A quindici anni dal femminicidio di Melania Rea, il ricordo resta vivo e doloroso. In occasione dell’anniversario, il fratello Michele ha lanciato un messaggio forte durante l’inaugurazione di una panchina rossa a Teramo: «Voi potete scrivere un futuro diverso, un futuro senza più paura».
La vicenda risale al 18 aprile 2011, quando la giovane madre scomparve nei pressi di Colle San Marco. Due giorni dopo, una segnalazione anonima condusse i Carabinieri nel bosco delle Casermette, dove fu rinvenuto il corpo senza vita della 29enne. La donna era stata colpita con 35 coltellate, in un contesto che gli inquirenti hanno ricostruito come segnato da tensioni familiari e dalla crisi coniugale con il marito Salvatore Parolisi.
La scena del ritrovamento apparve fin da subito anomala: elementi estranei e tentativi di depistaggio, tra cui simboli sul corpo e una siringa conficcata nel torace, lasciavano ipotizzare una messa in scena per sviare le indagini. Secondo la ricostruzione giudiziaria, l’omicidio sarebbe maturato all’interno di una relazione ormai deteriorata, anche a causa di una relazione extraconiugale intrattenuta da Parolisi.
Dietro l’immagine del militare del 235° Reggimento Piceno, infatti, si nascondeva una doppia vita, con una relazione sentimentale parallela che avrebbe aggravato la crisi familiare. Il delitto, secondo i giudici, sarebbe stato il culmine di una situazione ormai esplosiva.
Arrestato nel luglio 2011, Parolisi è stato condannato in via definitiva a 20 anni di reclusione. Oggi si trova nel carcere di Bollate e continua a dichiararsi innocente. Nel tempo, alcuni benefici concessi sono stati revocati a causa della mancanza di un percorso di reale revisione critica e di dichiarazioni pubbliche ritenute inappropriate.
A esprimere il dolore della famiglia anche il padre della vittima, Gennaro, che si interrogava amaramente: «Come si fa a dire che non è crudeltà colpire fino alla morte la donna che dici di amare?».
Intanto, la figlia della coppia, Vittoria, oggi adolescente, vive con i nonni materni a Somma Vesuviana. Nel 2020 ha scelto di cambiare cognome, diventando Vittoria Rea, segnando simbolicamente una distanza definitiva da quella tragedia.
La panchina rossa inaugurata a Teramo rappresenta oggi un simbolo di memoria e impegno contro la violenza sulle donne, affinché una storia così drammatica non venga dimenticata.
Lo riporta leggo.it.



