dove fosse diretto.

Lui avrebbe voluto urlarglielo: tenetevi la Francia, io voglio andare in America e attese che lo imbarcassero. Controllarono il biglietto, gli chiesero dove si stesse recando e lo perquisirono.

Terza tappa: Lisbona.

Cinque ore e tre quarti.

Tra la Francia e il Portogallo non avevano servito cibo; gli assistenti di volo parlavano francese e portoghese, e qualcuno biascicava l’inglese.
Nell’aeroporto di Lisbona era riuscito a elemosinare una bottiglia di plastica vuota e la andava a riempire in bagno. Controllarono il biglietto, gli chiesero dove si stesse recando e lo perquisirono.
Era arrivato a Rio dopo quarantasette ore.

Quando era sceso dall’aereo, aveva sentito la stessa umidità della sua terra; aveva preso un autobus ed era andato a stare a casa dell’unica persona che conosceva in Brasile: Youssef non poteva abbandonarlo; erano parte dello stesso clan.
Si sistemò a casa sua, in una baracca simile a quella che abitava a Freetown.
L’amico non aveva dubbi: il suo ospite non sarebbe rimasto a poltrire tutto il giorno. La casa era fatta di lamiere e appena il sole si alzava, diventava una fornace e bisognava uscirne.

Il suo letto era composto da due tavole di legno; un vero lusso alla periferia della città nella favela di Rio. Non c’era la doccia né l’acqua corrente e, per procurarsela, bisognava percorrere un chilometro. Per arrivare in centro ci volevano due d’ore.

Mohamed aveva fretta, l’arrivo a Rio de Janeiro aveva prosciugato i suoi averi; aveva due paia di pantaloni e due magliette; nemmeno un soldo per chiamare a casa e urlare a tutti che ce l’aveva fatta e che presto sarebbe diventato ricco.
Accettò il lavoro, anche se era un lavoro di merda.

A cura di Lucio Cascavilla 

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