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"L'eredità di mio padre è questa: concepire il lavoro come un servizio"

“Mio padre era un servitore dello Stato”

"Sono orgogliosa di aver avuto un tale padre. Aver il mio cognome è stato anche penalizzante"


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Foggia, 12 marzo 2018. Gremita la sala – spazio live della libreria Ubik. Anziani, adulti, ragazzi lì per ascoltare la figlia del giudice Borsellino. Le sue parole più belle, tra le tante. “L’eredità di mio padre è questa: concepire il lavoro come un servizio. Mio padre era, ecco, un servitore dello Stato. L’eredità è fare quindi del nostro impegno quotidiano un impegno costante”.

Apre la serata il professor Trecca, responsabile della libreria Ubik.

Monica Gigante, giornalista, conduce e anima.

L’incontro e parte di una due giorni, 12 e 13 marzo, in cui la dottoressa Borsellino incontra studenti e adulti a Foggia, fa capo ad una serie di iniziative in preparazione della giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia che si terrà il 21 marzo nella Città di Foggia. Una due giorni – precisa la giornalista Gigante – fortemente voluta dal direttore dell’ufficio diocesano per la Scuola e l’università dell’Arcidiocesi di Foggia, don Bruno D’Emilio, e dal professore di Religione Damiano Bordasco. A collaborare con l’Arcidiocesi, l’Associazione studentesca Area Nuova, l’Università degli studi di Fg, l’unione giuristi cattolici italiani, il liceo classico Lanza, la scuola secondaria di primo grado Murialdo.

Presente anche il dottor Antonio Buccaro, presidente della prima sezione civile del tribunale di Foggia, presidente dell’Unione giuristi cattolici di Foggia, presidente dell’associazione nazionale Magistrati nel capoluogo dauno

Opportuno è sembrato alla moderatrice della serata ripercorrere brevemente innanzitutto la vita di Paolo Borsellino, per tanti, oggi più che mai, un esempio poiché ha fatto della sua vita un dono per gli altri e una testimonianza di amore per lo Stato come Istituzione e amore per la società civile, soprattutto per le nuove generazioni.

Il padre di Fiammetta Borsellino nasce a Palermo nello stesso quartiere in cui era nato il giudice Giovanni Falcone. A soli 23 anni diventa magistrato, il più giovane magistrato d’Italia. Riesce ad intercettare i rapporti tra finanza e Cosa Nostra. Inizia nel 1980 a collaborare con il giudice Rocco Chinnici. L’ incontro sarà determinante per la vita di Paolo Borsellino: proprio da un’intuizione di Rocco Chinnici nascerà in fase embrionale il pool antimafia di cui farà parte il giovane giudice di Palermo con l’obiettivo di fissare l’attenzione sulle attività finanziarie di Cosa Nostra.

La risposta della mafia, quella dei corleonesi, quella di Totò Riina, non si fa attendere, però. Inizia la scia di morte: il generale Carlo Alberto dalla Chiesa inviato a Palermo dal ministro dell’Interno dell’epoca Rognoni, sarà vittima di mafia; lo stesso Rocco Chinnici sarà ucciso, come tanti altri.

Nel 1984 viene arrestato il mafioso Tommaso Buscetta ed è proprio Borsellino a convincerlo a dire la verità, a fare dei nomi, a raccontare dei fatti. Inizia così il famoso maxi processo. Dopo 22 processi si dà ragione a tutto ciò che il pool era riuscito a ricostruire su Cosa Nostra. 5 anni dopo la Cassazione conferma il lavoro del pool.

Il 19 gennaio 1988, il giudice Caponneto lascia la magistratura per motivi di salute e tutti si aspettano che la nomina come suo erede naturale passi a Giovanni Falcone. Ma viene nominato Antonio Meli.

Borsellino rilascia in quell’occasione due interviste, una a La Repubblica, l’altra al Corriere della Sera, in cui manifesta in modo chiaro il suo dissenso e lancia un’accusa secondo cui erano in atto tentativi seri di smantellare la procura di Palermo ed il pool antimafia. Il 23 maggio 1992 ha luogo la strage di Capaci in cui muore Giovanni Falcone. Il 19 luglio 1992, la strage di via d’Amelio in cui viene ucciso Giovanni Borsellino.

Da allora si sono susseguiti diversi processi al fine di stabilire la verità rispetto a quest’ultima strage. E sono passati circa 26 anni. Anni nei quali la famiglia Borsellino ha vissuto nella riservatezza e nel silenzio il proprio dolore.

