Manfredonia
A cura di Nicola Di Bari

Cosa sa fare Manfredonia. L’economia della città dopo la grande crisi

La città può uscire dallo stato di insufficiente sviluppo e da un livello di disoccupazione ormai non più sostenibile solo se si fanno nascere nuovi imprenditori


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Un popolo, un Paese, una Città, è in larga parte ciò che sa fare. Fare cose vuol dire inventare e realizzare valore per dare benessere, reddito e dignità alla sua popolazione. A produrre questo valore possono essere imprese, apparato pubblico, organizzazioni private. Così è anche per Manfredonia.

In questo articolo mi occuperò delle imprese attive in città, della loro dimensione, della produttività, della competitività sui mercati esteri, degli assetti organizzativi. Elementi fondamentali per creare un sistema economico capace di dare occupazione e reddito.

Il numero di imprese iscritte alla Camera di Commercio di Foggia che operano a Manfredonia sono 3.422 (dati 2016), di queste 1.334 operano nel settore dell’agricoltura, pari al 39% sul totale imprese, 205 sono le imprese del settore manifatturiero e costruzioni pari al 6% del totale, 900 sono le imprese del commercio pari al 26% del totale, 181 quelle operanti nel turismo pari al 5,2% del totale, 896 quelle operanti nel settore dei servizi pari al 26,2% del totale.

In termini occupazionali l’agricoltura da lavoro a 1.490 persone, l’industria manifatturiera occupa 2.540 individui, il commercio, l’alberghiero e il turismo creano lavoro per 3.743 persone, mentre i servizi occupano 7.372 persone. Le 3.422 imprese operanti a Manfredonia danno lavoro a 15.145 persone. Se rapportiamo il numero dei lavoratori al numero delle imprese abbiamo che in media ogni impresa occupa circa 4 unità. Se entriamo più nel dettaglio, il numero degli occupati in media nel settore agricolo è pari a 1,1 unità, nell’industria è pari a 12,4 unità, nel commercio, alberghiero e turismo l’indice è di 4,1 unità mentre per il settore servizi abbiamo 8 unità in media per impresa.

Il PIL generato dalle imprese della città è complessivamente pari a circa 864 mln di euro, di cui 55 mln riguardano l’agricoltura, 182 mln l’industria e 627 mln i servizi. Rapportando il valore aggiunto creato dalle imprese al numero delle imprese abbiamo che in media ogni impresa genera 252 ml euro circa di valore aggiunto annuo. Nel dettaglio per ogni impresa agricola in media il valore aggiunto creato è pari a pari a Euro 41 ml, per ogni impresa industriale il valore aggiunto generato in media è pari a 887 ml euro, il commercio, l’alberghiero, la ristorazione e i servizi in generale danno un valore aggiunto medio per impresa di 699 ml.

Questi dati dimostrano che l’economia della città è fortemente frammentata perché conta molte imprese con, in media, pochi addetti ciascuna. I limiti di questo modello sono del tutto evidenti in un’economia globalizzata nel quale l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), richiedono radicali mutamenti organizzativi nelle imprese per sfruttare appieno gli incrementi di produttività che le Ict consentono; quindi, una maggiore integrazione commerciale dei mercati (globalizzazione), con la conseguente crescente pressione concorrenziale dei paesi soprattutto asiatici (Cina in particolare) che colpisce severamente i prodotti italiani a bassa dotazione di innovazione tecnologica.

In altre parole molte delle nostre imprese sono fornitrici di altre imprese e non vendono al consumatore finale, fenomeno estremamente accentuato nel settore agricolo e industriale. Per vendere su mercati più ampi e a livello globale direttamente ai consumatori finali e quindi su una scala di massa, occorre una potenza di fuoco che una piccola impresa in genere non ha. Bisogna saper ricercare e progettare, curare il marketing e l’assistenza alla clientela, sopportare costi ingenti per acquisire informazioni sui mercati non domestici per adattare i prodotti e i servizi alle specifiche richieste della

clientela, agli standard di produzione e di qualità vigenti negli altri paesi. In altri termini la limitata dimensione delle imprese è una delle conseguenze dell’insufficiente sviluppo economico della nostra città, poiché la piccola dimensione delle imprese non porta innovazione e maggiore produttività e non è attrezzata a fronteggiare la nuova divisione internazionale del lavoro della produzione, soprattutto nei segmenti più innovativi.

E’ ormai un dato inconfutabile che la grande dimensione consente all’impresa di generare due fattori determinanti per il successo duraturo suo proprio e del paese in cui è basata: capacità innovativa costante, che assicuri e alimenti nel tempo il vantaggio competitivo con una capacità di aggredire il mercato globale con la forza del marchio riconosciuto e di un’organizzazione capillare.

In altri termini, la forza di un’economia sta nel numero e nella forza delle grandi imprese che sono le uniche in grado di fare innovazione e miglioramenti di produttività generando più ricchezza e occupazione avendo come mercato di riferimento l’intero pianeta. Tante piccole imprese non possono essere capaci di trarre tutti i frutti di innovazione e di produttività offerti dalle nuove tecnologie e dall’avventurarsi su mercati lontani, poiché sono richiesti grandi investimenti e risorse umane di grande qualità professionale.

Quali allora le strategie per creare i fattori abilitanti allo sviluppo economico?

