
Porta la data dello scorso 7 ottobre 2005 la notizia del dissequestro, disposto dalla Procura tranese, di un ingente carico di grano duro (circa 58.000 tonnellate) trasportato dalla nave di nazionalità cinese Loch Alyn. Il provvedimento a seguito della produzione di analisi (eseguite da laboratori dell’Ispettorato centrale repressione frodi del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, rese note agli inizi di dicembre) da cui emerse (erroneamente) “l’assenza di agenti patogeni o contaminanti pregiudizievoli alla salute pubblica”.

Il blocco dell’ imbarcazione, e del suo contenuto, era stato disposto nel settembre del 2005 dalla Guardia di Finanza, Nucleo regionale Polizia tributaria di Bari-gruppo repressione frodi, nel porto barese. Come riferisce il comunicato stampa, rilasciato dallo stesso nucleo regionale, il cargo conteneva ”grano duro contaminato da Ocratossina”, una tossina “altamente nociva per la salute umana”, sia per “assunzione diretta del prodotto contaminato” che, indirettamente, “tramite il consumo di carni di animali nutriti con mangimi ottenuti dalla decorticazione dei chicchi di grano”.
Le percentuali della sostanza cancerogena accertate furono superiori, in alcuni casi, a ”tre volte i limiti consentiti dalla normativa sanitaria comunitaria in materia di alimentazione umana”.
Su disposizione del Gip del Tribunale di Trani, Michele Nardi, fu disposta pertanto la custodia cautelare in carcere per il “re del grano” Francesco Casillo, una misura restrittiva richiesta dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani, Antonio Savasta, al termine di “ulteriori e approfondite attività di polizia giudiziaria”, eseguite dalla stessa Finanza nel dicembre del 2005.
Al tempo, il Pubblico Ministero competente dispose una serie di perquisizioni, e sequestri, finalizzati da un lato a porre in sequestro preventivo il prodotto alimentare ormai avviato alla commercializzazione e, da un altro, a reperire “tutta la documentazione igienico sanitaria afferente le analisi chimiche eseguite da laboratori pubblici e privati”.
Il frumento era stato messo a disposizione delle quattro società importatrici: Molino Casillo Francesco di Corato (Bari) (per 48mila tonnellate), Agriviesti srl di Altamura (Bari), Candeal commercio di Foggia e Louys Dreyfus Italia di Ravenna. Oltre queste quattro società importatrici, le attività di polizia giudiziaria, eseguite dal nucleo di Bari il 15 dicembre 2005, riguardarono anche la Agroalimentare Semolerie Giuseppe Sacco srl di Lucera; la Molini Tandoi Pellegrini spa (gruppo produttivo Pedone) di Corato, la Giannetta sas di Castelluccio dei Sauri, la De Vita Industria Agroalimentare srl di Casalnuovo Monterotaro, società alla quale il grano contaminato fu ceduto dalla Agrinviesti srl di Altamura, nonché la Molino Loiudice Donato & c., il semolificio Loiudice snc e la Cerealsud srl, tutte di Altamura, società che avevano acquisite a loro volta il grano contaminato dalla Louis Dreyfus Italia spa di Ravenna.

