La politica ha un brutto vizio. Quello di dimenticare in fretta. E quando dimentica, finisce quasi sempre per ripetere gli stessi errori.
La condanna di primo grado di Carmine Valentino, esponente di spicco del PD, già sindaco di Sant’Agata de’ Goti e oggi consigliere comunale e provinciale, è una notizia. Ed è una notizia importante. Quattro anni per tentata concussione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, il risarcimento dei danni alla segretaria comunale. Una sentenza pronunciata da un Tribunale della Repubblica e che merita il rispetto dovuto alle decisioni della magistratura.
Ma una sentenza di primo grado non è l’ultima pagina di un processo. È, per definizione, una pagina ancora aperta.
Questo dovrebbe bastare a imporre prudenza. Invece la prudenza è la prima vittima della politica contemporanea.
Da anni assistiamo allo stesso spettacolo. Quando il colpito è l’avversario, la sentenza diventa definitiva ancor prima che sia scritta. Quando, invece, a finire sotto processo è un alleato, improvvisamente si riscoprono le garanzie costituzionali, il diritto di difesa, la presunzione di innocenza.
Il garantismo è diventato una tessera di partito. Non un principio.
Eppure basterebbe guardarsi intorno. In politica, oggi, nessuno può sentirsi davvero al riparo. Chi amministra firma atti, assume responsabilità, prende decisioni. Basta una denuncia, un’indagine, un’inchiesta. Talvolta fondata, talvolta destinata a dissolversi. Ma intanto il processo mediatico ha già celebrato il suo rito. E la reputazione, una volta incrinata, raramente torna quella di prima.
Nel Sannio lo si è visto più volte.
Si ricorda ancora il caso dell’ex sindaco di Santa Croce del Sannio. Una condanna di primo grado bastò a incendiare il dibattito politico. Volarono accuse, moralismi, lezioni di etica dispensate come fossero volantini elettorali. Molti di quelli che allora agitavano la clava giudiziaria oggi chiedono prudenza quando la vicenda riguarda persone più vicine al proprio campo politico.
È la doppia morale della politica. Non la giustizia.
La magistratura ha il dovere di indagare e giudicare. La politica ha il dovere di governare. Sono mestieri diversi e dovrebbero restare tali.
Quando invece la politica aspetta le procure per eliminare gli avversari, significa che ha smesso di credere nelle proprie idee. Quando un consenso si costruisce sull’avviso di garanzia del concorrente anziché sulla qualità delle proprie proposte, quel consenso è già una sconfitta.
Perché una democrazia non vive di manette. Vive di consenso.
Questo non significa attenuare la gravità di una condanna né sminuire il lavoro dei giudici. Significa ricordare una verità che troppo spesso viene dimenticata: il processo si celebra nelle aule dei tribunali; il giudizio politico appartiene ai cittadini.
Sono due piani distinti. Confonderli conviene a molti, ma serve a pochi. E quasi mai serve alla democrazia.
La vicenda Valentino finirà dove devono finire tutte le vicende giudiziarie: nei successivi gradi di giudizio, fino a una decisione definitiva. Nel frattempo sarebbe auspicabile che la politica ritrovasse il gusto di fare politica.
Discutere di bilanci, di scuole, di strade, di sanità, di sviluppo. Litigare su idee, non sulle ordinanze. Vincere nelle urne, non nelle procure.
Perché il giorno in cui un politico spera di battere il proprio avversario grazie a un fascicolo giudiziario dovrebbe porsi una domanda semplice.
Se ha ancora bisogno della politica.
O se, in fondo, abbia già ammesso di aver perso la partita più importante: quella delle idee.
A cura di Maurizio Varriano.



