Ci sono stagioni nelle quali la politica si misura per il coraggio delle scelte. E ce ne sono altre nelle quali il vero talento consiste nel non scegliere mai fino in fondo.
Le elezioni provinciali di Benevento stanno offrendo un piccolo, ma significativo, spaccato di questa seconda categoria.
Non è la sfida tra Lombardi e Cataudo a incuriosire davvero. Le candidature, ormai, appartengono alla fisiologia della competizione democratica. È ciò che si muove attorno a esse a raccontare qualcosa di più profondo: la progressiva trasformazione della politica in un esercizio di sottintesi.
Tutti parlano. Nessuno dice. È la Repubblica del sottinteso.
Il centrodestra, tra mille fatiche, ha trovato una sintesi. Ha discusso, litigato, mediato e infine scelto. Potrà aver sbagliato candidato oppure aver individuato il migliore possibile. Lo diranno le urne. Ma almeno ha deciso.
Altrove, invece, la grammatica politica diventa infinitamente più sofisticata. Non esistono sostegni ufficiali. Non esistono accordi formalizzati. Non esistono indicazioni di voto.
Esiste soltanto quella formula che la politica italiana adopera da decenni quando vuole evitare il peso della chiarezza: gli amministratori decideranno secondo coscienza.
Una frase apparentemente inattaccabile. Anzi, persino nobile. Peccato che, troppo spesso, venga utilizzata non per garantire libertà, ma per sottrarsi alla responsabilità.
Perché la libertà di coscienza è una conquista della democrazia.
La libertà di non assumersi le conseguenze delle proprie scelte è tutt’altra cosa. È qui che la politica smette di essere trasparente e diventa calligrafia. Non comunica. Suggerisce. Non guida. Lascia intuire. Non firma. Fa trovare la firma agli altri.
È un’arte antica.
Forse la più antica della Prima, della Seconda e, ormai, anche della Terza Repubblica. Intendiamoci. Cambiare idea non è un peccato. Anzi. La politica che non cambia mai idea è destinata a diventare ideologia o museo. Ma ogni cambiamento ha un prezzo.
Quel prezzo si chiama spiegazione.
Se per dieci anni un avversario è stato descritto come il simbolo di tutto ciò che non si voleva rappresentare, il giorno in cui quel giudizio cambia non basta il silenzio. Serve una ragione. Non per soddisfare i giornalisti. Per rispetto degli elettori. La coerenza assoluta non è una virtù umana. L’onestà intellettuale dovrebbe esserlo. Per questo colpisce, più delle alleanze possibili, il fastidio verso chi prova a leggerne le conseguenze politiche.
La stampa non è un ufficio notarile. Non certifica soltanto ciò che viene deliberato.
Osserva. Interpreta. Formula ipotesi. Talvolta sbaglia. Ma rinunciare a interpretare significherebbe rinunciare alla propria funzione.
Una democrazia senza giornalismo critico produce comunicati.
Non informazione. Il vero tema, allora, non è chi vincerà la Presidenza della Provincia. Quella è una fotografia destinata a cambiare. Il punto è un altro. Da troppo tempo la politica italiana coltiva una convinzione pericolosa: che gli elettori abbiano memoria corta. Che basti non nominare un accordo perché quell’accordo non esista. Che basti evitare una dichiarazione perché nessuno comprenda la direzione del vento. È un errore.
Gli elettori perdonano quasi tutto.
Perdonano perfino i cambi di casacca. Quello che non sopportano è sentirsi trattati come spettatori ingenui. La fiducia si incrina così. Non con i compromessi. Ma con le reticenze. Perché il compromesso è il sale della democrazia.
L’ambiguità, invece, è il suo conservante.
Allunga la vita delle convenienze. Accorcia quella della credibilità. Ed è forse questa la vera questione che Benevento consegna oggi alla politica nazionale. Non chi governerà la Provincia. Ma quanto ancora la politica pensi di poter vivere di ciò che non dice.
Perché arriva sempre un momento nel quale il non detto presenta il conto.
E quel conto, prima o poi, qualcuno lo paga.
A cura di Maurizio Varriano.



