Cinema

Martyrs – P. Laugier, 2008


Di:

Pascal Laugier

Pascal Laugier (fonte immagine copyright: mymovies.it)

Nota propedeutica alla lettura: nel rispetto del lettore vergine della visione del film verranno isolate, nell’arco della recensione, eventuali rivelazioni critiche di trama (spoiler) su note a piè pagina, oltre a essere proposto, a fine articolo, un indice della presenza di punti sensibili nell’opera il cui svelamento possa incidere su una sua corretta fruizione.

L’HORROR moderno è connotato da alcuni tratti distintivi ricorrenti. Esso segue le mode e, come spesso capita ad un genere malauguratamente commerciale (anche per motivi intrinseci alla sua stessa natura), traccia le esigenze del pubblico, soprattutto le più “intestinali”, pubblico il quale, assuefatto a certi meccanismi del terrore, continua a esigere altro in termini di effettistica e disturbo visivo, noncurante (giacché sovente poco critico) di altre qualità ben più degne di un’analisi che possa vantare questo nome.
Il terreno sul quale l’horror contemporaneo ha di recente piantato vessillo è quello del gore, spostando il limite di pornografia della violenza in territori oltre i quali si riesce con fatica a immaginare esservi ancora altro.
Crudezze ed efferatezze di sorta vengono mostrate senza eccessiva premura, forti di un livello tecnico degli effetti speciali ormai alla portata di tanti se non di tutti. A fare da contraltare a questa tendenza è il cinema horror orientale, il cui successo gli conferisce la rappresentanza di un altro dei tratti distintivi del cinem di genere degli ultimi vent’anni: si allontana dal gore e riprende la cura dei meccanismi di paura, basati su immagini nascoste, silenzi uditi, vibranti attese, tutto condito da situazioni inquietanti (anche giusto un paio) a fare da collante dell’intera struttura. E’ cinema più onesto, senza dubbio più cinefilo, ma che non gli ha impedito di mostrare la coda dopo poche produzioni, autoimitandosi fino allo sfinimento e riempiendo pellicole di fantasmi e bambini da volti più o meno coperti da capelli.

Per evitare di fare solo accademia, esempi di rappresentanza sono rintracciabili in Non aprite quella porta (slasher gore), Hostel (torture porn), Saw (poliziesco gore) e The Ring (ghost movie orientale).

Recente è l’entusiasmo di chi vi scrive per il nuovo cinema horror d’Oltralpe, che conta titoli francesi come A l’interieur e Frontieres. A parte casi di mele marce (ma con buoni intenti) quali, appunto, Frontieres (affetto da sprazzi di ridicolo involontario) e Calvaire, tale corrente ha mostrato in maniera incontestabile (non meno che per la Spagna) di essere degna dei più importanti riflettori. Essa si inserisce, di diritto, nel genere gore estremo ma con una differenza fondamentale: una cura adeguata, se non significativa, per storia e meccanismi di tensione, che la allontana in maniera netta dalle parate di efferatezze spesso gratuite che caratterizzano i cugini americani. Delle varie pellicole francesi di questa categoria emerge luminoso Martyrs.

Martyrs raccoglie l’eredità del cinema gore e, al contempo, fa sue certe dinamiche orientali, sviluppandosi secondo diverse linee, più o meno intersecanti. Il film racconta la storia di due ragazze, una delle quali […]1.
Si lascia l’enigmatico finale come unica parte non svelata.

In chiusura piace (ri)evidenziare, al di là dell’inconsuetezza di trama, l’equilibrio delle parti, suggeritrici di paure, alternandosi, richiamandosi, sconcertando. Nonostante le apparenze, non in un solo momento si scopre gratuità nella mostra di crudezze, disposti al più all’ipotesi di furbizia di un regista il quale, volendo calcare un sentiero commerciale, abbia maneggiato la terra con un mestiere encomiabile, valorizzando, come poche volte, la materia a disposizione.

