La CIA Puglia lancia un nuovo allarme sul mercato del grano duro, denunciando una situazione definita “profondamente alterata” dalle dinamiche legate alle importazioni e al sistema dei prezzi. A intervenire è il presidente regionale Gennaro Sicolo, che punta il dito contro quella che definisce una crisi strutturale della filiera cerealicola italiana.
Secondo Sicolo, negli ultimi anni si sarebbe registrato un forte incremento delle importazioni, con un impatto diretto sul mercato interno: “Il mercato del grano duro è oggi profondamente alterato da un uso distorto delle importazioni. Negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita abnorme: nel 2023 le importazioni sono cresciute +40% rispetto al 2022 e +30% rispetto al 2021”, afferma.
Il presidente CIA Puglia sostiene che il meccanismo attuale favorisca un abbassamento artificiale dei prezzi e una perdita di redditività per i produttori italiani: “Le importazioni vengono utilizzate dall’industria molitoria per abbassare i prezzi e mettere fuori mercato il grano italiano”, con il risultato, aggiunge, di una filiera squilibrata in cui “chi produce perde e chi trasforma ottiene enormi extraprofitti”.
Tra le proposte avanzate, Sicolo chiede un rafforzamento dei controlli nei porti italiani, fino a un sistema definito “strutturato e permanente” su tutte le navi in arrivo con carichi di grano duro, coinvolgendo diverse autorità: Carabinieri NAS, Guardia di Finanza, sanità marittima e osservatori fitopatologici regionali.
La CIA Puglia sollecita inoltre un intervento delle istituzioni nazionali e regionali, chiedendo di bloccare temporaneamente le importazioni fino a dicembre 2026, in vista della prossima campagna di raccolta. “Ulteriori importazioni prima della prossima raccolta e nei 5 mesi successivi costituiscono esclusivamente un’azione predatoria nei confronti del grano duro italiano”, afferma Sicolo.
Nel mirino anche il fenomeno del crollo dei prezzi: il grano duro sarebbe passato da oltre 50 euro al quintale nel 2023 agli attuali 28 euro, livelli paragonati a quelli di quarant’anni fa. Una dinamica che, secondo l’associazione, non sarebbe giustificata dall’andamento produttivo nazionale.
Infine, viene evidenziato il problema della redditività agricola, con le stime ISMEA che indicano una produzione in perdita per molti agricoltori: a fronte di circa 1.170 euro di costo per ettaro, il ricavo medio sarebbe di circa 700 euro. “Costringere gli agricoltori a vendere sotto costo è illegale”, conclude Sicolo.