Oltre mezzo secolo fa la produttività e il progresso tecnico erano considerati fattori decisi per lo sviluppo economico e occupazionale. Oggi si va alla ricerca di ciò che determina la produttività e il progresso tecnico trovandolo nella capacità dell’impresa, dell’economia, di una società-comunità, di imparare continuamente, nel dinamismo, nell’inventiva endogena, nel gusto della sfida intellettuale e imprenditoriale.

Una tale capacità si può trovare iscritta nella cultura e nei costumi di una nazione, di un territorio, di una città, per una favorevole congiuntura storica. Oppure può essere costruita e alimentata, da una ragionata azione politica e collettiva oltre che dall’impulso creativo degli imprenditori. In altri termini ci vuole quella che J.F. Kennedy in un suo discorso di oltre mezzo secolo fa definì “l’onda che solleva tutte le barche” .Trasposta alla nostra città e più in generale al nostro Paese, occorre una politica organica che migliori il clima generale entro cui gli imprenditori e le imprese vivono, dall’ordinamento giuridico, alla legalità, all’efficienza della P.A. al sistema educativo e alla Finanza.

Da dove iniziamo? Dalle imprese e dagli imprenditori.

Le imprese devono cambiare radicalmente il proprio modello di business, di gestione e di organizzazione, siano esse a partecipazione pubblica che private.

Nulla è più importante per il futuro della città e il benessere dei cittadini che la crescita e la produttività. Le imprese della città, quelle ancora rimaste in piedi e non distrutte dalla crisi, devono ricercare nuove opportunità di prodotti e di mercati, attraverso innovativi modelli di organizzazione e di management.

La piccola dimensione è un ostacolo alla crescita. In un mercato globalizzato, per sopravvivere e competere è necessaria la grande dimensione, per poter accedere alle più innovative competenze nel campo manageriale, da quelle tecniche a quelle finanziarie, organizzative e di marketing.

Pertanto, le aziende per sopravvivere devono entrare in rete per coordinare le varie anime imprenditoriali e convogliare le spinte dei singoli in un unico progetto vincente riguardante iniziative nuove.

E’ una sfida non facile poiché l’imprenditore non vuole delegare parti importanti delle sue funzioni a manager esterni alla famiglia e non ha la cultura dello stare insieme e del fare insieme ad altre imprese mettendo in comune know how . Molti territori più sviluppati del nostro sono riusciti a uscire dalla crisi grazie alla rete. E’ ora di mettere da parte invidie, gelosie, rivalità tra imprese e cercare di cooperare mettendo a fattor comune conoscenze, esperienze e qualità manageriali.

La crisi ci ha insegnato che se si è piccoli e sottocapitalizzati è praticamente impossibile stare al passo con la concorrenza, anche se si hanno prodotti di qualità. Essere grandi, entrare in rete, non è più una scelta è una necessità. Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman sostiene che ci troviamo nel mondo dell’economia di scala, ovvero per sopravvivere nell’attuale contesto economico contano le dimensioni delle imprese al fine di abbattere i costi fissi e accedere verso mercati di più ampie dimensioni.

Le medie imprese hanno una migliore capacità di resistenza, soprattutto finanziaria, rispetto alle piccole, oltre ad avere una tendenza a migliorare i contenuti dei propri prodotti, dei processi produttivi al fine di essere maggiormente competitivi sui mercati internazionali con aumenti significativi di produttività.

La sfida futura è la contrapposizione tra imprese medie e grandi con alta dotazione di conoscenze e imprese piccole con bassa dotazione di conoscenza. In tale scenario lo sviluppo aziendale tramite alleanze è di vitale importanza, e si concretizza in un approccio gestionale, un’attitudine nel modo in cui si gestisce il business (condivisione degli stessi fornitori e degli stessi canali distributivi, sistemi informatici, ecc). Deve di fatto avvenire un mutamento antropologico del nostro sistema produttivo.

I sistemi di aggregazione per raggiungere le dimensioni ottimali e per aumentare il numero di aziende di medio taglio devono moltiplicarsi, e alla crescita quantitativa si deve abbinare una evoluzione qualitativa, con classi dirigenti e imprenditori con più solide competenze manageriali. In altre parole si deve passare da un sistema chiuso, gerarchico e lineare, a un sistema a rete, aperto e complesso che riporti la produttività dei fattori a livelli europei. I lavori di Bloom, Sadun e Von Reemen, in particolare, mostrano che la qualità delle pratiche gestionali influisce sulla produttività aziendale sia nel breve, sia nel lungo periodo. Secondo Banca d’Italia laddove la gestione è familiare le pratiche di management sono peggiori, c’è meno efficienza e la propensione a innovare e internazionalizzare è inferiore.

Un sistema di governo efficiente è altresì uno dei criteri di selezione di investimento da parte degli operatori istituzionali di mercato verso le imprese.

La città può uscire dallo stato di insufficiente sviluppo e da un livello di disoccupazione ormai non più sostenibile solo se si fanno nascere nuovi imprenditori. Creare un contesto favorevole e convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini familiari, premiare il coraggio e l’inventiva, disincentivare le rendite di posizione: questo è l’impegno primario della politica.

A cura di Nicola Di Bari
fonte www.comunitaeterritorio.it

Cosa sa fare Manfredonia. L’economia della città dopo la grande crisi ultima modifica: 2018-06-13T00:41:55+00:00 da Redazione



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