La morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, apre nuovi interrogativi sulle circostanze che hanno preceduto il suo decesso. La 35enne, che domenica si era lanciata dal palazzo in cui viveva ad Ariccia, alle porte di Roma, è morta in ospedale giovedì 10 settembre. La Procura di Velletri procede per istigazione al suicidio contro ignoti.
Nelle prossime ore dovrebbe essere eseguita l’autopsia, disposta per chiarire le cause del decesso e ricostruire con precisione quanto accaduto. I pubblici ministeri, coordinati dal procuratore Carlo Villani, hanno inoltre disposto il sequestro del telefono cellulare di Denise, che sarà sottoposto ad analisi nell’ambito degli accertamenti.
La vicenda assume un peso particolare per la storia personale della giovane donna, segnata dall’uccisione della madre e dal processo contro il padre. Denise, quando aveva poco più di vent’anni, aveva scelto di diventare testimone di giustizia, collaborando con gli investigatori e costituendosi parte civile contro Carlo Cosco, l’uomo che aveva organizzato l’omicidio di Lea Garofalo.
Aveva deposto in tribunale dietro un paravento, senza sottrarsi al confronto con il padre, al quale aveva chiesto di raccontare la verità. Non gli aveva mai concesso le scuse e aveva assistito al percorso giudiziario che avrebbe portato alla condanna all’ergastolo.
L’omicidio di Lea Garofalo
Lea Garofalo aveva deciso di ribellarsi alla ‘ndrangheta e di collaborare con la magistratura, pagando un prezzo altissimo. Nel 2009 fu uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco, padre di Denise, insieme ad altri complici della cosca calabrese.
La donna era stata convinta a lasciare il programma di protezione nel quale si trovava insieme alla figlia, allora adolescente. Una volta attirata a Milano, fu assassinata e il suo corpo venne distrutto e fatto sparire. Soltanto nel 2012 furono ritrovati alcuni resti, dopo le rivelazioni di uno dei complici dell’omicidio.
Una tragedia che segnò profondamente Denise, che negli anni successivi trovò anche nel percorso con Don Luigi Ciotti e con Libera un sostegno per cercare di ricostruire la propria vita.
Nel 2013 partecipò ai funerali della madre organizzati da Palazzo Marino in piazza Beccaria. Rimase dietro una finestra, senza esporsi, ma volle comunque ricordare la forza di Lea. «Se è successo tutto questo – aveva detto – è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti».
La vita sotto protezione
Denise è rimasta sotto protezione fino al 2018. In seguito ha cambiato nome e identità, trovato un lavoro e vissuto in una località segreta. Aveva un figlio di quasi quattro anni, sempre nell’ambito delle misure di tutela garantite dal Servizio Centrale di Protezione della Polizia.
Ora la sua morte riporta al centro una storia familiare attraversata per anni da violenza, protezione, solitudine e dalla ricerca di una normalità mai completamente raggiunta.
A ricordarla è stato anche Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, che conosceva personalmente Denise.
«È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente – sono le parole di Don Ciotti -. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre».
Ciotti ha descritto Denise come una giovane donna «inquieta e sensibile», ricordando il percorso di riscatto iniziato dalla madre e portato avanti dalla figlia.
«Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma».
E ancora: «Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore. Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle ‘Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi’, ma anche ‘Grazie del tempo che abbiamo passato insieme’. Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola».
Ora saranno l’autopsia, l’analisi del cellulare e gli altri accertamenti della Procura a dover chiarire le circostanze della morte e a stabilire se dietro il decesso vi siano responsabilità di terzi.
Lo riporta leggo.it.



