La politica italiana ha inventato ormai una nuova disciplina olimpica: la corsa alla grande piazza. Si organizza un palco, si montano le bandiere, si preparano gli slogan e poi si aspetta il responso del popolo. Il problema è che il popolo, negli ultimi tempi, sembra aver cambiato abitudini: non sempre arriva quando viene convocato e, soprattutto, non sempre applaude quando dovrebbe.
A Napoli il cosiddetto Campo Largo ha mostrato ancora una volta il suo curioso equilibrio: tanto spazio sulla carta, meno spazio nei contenuti.
Un grande contenitore nel quale convivono anime diverse, spesso unite più dalla necessità di contrapporsi all’avversario che dalla chiarezza di un progetto comune. Una coalizione dove tutti dichiarano di voler remare nella stessa direzione, ma qualcuno dimentica di avvisare gli altri su quale sia la direzione.
Giuseppe Conte, chiamato a difendere una stagione politica che fatica a ricompattarsi anche al proprio interno, si è trovato davanti contestazioni e dissensi. E qui arriva il piccolo capolavoro della comunicazione politica contemporanea: dichiarare massimo rispetto per il confronto, purché il confronto non diventi troppo insistente.
È il nuovo concetto di dialogo: porte aperte, finestre socchiuse e citofono spento.
Perché dire “noi non limitiamo il dialogo” è certamente rassicurante. È una frase elegante, democratica, quasi musicale. Peccato che la democrazia interna non si misuri quando tutti applaudono, ma quando qualcuno interrompe la musica e chiede di cambiare spartito.
Gli episodi ricordati da molti militanti e dissidenti, dalle contestazioni interne fino alle espulsioni o agli allontanamenti da alcune manifestazioni, alimentano proprio questa domanda: il dissenso è davvero una risorsa oppure diventa improvvisamente un problema quando mette in discussione la linea ufficiale?
Perché una comunità politica senza dissenso rischia di diventare un coro. E un coro, per quanto ordinato e armonioso, non è necessariamente una democrazia. Napoli ne è stata testimone. Le bandiere di Potere al Popolo e quelle dei 5 stelle senza macchia, hanno non poco disturbato la visione dei quattro leader che dal pulpito dorato inneggiavano al cambiamento.
Poi c’è il capitolo ambiente, dove spesso la politica riesce nella difficile impresa di trasformare un tema complesso in una bandiera semplice.
L’ambientalismo è una necessità, ma non può diventare una religione priva di domande. Le energie rinnovabili rappresentano una strada importante, ma il confronto sul consumo del territorio, sull’impatto paesaggistico e sull’equilibrio tra produzione energetica e tutela dell’ambiente non può essere liquidato come un dettaglio.
Anche perché l’Italia non è soltanto una tabella energetica: è un Paese fatto di paesaggi, agricoltura, borghi, biodiversità e patrimoni che il mondo ci invidia. Difendere l’ambiente significa anche evitare che la soluzione di un problema ne crei altri.
Nel frattempo il Partito Democratico racconta una stagione di riduzione delle tasse, nuovi incentivi e maggiore sostegno ai cittadini.
Tutto molto condivisibile, almeno sulla carta. Poi arriva il momento di fare i conti con l’Europa, con i bilanci e con quei vincoli che trasformano le promesse elettorali in complicati esercizi di equilibrismo. È il vecchio gioco della politica: prima si distribuiscono speranze, poi si distribuiscono spiegazioni.
Naturalmente il centrodestra non è il paradiso terrestre né la risposta a ogni problema nazionale.
Anche lì esistono contraddizioni, difficoltà e promesse da verificare. Ma la politica funziona così: chi governa viene giudicato per quello che fa, chi aspira a governare viene giudicato per quello che propone.
Ed è qui che il Campo Largo rischia di incontrare il suo vero avversario: non tanto il centrodestra, quanto la percezione di una politica che parla molto e convince poco.
Gli elettori hanno sviluppato una particolare forma di scetticismo: ascoltano gli slogan, osservano le bandiere, seguono i dibattiti, ma alla fine fanno una domanda molto semplice: “Cosa cambia nella mia vita?”
Forse è questa la domanda che dovrebbe risuonare nelle piazze. Non soltanto quante persone arrivano, ma quante persone restano convinte.
Perché una piazza piena fa sempre una bella fotografia. Ma una fotografia, anche se grande, non governa un Paese.
E il vero contropelo della politica italiana è proprio questo: a forza di cercare il consenso, qualcuno rischia di dimenticare che prima bisogna conquistare la fiducia.
A cura di Maurizio Varriano.



