Al centro della protesta – oltre ai circa 280 milioni tra tagli diretti al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, decurtamento del Fus e dei trasferimenti statali agli enti culturali, cui si aggiungono le riduzioni a carico delle amministrazioni locali che, secondo prime stime, potrebbero pesare sul settore per circa 800 milioni di euro nel prossimo biennio – un combinato di articoli contenuti nella legge 122/2010, la cui applicazione disegnerà un quadro generale nel quale l’intervento pubblico dovrà fare totalmente marcia indietro, rinunciando di fatto alla possibilità di attuare politiche culturali, sia a livello nazionale che regionale e locale.
Avranno in particolare conseguenze disastrose sul sistema culturale italiano le norme che dispongono un tetto di spesa per l’organizzazione delle mostre pari al 20% di quanto speso dall’amministrazione nel 2009, tagliando di fatto dell’80% le risorse, quelle che obbligano i comuni sotto i 30.000 abitanti allo scioglimento delle società dagli stessi costituite ed infine quelle che fissano limiti alla composizione dei consigli di amministrazione, ostacolando la partecipazione dei privati alla gestione delle aziende culturali.
Nel prossimo anno il budget del Mibac crollerà a 1,5 miliardi di euro, ormai circa lo 0,21% del bilancio statale, come dire che lo Stato spende 21 centesimi in cultura ogni 100 euro e, parametrato alla popolazione italiana equivale ad una spesa procapite di 25 euro. Cifre irrisorie per l’ampiezza e la complessità del nostro patrimonio e le esigenze di conservazione, valorizzazione e promozione cui bisognerebbe assolvere, che ci fanno sfigurare anche nel confronto internazionale: la Francia, ad esempio, ha una spesa statale procapite per la cultura di 46 euro, quasi il doppio della nostra.
“Questa iniziativa è di grande importanza perché rappresenta la volontà degli operatori del settore e di quelle amministrazioni che credono nella valenza sociale ed economica delle politiche culturali di non cedere di fronte al tentativo strumentale di rendere la cultura un binario morto sul quale depositare le coscienze di un intero Paese – afferma l’assessore Laricchiuta -.. Il crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei rappresenta una vergogna per l’intera nazione e da la cifra concezione che il governo Berlusconi ha della cultura, della storia e dell’arte italiana, lontane dai lustrini e dall’evanescenza del modello dell’intrattenimento televisivo e per questo ultima nella scala delle priorità da affrontare. La nostra protesta è la protesta di quanti, al contrario, sono convinti che un investimento sulle politiche culturali rappresenti un incentivo alla crescita collettiva del Paese e alla formazione della futura classe dirigente, rappresentata da tanti giovani che non vogliono ridursi ad accrescere le liste di tronisti e veline, il cui status è stato ormai assimilato dalla nostra società. Inoltre, per una città come Foggia, quotidianamente alla prese con le difficoltà dettate da schemi culturali devianti, un serio investimento nelle politiche culturali rappresenta una concreta possibilità di riscatto per il territorio e per l’intera comunità cittadina”.
n.marchitelli@statoquotidiano.it





In questi giorni di ricorrenze tragiche per la nostra città si riapre il vecchio dibattito sulla legalità.
C’è chi ripone le speranze in un risveglio di coscienze, chi si richiama a strette repressive e chi spera che un’ennesima consulta possa mettere in equilibrio l’una e l’altra posizione.
La legalità è il rispetto di regole che una comunità, dotandosi di apparati di controllo, si da per il vivere civile. Tradotto: le regole ci sono e qualcuno le fa rispettare, qualora cambiassero le condizioni che le hanno determinate, le regole si adeguano alle nuove condizioni.
Le agenzie formative, scuola e famiglia in primo luogo, provvedono a creare la cultura del rispetto delle regole.
Detto così facile facile e senza orpelli dialettici, che diventano gusci semantici vuoti.
A Foggia il palazzo degli Studi è il luogo simbolico dove si formano le coscienze, lì si formano i cittadini di oggi e di domani e lì si formano le future classi dirigenti.
In quelle aule i giovani apprendono le teorie del vivere in comunità, richiamati dallo spirito degli antichi.
Usciti dalle aule i giovani apprendono la pratica di quelle teorie, richiamati dallo spirito dei moderni.
Proprio davanti al palazzo degli studi vi è un cartello di divieto di transito.
Durante le ore di lezione i ragazzi apprendono che i cartelli sono segnali che nascondono un messaggio, detto così senza scomodare i padri della semiotica, e fuori apprendono che quel cartello nasconde il messaggio che le regole non vanno rispettate.
Insegniamo così alla futura classe dirigente che regola è un altro contenitore lessicale vuoto.
Non invoco la presenza dei vigili urbani, sarebbe chiedere troppo in questo momento di “chiari di luna”?, ma sarebbe opportuno che si rimuovesse quel cartello, essendo evidente la situazione di schizofrenia a cui costringiamo i nostri giovani.
Si riconosca che le condizioni sono cambiate e con esse cambiano le regole: non costa niente e si fa più bella figura.