A sedici anni dalla morte del caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano, militare foggiano dell’Esercito deceduto il 24 giugno 2010 durante una missione in Afghanistan, arrivano le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Roma che ha condannato a due anni e sei mesi il tenente Vincenzo Ricciardi e il caporal maggiore Matteo Rabbone per omicidio colposo aggravato.
Le motivazioni, depositate lo scorso 3 luglio, ricostruiscono quanto accaduto nei pressi della base di Shindand, a Herat, smentendo la tesi della tragica fatalità sostenuta per anni. Secondo i giudici, il decesso di Positano sarebbe stato causato da gravi violazioni delle procedure di sicurezza durante un intervento sul mezzo blindato Buffalo MK2.
La ricostruzione
Secondo la Corte, il Buffalo presentava un problema noto agli equipaggi: il forte sbalzo termico tra l’interno climatizzato e le elevate temperature esterne provocava la formazione di condensa che poteva bloccare il sistema di sterzo.
Per ripristinare il funzionamento del mezzo, Positano sarebbe sceso per intervenire manualmente sul meccanismo anteriore. In quel momento il motore era ancora acceso e il blindato si è mosso improvvisamente, schiacciando il militare.
Le indagini tecnico-scientifiche dei carabinieri del RIS e dei consulenti hanno escluso la precedente ipotesi secondo cui il soldato fosse caduto dal terrazzino posteriore del mezzo. Decisive, secondo la sentenza, sono state le tracce ematiche rinvenute sul terreno, i residui di lubrificante presenti sulla tuta mimetica e gli esiti dell’autopsia, ritenuti compatibili con uno schiacciamento provocato dalla ruota del veicolo.
Le responsabilità
Per i giudici, il tenente Ricciardi, comandante del plotone, avrebbe violato le procedure previste dal manuale operativo del Buffalo, consentendo l’intervento con il motore acceso invece di ordinare lo spegnimento del mezzo.
Condannato anche il caporal maggiore Rabbone, conducente del Buffalo, assolto in primo grado ma ritenuto responsabile in Appello. La Corte evidenzia che, pur in presenza di un ordine superiore, avrebbe dovuto fermare il veicolo e spegnere il motore, essendo consapevole della posizione del commilitone e del problema tecnico in corso.
La sicurezza anche in missione
Nelle motivazioni, la Corte ribadisce inoltre un principio destinato a fare giurisprudenza: le norme sulla sicurezza sul lavoro si applicano anche durante le missioni militari all’estero quando non vi siano situazioni di combattimento o minacce immediate.
Una decisione che chiude un lungo percorso giudiziario e che restituisce una diversa ricostruzione della morte del militare foggiano, individuando precise responsabilità nella gestione dell’intervento che gli costò la vita. Lo riporta foggiatoday.it.



