Certe volte la politica riesce a spiegarsi da sola.
Non servono trattati, retroscena, sondaggi o sofisticate analisi dei flussi elettorali. Basta guardare una platea, ascoltare chi parla e osservare chi, a un certo punto, decide che il palco è diventato il proprio.
È successo a Campobasso.
La Festa nazionale dell’Avanti! nasceva con un’idea precisa: rimettere il socialismo al centro del confronto, senza nostalgie imbalsamate e senza accettare che la costruzione del centrosinistra passi necessariamente dalla cancellazione delle identità più piccole.
Enzo Maraio lo ha detto con una chiarezza che, in politica, rischia ormai di sembrare rivoluzionaria: dialogo con tutti, porte aperte, nessun veto ideologico, ma anche nessuna subordinazione.
Tradotto dal politichese: siamo disponibili a costruire, ma non siamo disponibili a inginocchiarci.
E qui sta il punto.
Perché il PSI potrà pure avere numeri che non fanno tremare i palazzi romani, ma possiede qualcosa che ai numeri non si può sottrarre: una storia, una cultura politica, una classe dirigente territoriale e soprattutto una dignità che non può essere quotata in borsa.
Marcello Miniscalco, Mimmo Maio e Daniele Saia hanno dato voce proprio a questo sentimento.
Non il socialismo da museo. Non il garofano da mettere all’occhiello nelle fotografie commemorative.
Ma un socialismo che pretende di contare nella costruzione del futuro.
Dignità. Partecipazione. Parità. Parole semplici. Talmente semplici da essere diventate quasi sovversive.
Perché oggi, nel grande mercato del centrosinistra, qualcuno sembra essersi convinto che “unità” significhi una cosa molto precisa: tutti insieme, purché a decidere siano sempre gli stessi.
E invece no.
Una coalizione non è un matrimonio combinato
Non è un convento. Non è una caserma. E non è nemmeno un’azienda nella quale qualcuno possiede il pacchetto di maggioranza e gli altri devono soltanto approvare il bilancio.
Una coalizione è una somma di dignità politiche. Almeno dovrebbe esserlo.
Poi è arrivato Giuseppe Conte.
E qui, francamente, il copione si è fatto più interessante. Perché Conte era ospite. E un ospite importante.
Ma proprio perché importante, avrebbe dovuto ricordare una cosa che persino nelle buone maniere di provincia conoscono tutti: la casa nella quale entri non diventa automaticamente tua perché sei il personaggio più famoso nella stanza.
Secondo il racconto della platea, il suo intervento si è dilatato oltre i tempi previsti, finendo per occupare una parte considerevole di una manifestazione che fino a quel momento aveva avuto una fisionomia inequivocabilmente socialista.
E allora viene spontanea una domanda.
Era la Festa dell’Avanti! con Giuseppe Conte oppure era la Festa di Giuseppe Conte con un po’ di PSI intorno?
La domanda è volutamente provocatoria.
Ma la politica vive anche di simboli. E i simboli contano.
Soprattutto per un partito che sta cercando di ricostruire una propria identità dopo anni nei quali la parola “socialista” è stata trattata da molti come un reperto archeologico.
La cosa più curiosa, però, arriva dopo.
L’offerta di sostegno al PSI per la raccolta delle firme necessarie a presentarsi alle elezioni.
A prima vista, una mano tesa. A una seconda lettura, una mano che rischia di sembrare posata sulla testa.
Ed è qui che la gentilezza può trasformarsi in paternalismo.
Perché un socialista può accettare un alleato. Può accettare un confronto. Può accettare una convergenza. Può perfino accettare un aiuto.
Ma difficilmente può accettare l’idea di essere portato in Parlamento da qualcuno.
Il PSI non vuole essere portato.
Vuole essere riconosciuto. Vuole correre. Vuole prendere voti. Vuole sedersi al tavolo perché ha qualcosa da dire, non perché qualcuno gli ha concesso il permesso di entrare.
E soprattutto vuole farlo senza che ogni volta gli venga ricordato quanto è piccolo.
Perché questa è l’altra grande malattia del campo largo: la matematica usata come strumento di dominio politico.
Tu hai più voti, quindi comandi. Tu hai più parlamentari, quindi decidi. Tu hai più follower, quindi stabilisci l’agenda. Tu sei più grande, quindi noi dobbiamo seguirti.
È una logica perfetta. Per perdere.