Perché proprio adesso parlare? È la domanda posta a Fiammetta Borsellino.
“Ci siamo sentiti in dovere di denunciare le anomalie relative ai processi sulla strage di Via d’Amelio emerse solo nel processo cosiddetto ‘Borsellino quater’ conclusosi nell’aprile del 2017 rispetto al quale non sono ancora state depositate le motivazioni. Gli organi di stampa non avevano dedicato un’attenzione che un processo di così tale portata avrebbe meritato. Io e la mia famiglia in quegli anni eravamo impegnati a sopravvivere ad un dolore enorme. A dover affrontare anche una malattia di nostra madre che da subito si è manifestata in varie forme avvilenti. Eravamo impegnati, ecco, a non impazzire. Purtroppo in questi casi un rischio del genere c’è perché si rompono molti equilibri. Eravamo impegnati a porre le basi di una vita che fortunatamente ci ha poi portati ad avere quelle famiglie e quei figli che per noi oggi sono la nostra salvezza”.

I magistrati in quegli anni potrebbero essere stati lasciati soli nel loro lavoro contro la mafia secondo la Borsellino.

Penso che se non fossero stati lasciati da soli non sarebbero stati così facilmente vulnerabili. Questo senso di abbandono sicuramente è stato sentito da uomini che hanno poi perso la vita ed è dimostrato da fatti concreti. Mio padre è stato lasciato solo per esempio da quegli stessi uomini delle istituzioni che nei 57 gg seguiti alla strage di Capaci gli avevano ripetuto, quasi in un rito sadico, l’arrivo del tritolo anche per lui, salvo poi non prendere alcun provvedimento necessario per la salvaguardia non solo di mio padre ma anche nostra, dei suoi familiari. Se noi non eravamo con mio padre quel pomeriggio è stato solo un caso considerando che io lo andavo seguendo dappertutto o che lui ci portava con sé dappertutto. Quegli stessi uomini non solo hanno continuato a sussurrare l’arrivo del tritolo per mio padre, ma poi non hanno preso provvedimenti. Mi riferisco per esempio al procuratore Gianmarco che non è mai stato assunto come testimone al processo e che non aveva informato mio padre dell’arrivo di informative Ros [Raggruppamento operativo speciale – dei Carabinieri, ndr.]. di tale genere. Mio padre ricordo che tornò a casa furibondo perché lui era venuto a sapere solo per caso di tale informativa e aveva discusso per questo con il suo superiore. Gianmarco non è stato chiamato a testimoniare, come se avvenisse un omicidio in una scuola e non si interpellasse il preside. Non si è tenuto conto inoltre del fatto che in via d’Amelio al primo piano risiedeva certo Salvatore Vitale che è stato colui che era titolare di un maneggio a Castelbuono, che partecipò al rapimento del piccolo Santino di Matteo, e che il 19 luglio andò via prontamente dalla città salvo poi tornare in via d’Amelio per constatare gli effetti della strage”.

Con il Borsellino quater si rimescolano le carte per effetto delle dichiarazione del pentito Spatuzza che ha smentito le dichiarazioni false di Scarantino, inizialmente ritenuto responsabile dell’omicidio di Borsellino e che avrebbe poi ritrattato dichiarando di essere stato costretto dai Pm e dai poliziotti a depistare le indagini. Ci sono dubbi su come siano andate le cose. L’idea della figlia di Borsellino sull’esito dell’ultima sentenza in cui vi sono stati solo due soli ergastoli uno per Madonia ed uno per Tutino e Scarantino se la cava perché in prescrizione.

“La sentenza è molto forte. Estingue il reato di calunnia nei confronti di Scarantino sancendo che Scarantino è stato determinato alla calunnia da coloro che lo gestivano. Ossia i poliziotti e i magistrati. Mi sono fatta l’idea di un grande pasticcio che mio padre non si sarebbe meritato. Nonostante le avvisaglie dell’inattendibilità di Scarantino, hanno continuato a gestire il processo persone che di mafia non si erano mai occupate. Mio padre si sarebbe invece meritato delle eccellenze. Per esempio la dottoressa Boccassini che si occupò per pochi mesi degli interrogatori aveva intuito l’inattendibilità e aveva la sensazione fosse un tantino eccentrico il comportamento dei suoi colleghi. Si racconta che se ne va sbattendo la porta forse per ammonire i suoi colleghi e anche per tutelarsi rispetto ad una procedura che lei non condivideva.