Martyrs non passerà alla storia, ma che il cinema ci grazi ancora di siffatte giostre del terrore.

Voto: 7.5/10
Livello spoiler: 9/10


[…]1 scappata da piccola da un luogo di torture di cui non parlerà neanche ai medici che l’hanno poi avuta in cura. Nella clinica in cui viene ricoverata fa amicizia con l’altra protagonista, che le resta legata in maniera morbosa. Già nel prologo quel che viene mostrato, pur poco e consueto, viene realizzato con diligenza, con una nota di merito alla scena da incubo in cui Lucie (questo il nome della ex torturata) vede in ombra una creatura che la perseguita, in attesa sul ciglio del letto (linea orientale). L’azione si sposta poi un po’ di anni in avanti (mi pare quindici) mostrando una famiglia distinta a pranzo parlare del quotidiano, composta da genitori e due figli. L’irruzione di Lucie e l’inspiegabile massacro della famiglia apre ufficialmente la prima parte, che da un lato attinge all’horror della linea “psico-killer”, dall’altro continua con il fronte Est, giacché viene connotato ancora dalla misteriosa creatura che si accanisce fisicamente contro la ragazza, infierendo e ferendo senza pietà Lucie – parte decisamente cruenta. Il mostro viene mostrato poco per volta, seguendo lo stile horror coreano sia per il disegno sia per la scelta dei suoi movimenti scomposti.
La prima parte, se si vuole manierista, ma con gusto e abilità, si conclude con il suicidio di Lucie di fronte all’amica Anna, accorsa già da qualche ora per aiutarla a curare le ferite e a coprire i delitti – motivati, si scopre presto, dal riconoscimento delirante di Lucie dei suoi vecchi torturatori negli inquilini della villa. Tra inizio e fine di questa parte il film mantiene una tensione costante veicolata soprattutto dalla curiosità da un lato di vedere il volto del mostro, dall’altra di comprenderne origine e senso; quest’ultimo continua a tenere ancora un po’ di banco nella mente dello spettatore quando comincia la seconda parte. Nel cercare di sistemare il teatro delle tragedie, Anna fa una scoperta: un apparente armadietto da cucina è una porta verso un seminterrato, allestito perfettamente a mo’ di laboratorio. Laggiù troverà incatenata una ragazza, denutrita e torturata, seppur viva, con una calotta di metallo a coprirle occhi e parte del cranio, praticamente muta.
La tensione dello spettatore si proietta in un altro mondo, quello delle fantasie di Lucie (che fantasie non erano) e riapre il film.
Anna tenta di salvare la ragazza e pare riuscirci fin quando non fanno irruzione in casa alcuni uomini/donne, similmente vestiti, che eliminano prima la vittima e poi catturano la protagonista.
Lo spettatore diventa pian piano consapevole della situazione, ma non manca la sorpresa che ordina le carte: una setta, capeggiata da tale Mademoiselle, ha come obiettivo da anni quello di indagare il fenomeno del martirio in un senso extra-religioso ed esperenziale; unico modo è la tortura, fino ad uno stato limite di sofferenza: chi subisce l’ estremo dolore ha visioni terrene e materiali (come il mostro di Lucie), chi lo accetta vede oltre.
Da questo punto in poi il carattere del film segue la linea dei torture-movie, senza incedere affatto in effetti gratuiti, ma cercando di dare, anche con un’inattesa lentezza, il senso della distruzione psico-fisica della giovane.
Inutile forse dirlo, Anne non disattende le previsioni dello spettatore e riesce ad essere martirizzata, portandosi in uno stato di trance in cui vede e riferisce a Mademoiselle qualcosa. Il film si conclude con l’arrivo in villa degli adepti della setta – anziani e distinti signori per la maggior parte, alla ricerca di una sicurezza sull’aldilà e l’invisibile – bramosi di conoscere la verità sull’altro mondo

Martyrs – P. Laugier, 2008 ultima modifica: 2009-10-10T14:00:14+00:00 da Redazione



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