La percentuale dei bambini che vivono in zone di guerre è passata in pochi anni dal 10 al 20%. 520 milioni sono coinvolti in conflitti armati, inutili e perenni.
Occuparsi dell’infanzia in guerra significa entrare in un’altra dimensione, fuori dalle ragioni e dai torti, dalla polarizzazione tra buoni e cattivi. In Ucraina i combattenti vivono in un meccanismo che sfugge al controllo, è perduto il libero arbitrio. Aggrediti e aggressori si somigliano, usano gli stessi metodi e si confondono in un ciclo di vendetta e odio.
Si chiude il vertice Nato ad Ankara: “sostegno incrollabile all’Ucraina”, decine di miliardi e riarmo, foto e cene di leader sorridenti, nessuna parola di negoziati o “sporchi compromessi”, nessun pensiero per le vittime civili. La sofferenza del popolo ucraino che si sta dissanguando per “la libertà europea” non è contemplata.
L’Occidente è stato cieco quando la guerra non c’era e già non c’era la pace. Leader ignari di storia e di destini comuni hanno perseguito e perseguono la vittoria come obiettivo finale. Parlano di “pace giusta”, di “guerra giusta”, di “giusta resistenza”. La Chiesa ha altre parole. Se Papa Francesco usava immagini improvvise e fulminee: la Nato che abbaia ai confini, la bandiera bianca, le due donne russa e ucraina che portano la croce…. Papa Leone induce a ragionare. “La guerra non è degna dell’uomo. Non è mai benedetta da Dio, il creatore ci ha dotato di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da essere umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche”
Nel febbraio 2026 ho visto un breve servizio televisivo su Sky. Dopo oltre quattro anni di guerra i bambini ucraini orfani sono 100.000. Quelli feriti, traumatizzati dal conflitto è incalcolabile. Molte associazioni si occupano della salute mentale dei minori e offrono un sostegno psicologico per arginare i danni della guerra. In uno di questi centri il cronista chiede ai bambini qual è il loro sogno. Tutti hanno risposto che “la guerra finisca presto”. Solo una più grandicella ricorda qualcosa di quando la guerra non c’era. “Con gli amici giocavamo fino a tardi, fuori, in strada. Nelle scuole non c’erano le sirene e l’allarme. Si dormiva bene. Ogni notte tranquilla”. Psicologi e operatori lavorano sui traumi per evitare effetti disastrosi su bambini che hanno visto esplosioni, case crollate, alcuni hanno assistito alla morte di parenti e amici.
Le vere conseguenze le vedremo alla fine della fase calda del conflitto, la guerra continuerà quando bombe e droni smetteranno di cadere. Continuerà nella mente, nei corpi, nei racconti… I genitori sono più traumatizzati dei figli. “Sì ho paura, ma mia mamma ancora di più. Io ho meno paura di lei”. Adulti traumatizzati crescono figli traumatizzati. I genitori non ne vogliono parlare. Il comportamento più comune è rimanere in silenzio, muti o in fuga. Si vive in una dissociazione continua: “è successo, ma non a me”. Poi c’è una combinazione tra trauma e digitalizzazione. I bambini stanno sullo smartphone, fuggono dalla vita reale, sono tranquilli, apparentemente. Alcuni non capiscono quello che accade. Per questo è importante aiutarli a vedere, a parlare.
In Ucraina l’Unicef ha chiesto ai ragazzi di scrivere poesie. Viktoria, 12 anni, “Con la matita, in silenzio, scrivo queste righe / per te, mentre la guerra infuria e divora”. Veronika, 10 anni, “Mamma, mamma, sono già cresciuta? / La mia infanzia è finita? / Niente più giochi, niente più divertimento, / E la nonna oggi non mi riconosce. / Mamma riportami indietro di un anno soltanto. / Ho paura che i miei amici mi abbiano dimenticata. / E i tamburi di guerra mi fanno tremare”. Antonina, quindici anni, “Se solo potessimo tornare alla vita di prima di questa terribile guerra”. E’ nostalgia della normalità familiare, di cieli che non trasportino morte. Fedir, 10 anni, ha frequentato solo un anno prima del conflitto. “La mia amata maestra sorride dal passato. / Ora a scuola non ci andiamo quasi più / Corriamo nei rifugi e restiamo nascosti per ore” Aniha, 11 anni, “La pace non è il silenzio dopo la fine della guerra, / Ma un mondo in cui la guerra non ha mai inizio. / Sono mani che non cercano armi / Ma abbracci di persone amate e amici” (dal libro di Bruno Madia, I tamburi di guerra mi fanno tremare”)
Nel marzo 2026 è morto Jurgen Habermas e due mesi dopo Edgar Morin. Due grandi filosofi. I giornali hanno esaltato il loro europeismo. Non hanno parlato della loro critica all’Europa con due pesi e due misure, dimentica dei principi originari e dell’assenza di dibattito pubblico sulla guerra, sulle armi, sull’aiuto a Kiev, autoimponendosi un limite, accompagnandolo sempre alla ricerca di negoziati.
A cura di Paolo Cascavilla su futuriparalleli.it.



