Manfredonia

Spaccia droga a Teramo, ai domiciliari, minacce: in carcere


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Esterno tribunale di Teramo, (image sambenedettooggi.it)

Esterno tribunale di Teramo, (image sambenedettooggi.it)

Manfredonia – UNA storia paradossale, in primis nel suo sviluppo giudiziario e nelle scelte compiute ed eseguite dal suo protagonista, ha interessato di recente un giovane ragazzo di Manfredonia, classe 1983, di cui si riportano solo le iniziali (R.L.), un giovane arrestato dai carabinieri del Comando Compagnia di Manfredonia, dopo l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere (art.275 c.p.p. forma più intensa di privazione della libertà personale in tema di misure cautelari – applicata solamente quando ogni altra misura risulti inadeguata – principio di extrema ratio della custodia cautelare) emessa dal Gip del Tribunale di Teramo. Sul giovane l’accusa di evasione dai domiciliari e minacce a terzi, dopo il precedente provvedimento di arresti ai domiciliari (art.284 c.p.p. – nell’ambito delle misure cautelari personali coercitive che comportano, come risaputa, una limitazione o privazione della libertà personale) per spaccio e cessione reiterata di sostanze stupefacenti nel centro abruzzese.

LA STORIA – R.L. è presente a Teramo probabilmente per lavoro, ma viene fermato dai carabinieri del Comando Provinciale Compagnia e Stazione di Teramo, in seguito a dei reiterati spacci e cessioni di sostanze stupefacenti (non quantificata il peso e la tipologia della sostanza). Il giovane di Manfredonia viene arrestato il 12 febbraio del 2010, in seguito all’emissione di una ordinanza di custodia cautelare emessa il 7 febbraio dello stesso anno dal Giudice per le indagini preliminari di Teramo. L’uomo è arrestato dunque in base alle disposizioni dell’articolo 73 del Dpr 309/1990testo unico sulla droga – relativamente alla produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope Sviluppo Dpr 309/1990, art.73 . Il giovane di Manfredonia fa richiesta di rito abbreviato, e viene condannato inizialmente a 4 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione (da scontare nel carcere di Teramo). Pochi giorni e per il giovane sipontino vengono predisposti gli arresti domiciliari, provvedimento di misure cautelari personali coercitive che il giovane decide di eseguire nella sua abitazione di Manfredonia.


IL 23 aprile viene fissata un’udienza al Tribunale di Teramo, relativa al processo del giovane di Manfredonia, processo relativo come detto al reato di cessione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il giudice dispone la possibilità per R.L. di recarsi in modo autonomo e senza scorta al tribunale del centro abruzzese. R.L. parte probabilmente da Manfredonia lo stesso giorno dell’udienza, o forse nella giornata precedente, per recarsi nell’aula del tribunale dove avrà luogo il processo che lo interessa. Ma, in modo presumibilmente premeditato, il giovane R.L. decide di recarsi durante il viaggio con l’auto, insieme con la moglie, in una località dell’Abruzzo, per avvicinare uno dei vari utilizzatori (tossici) delle sostanze stupefacenti cedute nel corso degli spacci di droga per i quali era stato condannato. Diversamente da quanto imposto dalle legge anche con una recente sentenza della corte di cassazione (2008) in base alla quale anche se autorizzato ad allontanarsi e recarsi autonomamente fuori la dimora nella quale il soggetto stava scontando i domiciliari, R.L. decide di seguire un transito stradale diverso da quello imposto dalle misure restrittive personali coercitive stabilite nei suoi confronti (ovvero Manfredonia-Teramo attraverso un percorso alternativo e con il raggiungimento di una località non compresa nel transito stabilito a livello giuridico). L’uomo avvicina pertanto la sua vittima, minacciandola di morte, ritenendo la stessa causa del suo arresto: “sono finito dentro per colpa tua, devo a te la mia condanna“, fra le ipotetiche frasi pronunciate dall’arrestato alla sua vittima, presente, in compagnia del genitore, nei pressi di un Sert di una piccola località abruzzese. Dunque, con il suo gesto, l’uomo si rende autore di due distinti reati: evasione dagli arresti domiciliari, per quanto disposto dalla sentenza n.19645 del 18 febbraio del 2004 della Cassazione penale, sez. VI (sul ricorso proposto da V. G., contro la sentenza 22 aprile 2003 della Corte d’appello di Catania – “Ne consegue che anche l’allontanamento dal luogo di lavoro, in quanto coincidente col luogo di custodia, integra gli estremi del reato in esame, in ogni caso in cui non abbia brevissima durata e risulti, pertanto, incompatibile con le esigenze di sorveglianza e di controllo da parte della autorità amministrativa che la norma incriminatrice tutela (..) “) e minacce verbali a terzi.

DA qui il provvedimento di ordinanza di custodia cautelare in carcere emesso dal Gip nei confronti del giovane 27enne sipontino, in applicazione de principio del reformatio in peius, per il quale in diritto processuale penale si intende la possibilità del giudice di appello di poter riformare la sentenza di primo grado irrogando una pena o una misura peggiori delle precedenti. Ovvero dai domiciliari a Manfredonia, dopo il primo grado e la condanna successiva alla richiesta di rito abbreviato del giovane, al carcere in questo caso di Foggia.

Quello emerso con questo caso, come rilevato in passato dalle forze dell’ordine intervenute, è dunque il classico episodio del verificarsi di reiterazione di reati commessi in precedenza da soggetti condannati dalla Giustizia. Soggetti che, nonostante delle condanne precedenti, continuano infatti imperterriti a compiere le loro attività delittuose, forse perchè più protetti sotto il provvedimento della misura degli arresti ai domiciliari, un vincolo di dimora che agevolerebbe indirettamente gli stessi nel compiere le loro azioni e dunque i traffici interni di sostanze stupefacenti.

Spaccia droga a Teramo, ai domiciliari, minacce: in carcere ultima modifica: 2010-05-11T20:01:04+00:00 da Giuseppe de Filippo



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