BARI – Un risarcimento complessivo di 349.788 euro, oltre agli interessi, è stato riconosciuto ai sette fratelli e sorelle di Antonio Polignone, l’operaio originario di San Marco in Lamis morto nel 2004 mentre lavorava come escavatorista in una cava, tra San Marco in Lamis e Rignano Garganico. Lo ha stabilito la Terza sezione civile della Corte d’Appello di Bari, chiamata a pronunciarsi nuovamente sulla vicenda dopo il rinvio disposto dalla Corte di Cassazione.
Polignone perse la vita il 14 dicembre 2004, travolto dalle pietre staccatesi improvvisamente da uno dei fronti della cava nella quale lavorava alle dipendenze della società Fratelli Gernone. Nel 2005 tredici familiari, difesi dall’avvocato Giovanni Pio De Giovanni, citarono davanti al Tribunale di Foggia la società e la compagnia Unipol Assicurazioni, chiedendo il risarcimento dei danni derivanti dalla morte del loro congiunto.
Nel 2012 il Tribunale accertò la responsabilità della società e riconobbe ai familiari il danno non patrimoniale derivante dalla perdita del rapporto parentale. La decisione diede però origine a un lungo e complesso percorso giudiziario, passato più volte dalla Corte d’Appello alla Cassazione.
Un primo intervento della Suprema Corte, nel 2018, stabilì che il danno subito dai fratelli di una persona deceduta non potesse essere considerato automatico. Secondo quel pronunciamento, non era sufficiente dimostrare il rapporto di parentela: occorreva provare anche l’effettiva relazione di convivenza, frequentazione o reciproco affetto con la vittima.
Applicando questo principio, nel 2022 la Corte d’Appello respinse la richiesta dei sette fratelli. La sentenza venne tuttavia nuovamente impugnata e, nel marzo 2025, la Cassazione annullò ancora la decisione.
I giudici di legittimità richiamarono un orientamento più recente: la morte provocata da un fatto illecito permette di presumere l’esistenza di un danno morale anche per i componenti della famiglia d’origine, quindi genitori, fratelli e sorelle, indipendentemente dalla convivenza. Spetta eventualmente alla controparte dimostrare l’esistenza di rapporti di indifferenza o ostilità tali da escludere il patimento.
Sulla base di questo principio, la Corte d’Appello di Bari ha ritenuto provato il danno morale subito dai sette fratelli di Antonio Polignone. Agli atti non sono infatti emersi elementi capaci di dimostrare rapporti di ostilità o indifferenza nei confronti della vittima.
La mancata convivenza e l’assenza di prove su una frequentazione particolarmente intensa hanno inciso, invece, sulla quantificazione degli importi.
La società Fratelli Gernone, attualmente in liquidazione, è stata inoltre condannata a rimborsare ai familiari due terzi delle spese sostenute nei diversi gradi del giudizio. Il restante terzo è stato compensato.
La Corte ha invece dichiarato inammissibile la domanda di condanna diretta presentata nei confronti di Unipol Assicurazioni. La società datrice di lavoro, rimasta assente negli ultimi gradi del procedimento, non aveva riproposto la propria domanda di garanzia nei confronti della compagnia.
La decisione, depositata dopo la camera di consiglio del 9 settembre 2026, conclude un contenzioso giudiziario cominciato più di vent’anni fa e attraversato da tre giudizi d’appello e due passaggi davanti alla Corte di Cassazione.

“Viva soddisfazione” è stata espressa a StatoQuotidiano.it dall’avvocato Giovanni Pio De Giovanni, cassazionista del foro di Foggia, per “la brillante e giusta decisione pronunciata dalla Corte d’Appello di Bari, in una lunga, travagliata, dolorosa vicenda processuale che ha coinvolto un intero nucleo familiare”, dallo stesso avvocato assistiti, “a causa della prematura dipartita di un onesto operaio nell’ambito dell’attività estrattiva”.
“Questa sentenza – conclude l’avvocato De Giovanni – segna il punto d’arrivo di un’evoluzione giurisprudenziale, coniata dalla suprema corte di Cassazione e volta a tutelare i parenti delle vittime per le cosiddette ‘morti bianche’“.




Ma è mai possibile che in Italia le cause debbano durare 20 ANNI per avere giustizia???.
Inoltre, ogni causa di giudizio, fino ad arrivare in Cassazione, ci sono giudici che assolvono e altri che condannano, e la domanda è semplice:
il nostro ordinamento giudiziario è talmente complicato di leggi e sotterfugi per poter favorire o condannare, non per far prevalere la GIUSTIZIA, ma favorire o condannare qualcuno in base alla classe di appartenenza e disponibilità di DENARO da sborsare.
E’ ora di smetterla con questa inGIUSTIZIA….
Sono il figlio del signor Polignone, le posso dire che io avevo 11 anni quando mio padre è venuto a mancare. Adesso ho 33 anni e la cosa che più mi fa ridere che arrivano le cartelle dell’agenzia del entrate che dicono che dovrei pagare le registrazioni d’ufficio con un importo pari a 10 mila euro. Cosa più assurda che facendo domanda del 730 non riscuoto più nemmeno quello che devo percepire perché se lo trattengono loro. Questa è la giustizia italiana.