L’interdittiva antimafia è stata annullata, ma il nome dell’imprenditore risulterebbe ancora inserito nella cosiddetta “lista nera”. Una situazione che, secondo il suo legale, ha costretto Michele Quitadamo, trentenne imprenditore agricolo e coltivatore diretto di Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, a chiudere il proprio frantoio oleario e a lasciare senza lavoro quindici dipendenti.
La vicenda ha avuto inizio nell’aprile del 2021, quando Quitadamo è stato raggiunto da una prima interdittiva antimafia. Dopo due anni di amministrazione giudiziaria, conclusi – riferisce la difesa – con la piena riabilitazione dell’azienda, nel settembre del 2023 è arrivato un secondo provvedimento interdittivo. Quest’ultimo è stato definitivamente annullato dal Consiglio di Stato nel gennaio scorso.
Nonostante la pronuncia favorevole, l’imprenditore continuerebbe a subire le conseguenze dei provvedimenti. A ricostruire il caso è il suo avvocato, Michele Sodrio, secondo il quale Quitadamo non può ancora accedere ai contributi agricoli ed è stato chiamato a restituire anche alcune somme percepite negli anni precedenti.
Alla base della vicenda, sostiene il legale, vi sarebbe «una lontana parentela con persone ritenute vicine ad ambienti mafiosi della frazione di Macchia». Un legame familiare che, secondo la difesa, sarebbe stato sufficiente a compromettere l’attività di un frantoio antico e già ben avviato.
«Nemmeno la pronuncia del Consiglio di Stato, insieme alle numerose richieste e ai ripetuti solleciti, ha convinto la Prefettura di Foggia a cancellare il nome di Quitadamo dalla cosiddetta lista nera», afferma l’avvocato Sodrio.
La mancata cancellazione impedirebbe all’imprenditore persino di ottenere l’autorizzazione per il gasolio agricolo, indispensabile per proseguire l’attività nei campi. Una condizione che avrebbe aggravato una situazione economica già pesantemente compromessa dalla chiusura del frantoio.
«Mi stanno portando alla disperazione. Non so più cosa fare né a chi rivolgermi», denuncia Quitadamo.
Il suo legale parla apertamente di un paradosso: «Anni di battaglie e pronunce dei tribunali non riescono a superare l’inerzia della Prefettura. Nonostante le sentenze, a Quitadamo non sono state ancora restituite pienamente le sue libertà di operatore economico. Nel frattempo ha già subito danni gravissimi, a cominciare dalla chiusura del frantoio».
L’imprenditore chiede ora che la sua posizione venga aggiornata rapidamente, così da poter tornare ad accedere alle agevolazioni previste per il settore agricolo e provare a ricostruire un’attività che, nel giro di pochi anni, è arrivata al collasso. Lo riporta foggiatoday.it




Mi dispiace per quello che sta accadendo a Michele e alla sua famiglia, persona retta e onesta e gran lavoratore. Spero che quanto prima il tutto di risolve positivamente così da poter riprendere il suo lavoro da imprenditore agricolo. Il frantoio che ha chiuso era un modello di efficienza e modernità.
Sulle interdittive antimafia bisognerebbe unirsi tutti e chiedere un confronto diretto con il Ministro e con le istituzioni competenti. Bisognerebbe chiedere anche una verifica seria e indipendente sul funzionamento degli uffici che si occupano delle interdittive antimafia in Prefettura, compresi i ruoli e gli incarichi ricoperti per molti anni dalle stesse persone.
Se un dirigente o un viceprefetto è da circa trent’anni all’interno della stessa amministrazione e, nel corso del tempo, ha costruito rapporti personali e professionali con una parte del territorio, è legittimo chiedere che vengano verificati eventuali conflitti di interesse, situazioni di incompatibilità, criteri di assegnazione delle pratiche e soprattutto che venga esclusa qualsiasi forma di disparità di trattamento. La domanda è semplice: i controlli vengono applicati davvero allo stesso modo a tutti? Perché se si ha la percezione che l’attenzione delle interdittive si concentri soprattutto sui piccoli imprenditori e sulle piccole imprese, mentre determinati soggetti economicamente più forti sembrano essere sottoposti a controlli diversi o meno incisivi, allora è doveroso fare chiarezza. Non significa essere contro la lotta alla mafia. Significa chiedere una lotta alla mafia credibile, trasparente e uguale per tutti. Chi lavora onestamente dalla mattina alla sera non può sentirsi abbandonato dallo Stato, né può avere la sensazione di essere perseguito mentre altri, più forti o più vicini a determinati ambienti, vengono lasciati indisturbati.
Se queste sono soltanto percezioni, una verifica indipendente potrà dimostrarlo. Se invece emergessero anomalie, dovranno essere accertate e corrette.
Lo Stato di diritto significa proprio questo: nessuno deve essere intoccabile e nessuno deve essere colpito soltanto perché è più piccolo o più debole.
“è legittimo chiedere che vengano verificati eventuali conflitti di interesse, situazioni di incompatibilità, criteri di assegnazione delle pratiche e soprattutto che venga esclusa qualsiasi forma di disparità di trattamento”
E ANCHE REGALIE SOTTO FALSO NOME PER ADDOLCIRE…