Noi figli non capiamo il perché per esempio dei dieci colloqui investigativi fatti a Pianosa: uno dei poliziotti ci ha poi svelato che doveva fare compagnia a Scarantino e per questo vennero autorizzati tali colloqui.”

Quella di Via D’Amelio andrebbe considerata come una strage di stato.

“Non ho questa presunzione di dare delle definizioni per il rispetto nei confronti delle istituzione che è la vera eredità di mio padre e perché attendiamo prima l’esito del l’iter processuale – le parole di Fiammetta – Sicuramente so che ci sono state delle parti deviate dello Stato, che hanno preso delle decisioni strategiche che hanno portato a quanto è successo. Per questo ecco ci vorrebbero dei pentiti all’interno dello Stato, ma capisco bene che è più facile che si penta un mafioso che non un uomo delle istituzioni.”

Antonio Buccaro, diventato magistrato negli anni delle stragi, ha dichiarato di sentirsi onorato della presenza di Fiammetta Borsellino. I due eventi tragici del 1992, dice “hanno toccato i sentimenti più profondi di tanta gente che ha vissuto quel senso di ribellione che arriva fino a far gridare ‘Basta’. Dopo quel 19 luglio la gente ha cominciato a pensare che la lotta alle corruttela e alla mafia non fosse più solo questione dei magistrati ma fosse divenuta anche responsabilità di tutti. Ciò ha portato ad un atteggiamento diverso nei confronti della mafia”. Buccaro poi aggiunge

“Il processo Borsellino quater ha portato ad un risultato come ritirare ben 9 condanne. Quasi un’ammissione di responsabilità da parte della magistratura. Ora bisogna capire fino a che punto quei giudici troveranno la forza di rivedere tutto l’iter processuale per arrivare a dare delle risposte ad una intera nazione che chiede giustizia.”

Il dottor Borsellino definisce poi la sua idea del pool antimafia.

“Falcone e Borsellino per la prima volta hanno cercato di ricostruire in maniera puntuale le operazioni della mafia. Ricordiamoci che quando di toccano le tasche della mafia si rompono equilibri inimmaginabili. Capponnetto pensò di notificare l’intera ordinanza in cui si ricostruisce la mafia e si definisce cos’è l’associazione di stampo mafioso in modo che non si potesse più dire non sappiamo cos’è la mafia.”

Fiammetta tiene quindi a precisare. “Noi abbiamo chiesto di fare luce anche sul fatto che mio padre fu sottoposto anche a procedimento disciplinare per le ricostruzioni realizzate. Fu messo alla gogna mediatica. Noi chiediamo chiarimenti anche riguardo a questo.”

Ci sarà sempre la mafia? La domanda quindi rivolta al dottor Buccaro. “Fino a quando ci sarà la voglia di sopraffazione, ci sarà la mafia. Ma noi dobbiamo resistere e ritornare a quei piccoli gesti quotidiani che possono rappresentare una volontà opposta e contraria rispetto all’operato di chi è corrotto o mafioso. La giustizia arriva, seppure con i suoi tempi lenti”.

Segue dunque dibattito con domande da parte del pubblico, tra cui quelle degli studenti del liceo Volta presenti alla serata. Due i punti toccati. La famiglia Borsellino ritiene, dichiara la dottoressa Borsellino, che le commemorazioni degli ultimi anni siano forse state spettacolarizzate “la memoria va sicuramente alimentata” dice “Ho notato però un cambiamento nello stile delle commemorazioni. Non vi nascondo che provo un certo imbarazzo e disagio quando vedo balli e canti. Non sono per la dimensione luttuosa, ma credo che sia giusto mantenere un certo rigore nel soffermarsi su certi episodi. Tali commemorazioni hanno raggiunto un punto di esibizionismo e spettacolarizzazione che potrebbe ritornare ad un rigore necessario. Non per insistere sull’idea del lutto, ma per ritornare all’idea di un certo rispetto”. E poi

Sono orgogliosa di aver avuto un tale padre. Aver il mio cognome è stato anche penalizzante, non un privilegio come si potrebbe pensare. Ma sicuramente sono orgogliosa e provo gioia quando vedo anche mia figlia di soli 7 anni riferirsi alle amiche parlando del nonno”.

A cura di Daniela Iannuzzi

fotogallery enzo maizzi

“Mio padre era un servitore dello Stato” ultima modifica: 2018-03-13T08:33:55+00:00 da Redazione



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