Si ricorda che si svolgerà il prossimo 20 ottobre 2009 l’udienza per stabilire se l’imprenditore Francesco Casillo sarà rinviato a giudizio, dopo l’iniziale accusa di aver commercializzato su territorio nazionale oltre 45mila tonnellate di grano all’ocratossina arrivato dal Canada. Lo stesso imprenditore aveva chiesto un patteggiamento nella pena, tramite una conversione di condanna in una multa di 3000 euro. Una somma giudicata “risibile, inadeguata e incongrua” dal giudice incaricato ad esaminare il caso.
Attualmente il pubblico ministero Antonio Savasta ha chiesto il rinvio a giudizio per Casillo, con l’accusa sopra riportata, ma anche per Alessio Di Maggio, direttore tecnico di un’azienda speciale incaricata di fare analisi sul prodotto.
Per tornare infatti all’inchiesta, il settimanale l’Espresso rivelò al tempo come «una parte importante della semola» finì nella produzione di una delle paste «più famose della nazione», come «la Barilla e la Giovanni Rana». Inoltre lo stesso settimanale asserì anche di aver “seguito” l’intera rotta del grano contaminato fino ai pastifici italiani, scoprendo che la semola derivata dal grano canadese era finita in alcune famose aziende pugliesi, come Riscossa e Granoro (con stabilimenti a Corato) e Pedone ( con sede a Corigliano d’Otranto ma con stabilimento produttivo sempre a Corato, il Molini Tandoi Pellegrino, nel quale si producono ogni anno 800.000 di q.li di semola di grano duro e 600.000 q.li di farina di grano tenero).
Una volta comprato, in via diretta, il carico portata dalla nave cinese, i mulini indicati pensarono bene di semolare la partita di grano inquinata con quelle di altre qualità nazionali, vendute in seguito ai pastifici. Pastifici che negarono naturalmente, con decisione, la presenza di ocratossina nella pasta prodotta.

Le perdite riscontrate vanno a sommarsi alla crisi che da tempo colpisce il settore agricolo sia nella nostra regione che il resto d’Italia. Dal 1990 ad oggi si è assistito ad una costante e progressiva diminuzione del prezzo del grano duro (e dei relativi ricavi) sia a causa dell’aumento del gasolio sia della svalutazione della produzione locale legata all’importazione del prodotto estero. Secondo i dati forniti della Camera di Commercio della Provincia di Foggia si è passati da una quotazione di quasi 30 euro nel 1991 a quella di 19,5 euro del 03/10/2009. Alcune associazione di consumatori hanno sollevato non pochi dubbi in merito alla sicurezza dei controlli effettuati sul cereali d’importazione che riguardano generalmente solo il 5% del totale.
La Regione Puglia necessita di grano estero? Tiriamo un pò di somme. La cerealicoltura italiana e nel nostro caso pugliese (1.100.000 tonnellate annui) potrebbe tranquillamente coprire le esigenze della produzione e del mercato locale senza dover ricorrere alle importazioni. Come ha sottolineato il presidente di Coldiretti Puglia Pietro Salcuni “Bisognerebbe introdurre una legge che preveda l’indicazione obbligatoria dell’origine del prodotto sufficienti a venir incontro alle necessità nazionale.” Ciononostante, denuncia la Associazione Consumatori, “Se ne importano 800.000 tonnellate, una enormità, mentre gli industriali italiani del settore utilizzano soltanto il 20% del grano duro della Puglia”. La maggior parte del grano impiegato per la nostra pasta, emblema della nostra Nazione, proviene, secondo i Consumatori, da Canada, Messico e perfino Bangladesh.
L’importazione selvaggia, sostiene la Confederazione italiana agricoltura (CIA), taglieggia i contadini, costretti a vendere sottocosto, senza produrre effetti benefici per le tasche dei consumatori, visto che il prezzo della pasta continua a mantenersi alto. La legge del libero scambio delle merci porterebbe, di conseguenza, ad una progressiva scomparsa del cerale locale a vantaggio di un prodotto importato più redditizio per pochi ma decisamente “più caro” per (quasi) tutti.
Per concludere, si ricorda che solo nello scorso luglio sbarcarono a Bari le prime navi di grano provenienti dal Messico, dopo la scoperta di un carico di 30 milioni di chili del cereale destinati alla produzione di pane in Egitto, contaminato da ”insetti morti” e proveniente dalla Russia, paese da dove ogni anno arriva quasi il 10 per cento del grano importato in Italia. AL tempo la Coldiretti Molise chiese l’avvio immediato di procedure di controllo per verificare la sanità delle produzioni importate, evidenziando come in Italia nel 2008 sono arrivati quasi 400 milioni di chili di grano dalla Russia, accusata di avere esportato in Egitto un prodotto non adatto al consumo umano e non conforme ai requisiti sanitari.
(immagine d’archivio nave Loch Alyn: da www.shipspotting.com)



salve!abito in Grecia ed ho ogni anno una seria quantita di grano! come mi posso informare rer esportare in Italia? Grazie mille !!