Manfredonia

Mò, vache je e ddiche… (in ricordo di Vincenzo Di Lascia)


Di:

Prof. Vincenzo Di Lascia (statoquotidiano)

Mò, vache je e ddiche… (Adesso, vado io e dico…)
Scritto in ricordo del poeta, scrittore e critico letterario Vincenzo Di Lascia.

di Francesco Granatiero (caricaturista, appassionato di storia della satira e poeta neodialettale)

Caro Vincenzo,
Qualcuno ha detto che scrivevi nell’ombra, ma forte è stata e sarà la luce dei tuoi scritti. Sono qui, a più di dieci anni dalla tua improvvisa scomparsa, a ricordare l’amico e il “maestro” nell’accezione più alta e più nobile del termine.

Sono qui a ricordare, con queste mie poche righe, quelle nostre lunghe chiacchierate, quelle abituali passeggiate serali Sono qui a ricordare quel tuo essere sempre prodigo di preziosi consigli.

Sono qui a ricordare la tua grande autoironia nell’ascoltare la mia imitazione della tua inconfondibile voce, che ancora provo ad imitare per sentirti più vicino… La mente va alle tue auto, quelle degli ultimi anni, che dovevano essere tutte alquanto sportive e veloci. Veloci non certo come la Ferrari di Orazio Locatelli.

Quella che hai guidato, seppure per qualche minuto, a velocità così sostenuta da far dire (più volte) al noto scrittore-giornalista: “Enzo, rallenta! Ti prego, rallenta!”. Auto veloci come il tuo pensiero.

Pensiero mai banale, che si traduceva in poesie, prose, critiche letterarie, recensioni, articoli giornalistici… Nel dialetto della tua indimenticata Rocchetta Sant’Antonio (dialetto che sembra più campano che pugliese, in quanto Rocchetta è stata, fino ai primi anni del sec. XX, sotto la giurisdizione della Campania) dicevi: “Mò, vache je e ddiche…” (Adesso, vado io e dico…).

Era l’espressione che utilizzavi quando eri ansioso di farmi leggere il tuo “scritto quotidiano”, che si aggiungeva a tutti gli altri nel formare il voluminoso diario politico “Il Salto del Rospo”. La tua indignazione di allora, oggi sarebbe divenuta “disgusto”. Disgusto come quello della maggior parte degli italiani di fronte alla politica, quella con la “p” minuscola di questi ultimi anni, di questi giorni…

Ricordo, a questo proposito, il tuo attualissimo scritto “Le tasse di Visco” (pubblicato, nel 1996, ne “L’Espresso”), in cui dicevi: “Come si fa a chiedere ulteriori sacrifici fiscali agli italiani continuando a pescare nella medesima platea di contribuenti…”. Immagino la tua ripugnanza nel constatare quanto poco si è investito, in questi ultimi anni, nella cultura e nella ricerca scientifica.

Cultura e scienza che Nobile Di Lascia, il tuo caro papà farmacista, metteva a disposizione della piccola comunità del tuo paese natìo.

Mi raccontavi spesso dei suoi scritti, della sua ampia erudizione, della sua antica amicizia con Benedetto Croce e, soprattutto, di quelle volte (tante volte) in cui egli aveva dispensato gratuitamente consulti e farmaci ai numerosi poveri della tua Rocchetta Sant’Antonio.

Ricordo ancora con simpatia il temporale di quell’alquanto piovoso pomeriggio primaverile in cui ti rammentai di aver lasciato aperto il tettuccio apribile della tua auto.

Dopo una fragorosa risata mi lanciasti prontamente le chiavi di quella “memorabile” Renault 5 Campus e… in un baleno, dal primo piano della tua casa in Piazza Pietro Giannone, mi trovai al piano terra.

L’auto era parcheggiata a pochissimi metri dalla tua abitazione.
Quando vi entrai per chiudere quella piccola anta, sul pavimento dell’abitacolo, vi erano già circa dieci centimetri di acqua piovana.
I sedili (e con essi il sottoscritto): già belli inzuppati! Ridemmo di gusto e con noi la tua amatissima Rita.

