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Il rischio concreto è che le famiglie più colpite da interventi frettolosi siano quelle economicamente più deboli

L’infanzia e l’adolescenza sono a rischio psicologizzazione collettiva?

Riflessioni sui fatti dei bambini di Bibbiano sottratti alle famiglie


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C’è il rischio di una indiscriminata o strumentale psicologizzazione collettiva dell’ infanzia e della adolescenza?

Est modus in rebus, risponderebbe subito il Poeta.

Questo è il sito https://youtu.be/gnfgrtqYp6E che ho ascoltato. Per più di un’ora.  Con l’intervento di una madre e di alcuni esperti in materia di diritto circa l’affido dei minori alle strutture alternative alla famiglia.

E’ una conversazione a più voci sui fatti di Bibbiano, ragazzini sottratti alle famiglie in modo presentato scorretto dagli organi di stampa in questi giorni, secondo il resoconto dei quali i professionisti del settore hanno utilizzato tutti i poteri della loro professione per allontanare dalle famiglie bambini che forse non andavano allontanati.

Non almeno secondo l’esperienza di questa madre che parla nel video, per la quale la propria odissea narrata compiutamente  è cominciata quando il figlio, non propriamente piccolo, non andava bene a scuola e loro, come ogni famiglia attenta ai pericoli legati all’età critica per eccellenza che è l’adolescenza, si sono rivolti a coloro che giudicavano i competenti in materia.

Tutto un susseguirsi di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, per poi trovare come unica soluzione l’allontanamento del giovane dalla famiglia.

Famiglia che ha dato subito l’assenso in quanto immaginava il luogo in cui avrebbe abitato il figlio come un luogo di pace, una sorta di campus all’americana, in cui ricaricare le energie e ritornare poi in famiglia con nuove motivazioni allo studio.

La diagnosi era infatti che la loro casa non andava bene, per cui il ragazzo preferiva starne fuori.

 

 

 

Già dal trasferimento del ragazzo in questa sede indicata dagli esperti si sono notati segni e indizi strani agli occhi della madre.

Un esempio per tutti: le telefonate con la famiglia dovevano avvenire in viva voce. Senza un piccolissimo margine di riservatezza.

Gli esperti convocati in questo video colloquio hanno ricordato che un momento importante dell’utilizzo di questi sistemi alternativi alla famiglia è stato segnato dalla privatizzazione del settore.

Questo aspetto può aver creato disordini nell’ordine consolidato da anni di pratica  dell’aiuto da dare alle famiglie disagiate.

Si è parlato di avvocati che in alcuni casi sono dovuti intervenire per fare sentire ai centri di accoglienza dei minori il divieto di far utilizzare loro psicofarmaci.

Si è parlato di assistenti sociali in qualche modo indottrinati dal sistema della loro formazione, il cui esito sarebbe una sorta di superficialità e/o di rigidità al momento della diagnosi risolutiva per il bene del minore.

Con il rischio poi, assai concreto, che le famiglie più colpite da interventi frettolosi siano quelle economicamente più deboli.

E’ un terreno minato.

Forse questo sarebbe stato il mio lavoro, se non fossi diventata insegnante, perché nei tempi sabbatici obbligati che ho dovuto trascorrere in attesa di una chiamata dalle scuole ho studiato da assistente sociale.

Attività mai svolta, ma di cui subivo tutto intero il fascino.

Chi non si sentirebbe onorato di svolgere un lavoro al servizio delle famiglie, dei bambini bisognosi di attenzioni, degli strati più deboli della società?

Certamente l’attenzione reale e concreta data alle famiglie è un passo avanti della società di fronte alle esigenze dei più deboli.

Su questo impossibile discutere. Non possiamo tornare, come si usa dire, al Medioevo e ai periodi storici, quasi tutti, segnati dalla totale assenza di attenzione verso i deboli e i disagiati.

Da insegnante, tuttavia, ho notato la crescente debolezza della famiglia negli anni a reggere il peso delle proprie responsabilità.

La facilità con cui la famiglia ricorre alla certificazione medica e psicologica del disagio.

Ho visto genitori, pochi per fortuna, angosciati di fronte alla somministrazione di psicofarmaci per i propri figli.

Ho visto anche genitori non consapevoli del disagio dei propri figli. Il disagio, appunto.

Io credo assolutamente nella professionalità delle nuove figure che affrontano questo delicato tema esistenziale e molto spesso solo fisiologico.

Ci credo al punto tale di aver amato letture personali in materia perché la sfera umana è inesauribile quanto a complessità. Ci sono stata trasportata in qualche modo naturalmente, solo chiedendomi perché a proposito della letteratura, materia che insegno, si parli di Libroterapia.

E’la terapia di cui tutti gli esseri umani in certe fasi della vita hanno bisogno. Individualmente e come gruppo, soprattutto familiare, perché è dalla relazione con l’Altro che nascono le sofferenze.

Ora, io penso che la professionalità di questa nuova formazione di figure che affiancano genitori, insegnanti, società nel suo insieme sia appunto quella di trovare un punto di equilibrio tra la negazione dell’esistenza del problema e la medicalizzazione di ogni stato d’animo non subito compreso.

E’ una professione la cui responsabilità fa tremare le vene ai polsi.

Inutile condannare una intera categoria di persone che fanno bene il loro lavoro.

Come sempre arriva una antica “ricetta”, di soli 2.000 anni di esperienza che ci ammonisce: Est modus in rebus.

C’è una misura in tutte le cose.

E i veri professionisti conoscono perfettamente i confini giusti entro i quali esercitare la loro professione.

 

Maria Teresa Perrino

L’infanzia e l’adolescenza sono a rischio psicologizzazione collettiva? ultima modifica: 2019-07-11T16:42:18+00:00 da Redazione



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