FOGGIA – Tariq El Mefeddel poteva essere arrestato prima che Hayat Fatimi venisse massacrata sotto casa con quindici coltellate? È l’interrogativo che emerge dagli atti dell’inchiesta sul femminicidio della cuoca marocchina di 47 anni, uccisa nella notte del 7 agosto 2025 a Foggia.
Da dieci giorni sull’uomo, cittadino marocchino nato nel 1979, pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per stalking. Nonostante le ricerche e l’attivazione delle procedure previste dal “codice rosso”, El Mefeddel non era stato rintracciato.
Poche ore dopo il delitto fu fermato a Roma e condotto in carcere. Nella stessa giornata, il pubblico ministero Vincenzo Maria Bafundi inviò due richieste di chiarimenti: una alla Squadra mobile e l’altra alla stazione dei Carabinieri di Foggia-San Lorenzo.
«Si prega di comunicare alla Procura quale funzionario abbia ricevuto l’ordine di esecuzione della custodia cautelare in carcere datato 27 luglio e quali operanti si siano occupati delle ricerche di Tariq El Mefeddel, illustrando i singoli adempimenti svolti per il rintraccio dell’indagato», scrisse il magistrato al dirigente della Squadra mobile.
Ai Carabinieri il pm chiese invece di chiarire perché non si fosse proceduto all’arresto dell’uomo quando, nella notte del 12 giugno 2025, era stato sorpreso armato di coltello nei pressi dell’abitazione di Hayat Fatimi. La Procura domandò inoltre per quale ragione non fosse stato avvisato il pubblico ministero di turno.
Sono questi i passaggi che alimentano il dubbio: il delitto avrebbe potuto essere evitato?
Secondo l’accusa, El Mefeddel aveva minacciato ripetutamente di morte la donna, che aveva interrotto la relazione a causa della sua gelosia e dei suoi comportamenti violenti. Le minacce sarebbero state affidate a chat e messaggi, fino all’agguato mortale.
L’imputato, difeso dagli avvocati Antonio Gabrieli e Giada Ficarelli, sarà processato dal 9 ottobre davanti alla Corte d’assise. Deve rispondere di omicidio aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai motivi abietti e dagli atti persecutori. Dopo l’arresto si è avvalso della facoltà di non rispondere.
L’11 agosto 2025 la Questura rispose alla Procura ricostruendo le attività svolte per catturare il ricercato. L’esecuzione della misura cautelare era stata affidata alla terza sezione della Squadra mobile, specializzata nei reati contro la persona.
Secondo la relazione di un vice ispettore, l’ordine di custodia cautelare era stato ritirato il 28 luglio. Quello stesso pomeriggio gli agenti avevano cercato El Mefeddel in un opificio abbandonato lungo via Manfredonia, luogo nel quale avrebbe potuto trovare rifugio. Le ricerche e le successive perlustrazioni avevano però dato esito negativo.
Il 30 luglio gli investigatori avevano appreso che l’uomo, il precedente 5 luglio, si era presentato all’Ufficio immigrazione della Questura per chiedere un permesso di soggiorno stagionale ed era stato sottoposto a fotosegnalamento.
Dalla pratica era stata recuperata un’utenza telefonica già conosciuta dagli investigatori. Gli agenti avevano quindi tentato di contattarlo con il pretesto della mancanza di alcuni documenti, invitandolo a presentarsi in un ufficio di Polizia. Era lo stesso stratagemma utilizzato il 15 luglio, quando a Caserta gli era stato notificato il divieto di dimora a Foggia.
Il 31 luglio erano state effettuate nuove ricerche nell’area abbandonata di via Manfredonia, ancora una volta senza risultato. L’ordinanza era stata quindi inserita nello Sdi, la banca dati utilizzata dalle forze dell’ordine, affinché l’uomo potesse essere arrestato in caso di controllo.
Nella stessa giornata gli investigatori avevano individuato quattro utenze telefoniche riconducibili all’indagato. I tentativi di contatto, effettuati alle 12 e alle 16, erano però falliti: i cellulari risultavano spenti o irraggiungibili.
Il 2 agosto il pubblico ministero sarebbe stato informato oralmente delle difficoltà incontrate nell’esecuzione della misura. El Mefeddel era senza fissa dimora e, secondo gli investigatori, aveva probabilmente abbandonato il precedente rifugio. Il 4 agosto venne infine redatto un verbale di vane ricerche.
Tre giorni dopo Hayat Fatimi fu uccisa.
«Era vicino alla sua abitazione da due giorni»
Tra gli atti dell’inchiesta figura anche la testimonianza di una vicina di casa, raccolta dalla Polizia subito dopo il femminicidio.
La donna raccontò di conoscere Hayat con il nome di Arianna e riferì che un uomo si presentava frequentemente davanti alla sua abitazione. Una presenza insistente e non gradita, tanto che la vittima lo aveva denunciato.
La testimone aggiunse un particolare ritenuto particolarmente rilevante: nei due giorni precedenti al delitto aveva notato l’uomo nei pressi della casa di Hayat, anche fermo davanti al portone d’ingresso.
Un elemento che apre un ulteriore fronte investigativo: mentre le forze dell’ordine lo cercavano nei luoghi nei quali era solito rifugiarsi, il sospettato potrebbe essere rimasto per giorni vicino alla donna che aveva denunciato e che, secondo l’accusa, aveva già minacciato di uccidere. Lo riporta La Gazzetta del Mezzogiorno.it