La cara Rita, che era il tuo “contrappunto”, la mitezza personificata.

Anche lei col “bernoccolo”, come amavi dire tu, della poesia. L’arte poetica di Rita era, però, così diversa dalla tua. I versi dei suoi tanti componimenti erano di una schietta quanto disarmante purezza.

Eri tu il primo a riconoscerglielo.

Ella fu madre amorevole, moglie affettuosa e pazientissima. Resistette, negli anni, come una roccia alle tue non poche intemperanze. Negli ultimi tempi, per via del suo incedere lento, la chiamavi affettuosamente “mia littorina”. Eravate di una simpatia irresistibile e… contagiosa.

Mi capita spesso di volgere lo sguardo a quei sedili di marmo della villa comunale. Quei sedili su cui, durante alcune serate estive degli ultimi anni della vostra vita, eravate soliti sedere. Lì sapevo di trovarvi durante quelle serate afose. Per voi, forse, quell’afa estiva era anche… “afa” del vivere.

I ricordi sono tanti, troppi…

Fra essi non può non mancare quello del tuo ultimo scritto sul carnevale, quello della tua improvvisa scomparsa nel giorno di Sant’Antonio Abate. Santo patrono, come risaputo, della tua Rocchetta. Santo a cui eri devotissimo.

Quell’ultimo tuo scritto (che io stesso, subito dopo la tua scomparsa, feci recapitare alla redazione del periodico locale “Corriere del Golfo” a cui collaboravi) era pieno, come non mai, di citazioni. Tra esse una in cui si alludeva alla morte, che sopraggiungeva quando si erano raggiunti …gli ottanta carnevali… Quasi una premonizione…

Il ricorrere a citazioni (letterarie, filosofiche e poetiche), a onor del vero, rappresentava un elemento caratterizzante del tuo stile di scrittura.

A proposito dei tuoi scritti, in uno di essi (risalente al 1996) ossia “EDUARDO DE FILIPPO nella libera interpretazione artistica di Francesco Granatiero”, riguardante una mia caricatura raffigurante il grande attore partenopeo (che era anche un omaggio indiretto al celebre caricaturista pugliese del sec. XX Umberto Onorato), ad un certo punto dicevi:

[…] Francesco Granatiero dopo tutto, e come dicevamo sopra è un ragazzo, e va incoraggiato soprattutto in questo campo, certamente non dei più facili; e anche perché la sua… sorte è di essere nato al Sud, in questo nostro dannato Sud. […]

Era, quello, il tuo ennesimo incoraggiamento. Un’altra concreta prova del tuo amore per i giovani, della tua incondizionata amicizia, della tua sincera stima…

Caro Vincenzo,
questo dannato Sud, questa mia e… tua Manfredonia fra non molto tempo ti intitoleranno una via.

Sarà davvero emozionante il momento in cui si scoprirà quella targa. Forse piangerò come nel giorno della tua scomparsa. Questa volta, però, sarà un pianto di gioia per te, per i tuoi cari, per i comuni amici di sempre e… per questa mia e tua città. Città bella quanto bizzarra, che non sempre ha dimostrato di ricordare degnamente i suoi figli migliori. Quel giorno mostrerò con orgoglio quella targa alla mia piccola Chiara, che né tu né mio padre avete potuto vedere.

I suoi occhi celesti la rifletteranno e… con essi quelli della tua piccola e indimenticata figlia Mariacarla, volata in cielo così presto. E allora… Splenderà la notte come il giorno, né pur la Tenebre a te sarà buia (1), Amico mio.

Manfredonia, 2 giugno 2013

Tuo sempre affezionatissimo – Francesco Granatiero

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Nota
(1) Versi del poeta, scrittore e critico letterario Vincenzo Di Lascia

Mò, vache je e ddiche… (in ricordo di Vincenzo Di Lascia) ultima modifica: 2013-06-09T16:28:38+00:00 da Redazione



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