Cultura
Al venerdì, come sempre, mi avviai in direzione di Settebagni, con la macchina, per il weekend in famiglia.

Quaranta anni dal rapimento dì Moro – una testimonianza

A Treviso, in famiglia e tra gli amici, la sofferenza parve dissolversi. Sarebbe riapparsa lunedì, al lavoro, a scuola, nelle piazze e nelle vie di Roma


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Ero a Roma il 6 marzo 1978, frequentavo un perfezionamento della lingua inglese utile alla mia professione.

Un compagno di studi irruppe in aula urlando di ritrovarci tutti fuori: la strage era stata consumata,
Moro rapito e gli uomini della scorta massacrati
Ci riversammo all’aperto.
Sentivamo di dover agire, di fare qualcosa, ma che ancora non intendevamo quale.
La gente evacuava il centro della capitale, colpita dalla psicosi di un colpo di stato militare, poiché si era sparsa la voce che i sicari erano in uniforme dell’aeronautica; in seguito si comprese che erano invece travestiti da piloti e steward.

In aggiunta, ricorreva quella che voleva le brigate rosse in gran numero avanzanti per l’attacco diretto ai palazzi dello stato.
Le saracinesche ricadevano pesantemente, le strade si svuotavano, paventando una guerriglia civile.

Un noto politico di stampo democratico, mi avrebbero riferito, pare che s’incamminasse nervosamente in Piazza Colonna bisbigliando “pena di morte…pena di morte…”
La tensione ufficiale e politica, poi, si allentò ma non quella di popolo.

Tutti, comunque fosse, avevamo bisogno di una voce familiare, del conforto di parole, se anche inutili.
In via Veio, quartiere San Giovanni, suonai a un numero a me familiare.

Ne ebbi al citofono una risposta perplessa.
Innanzi al saluto, ci scrutammo.

Ognuno pronunciò la sua riflessione: è finita la democrazia? la bestia si è scossa, ci scanneremo ancora tra fratelli?
Il miracolo avvenne.

Un ignoto operaio dall’abitacolo di un’anonima auto munita di amplificatore, andava scandendo quelle parole che indussero la gente a precipitarsi nelle vie e nelle piazze per gridare che la libertà, la pace e il lavoro erano vivi più che mai.

E il miracolo crebbe: la città e la nazione furono risollevate da milioni di lavoratori, casalinghe e studenti; semplicemente perché essi avevano avuto il coraggio storico di ritornare nelle strade, accalcandosi in Laterano.

Al venerdì, come sempre, mi avviai in direzione di Settebagni, con la macchina, per il weekend in famiglia.

Allora, sopportai le ore e i chilometri di attesa lungo il raccordo del casello nord, tra i mitra spianati delle forze dell’ordine, le domande, le perquisizioni, l’enorme ritardo che mi avrebbe tolto tempo prezioso alla prima delle due serate di fine settimana a casa.

A Treviso, in famiglia e tra gli amici, la sofferenza parve dissolversi. Sarebbe riapparsa lunedì, al lavoro, a scuola, nelle piazze e nelle vie di Roma.

Ferruccio Gemmellaro

Quaranta anni dal rapimento dì Moro – una testimonianza ultima modifica: 2018-03-10T19:33:37+00:00 da Ferruccio Gemmellaro



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