Perché se il centrosinistra continuerà a considerare le proprie componenti come percentuali da sommare anziché come culture politiche da rispettare, la destra potrà tranquillamente continuare a governare mentre gli altri discutono su chi debba avere il microfono.
E poi c’è il capitolo Renzi.
Conte, coerentemente con la propria storia politica recente, continua a considerare Matteo Renzi una sorta di peccato originale del centrosinistra.
Legittimo.
Ma la politica, soprattutto quella amministrativa, ha il difetto di essere più complicata degli slogan.
A Campobasso, infatti, Italia Viva fa parte della realtà politica e amministrativa cittadina.
E allora la domanda diventa inevitabile:
come si costruisce un campo largo se alcuni vengono dichiarati impresentabili a Roma e diventano improvvisamente presentabili quando servono nei territori?
Non è una questione personale. È una questione di coerenza.
E la coerenza, in politica, dovrebbe essere merce meno rara del consenso. Anche perché, lo ricorderete, Conte si è concesso alleanze molto più imbarazzanti tra le tante anche con la Lega di quel diavolo di Salvini. Poi su quelle perpetrate a San Giovanni Rotondo per salvare la poltrona dell’amico sindaco Barbano, ancora gridano allo scandalo.
Poi ci sono le assenze.
E qui sarebbe facile fare ironia.
Troppo facile.
Ma il problema è serio.
Quando si annuncia la propria presenza a una manifestazione politica, quella presenza non è un dettaglio organizzativo. È un impegno.
Certo, gli imprevisti esistono. Le istituzioni chiamano. Gli impegni cambiano. La politica è fatta anche di emergenze.
Ma quando le assenze diventano più significative delle presenze, il messaggio che arriva a chi sta lavorando sul territorio è devastante: voi potete aspettare, noi abbiamo cose più importanti da fare.
Ed è precisamente il messaggio che un centrosinistra in cerca di credibilità dovrebbe evitare.
Per fortuna la Festa continua
E forse è proprio questa la parte più interessante.
Perché dopo il grande ospite arrivano gli amministratori, i territori, i giovani, Clemente Mastella, Bobo Craxi e altre voci di una politica che non ha bisogno necessariamente di urlare per farsi ascoltare.
E forse sarà proprio lì che si vedrà la differenza.
Tra chi considera la politica una passerella e chi la considera un lavoro.
Tra chi pensa che l’alleanza sia una distribuzione di posti e chi pensa che sia un patto tra persone e comunità. Tra chi vuole il campo largo purché il campo sia casa propria e chi vuole davvero un campo nel quale tutti possano giocare.
Perché il punto, alla fine, non è Giuseppe Conte. E nemmeno Matteo Renzi.
Il punto è molto più grande.
Chi decide?
Questa è la domanda.
Chi stabilisce le regole? Chi sceglie le priorità? Chi decide quali partiti siano degni di stare dentro e quali debbano accontentarsi di un ruolo ancillare?
E soprattutto: chi ha deciso che nel campo largo qualcuno debba essere il primogenito e qualcun altro il fratello minore?
Perché il PSI può essere piccolo. Ma non è minore.
Questa distinzione, a Campobasso, Maraio l’ha messa sul tavolo.
Ed è forse la cosa politicamente più importante uscita dalla Festa.
Il socialismo non chiede una corsia preferenziale. Chiede una corsia.
Non pretende il comando. Pretende di partecipare alla decisione. Non pretende di essere il partito egemone. Pretende di non essere trattato come una comparsa.
E allora attenzione.
Perché può darsi che il garofano rosso stia tornando a fare una cosa che sembrava aver dimenticato: disturbare. Disturbare i calcoli. Disturbare le primogeniture. Disturbare i tavoli già apparecchiati. Disturbare soprattutto chi pensa che il centrosinistra possa essere costruito decidendo prima chi comanda e poi chiedendo agli altri di aderire.
Il garofano non chiede permesso.
E nemmeno vuole essere portato in Parlamento come un pacco regalo.
Vuole andarci perché qualcuno, fuori dalle stanze dei leader, avrà scelto di votarlo.
Questa è la democrazia.
Il resto è galateo politico.
E a Campobasso, almeno per una sera, il garofano ha parlato da partito e qualcun altro ha rischiato di comportarsi da padrone di casa senza averne le chiavi.
La differenza sembra sottile.
In politica, invece, è tutto.
A cura di Maurizio Varriano.



