Prof. Pacilli, dopo anni di studi qual è la sua idea su Giacometta? Un personaggio, diciamo così “costruito” sulla scia di un falso storico o una realtà bene definita, da tramandare ai posteri?
Da quanto emerge nel mio studio, Giacometta è un personaggio suggestivo, altamente plausibile, che rientra in un modulo storico diffuso sul territorio nazionale e mediterraneo nel periodo che copre i secoli sedicesimo e diciassettesimo. Il modulo narrativo della ragazza rapita dai turchi che diventa sultana è comune alle tradizioni leggendarie in molte città delle coste italiane ma ha anche un riscontro storico e documentario; lo ha perché la casa imperiale turca adottava questo tipo di reclutamento per costruire la propria amministrazione, la propria corte e i propri harem. Tutti i componenti dell’amministrazione, della corte e dell’harem erano individui arrivati come schiavi (frutto di razzie o di prelevamento forzato) da piccolissimi, presso la corte turca, dove venivano islamizzati, turchizzati ed educati per gli impegni futuri; così funzionava la Sublime porta. Questa cosa la spiego in maniera particolareggiata nel libro. Quindi è plausibile che qualche fanciulla sipontina sia arrivata ad Istanbul, dopo il sacco del 1620, e si sia guadagnata spazio a corte; non abbiamo documenti che ci fosse una Beccarini, a meno che non si voglia considerare il documento che cito e illustro nel mio studio, un documento che è all’origine della leggenda, tutto da approfondire ma che non chiude la porta a nessuno sviluppo. Difficile tuttavia dire, ora, se qualche sipontina sia diventata favorita del Sultano, non c’è nessun documento che lo attesti.
Se dovesse riassumere in poche parole, cosa aggiunge di nuovo la sua opera a quanto già detto e scritto sulla vicenda della Beccarini?
Il mio studio mette in ordine gli studi che mi hanno preceduto, li riorganizza e li interpreta alla luce di una linea che fornisce un quadro d’insieme del contesto ambientale e storico, oltre che antropologico; rimette a posto i documenti e li fa dialogare fra loro; ricostruisce l’origine della leggenda attraverso l’analisi dei testi e dei documenti; offre una visione che prima non c’era e così facendo illumina l’intera vicenda, apportando tuttavia diverse novità documentarie e storiche. È come un libro giallo dove si indagano i testimoni e si aprono strade precedentemente non battute.
Lei si sente più uno storico o uno scrittore?
Io scrivo di storia a fronte di un’attività di ricerca storica per quanto possibile rigorosa e documentata storiograficamente, secondo un metodo che si ispira agli studi strutturalisti; quindi quando scrivo di storia mi sento uno storico e mi ispiro alla lezione di Ferri, di Serricchio, e recentemente di Lorenzo Braccesi; quando scrivo di antropologia, secondo un metodo acquisito all’università grazie alle lezione di uno dei più grandi antropologi europei, Alberto Maria Cirese, anche lui di stampo strutturalista, mi dichiaro antropologo; idem quando scrivo di linguistica o di filosofia, cerco di offrire testimonianza degli studi fatti sotto gli insegnamenti di Tullio De Mauro e Donatella Di Cesare, personalità di caratura mondiale con le quali mi sono laureato a Roma. Insomma, penso che prima di scrivere su qualsiasi cosa si debba prima studiare seriamente e sotto i migliori maestri che si possano trovare. In ambito narrativo, a parte la mia attività giornalistica (quest’anno sono trent’anni di iscrizione all’Albo dei Giornalisti, ormai sono decano) non ho ancora pubblicato nulla, ma se riuscirò a trovare l’occasione avrei due o tre cosette da far leggere.
Cosa ha scoperto di importante e non assolutamente trascurabile che vorrebbe comunicare ai suoi concittadini manfredoniani?
Ho scoperto che la storia di Giacometta ha sì una grande capacità seduttiva, ma perché si struttura in funzione riparativa finalizzata alla guarigione sociale di una comunità sconvolta dal sacco dei Turchi del 1620; dal punto di vista documentario l’aspetto non trascurabile della vicenda riguarda le modalità storiografiche che l’hanno accreditata come vera agli occhi dei sipontini: questo meccanismo cerco di ribadirlo il più possibile nel libro. Infine da non trascurare è la comprensione del contesto all’interno del quale la leggenda si forma e si struttura: il rapporto fra occidente cristiano e oriente mussulmano, le modalità di relazione fra l’impero turco e l’occidente.
Lei è nipote di un grande nome legato a questa terra, quello di Cristanziano Serricchio, ci vuole illustrare, il legame e le contraddizioni fra il suo lavoro e un’altra importante opera “L’Islam e la Croce”?
L’Islam e la Croce è un romanzo, storico, straordinario per scrittura, visione, intuizione, creatività; il mio è uno studio storico e storiografico; due cose diverse. Serricchio era consapevole della vera storia di Giacometta, e ne ha scritto in diversi saggi storici dai quali io sono ripartito condividendone l’approccio e le conclusioni. Nel romanzo invece ha voluto, volutamente, sognare, e immaginare una storia dove le diversità fossero eliminate in nome del bene supremo, della pace fra i popoli, dell’integrazione, del dialogo, dove anche il dolore ha il destino di produrre il bene e la pace. Una grande storia, un grande racconto.
Sulla figura di Osman invece, cosa vuole dirci?
Osman è un personaggio storico realmente esistito, uno dei personaggi più famosi, suggestivi e più seduttivi della sua epoca; i veneziani, il Papato, i Cavalieri di Malta alimentando la leggenda che fosse davvero il figlio del Sultano (ma, come ho dimostrato, assolutamente non poteva essere figlio della presunta Beccarini) lo adoperarono per tentare di destabilizzare l’impero ottomano e il sultanato. L’operazione non riuscì e Osman fece ritorno alle proprie pie attività; il sogno di normalizzare i rapporti con l’Oriente terminò con lui. Serricchio, nel romanzo, fa finta che davvero fosse il figlio di Giacometta, donando a Manfredonia una speranza che rimane sempre nei nostri cuori.
A cura di Mariella La Forgia.



