Cultura
A cura di Maria Teresa Perrino

LE TROIANE di Euripide: Le Donne e la Guerra


Di:

Foggia, 13 giugno 2019. Ieri serata sono andate in scena, al Teatro Giordano di Foggia, le TROIANE, tragedia greca rappresentata dalla compagnia GLI…INCERTI del Liceo classico “V. Lanza” di Foggia.
Sono dieci anni che il regista Michele d’Errico si è assunto il compito di formare una compagnia IN…STABILE, nel senso che quando i giovani attori, che sono tutti alunni di varie classi anche d’età del classico, completano il ciclo di studi e si allontanano, altri ne prendono il posto, assicurando un progetto culturale instabilmente stabile nella sua consolidata tradizione. E anche quest’anno si è ripetuto il miracolo di giovanissimi che, appassionati del mondo classico e guidati dalla mano esperta e professionale del Regista, hanno dato voce e volti alla parole che solitamente si leggono solo sui libri. Ma il teatro, e quello greco che è il modello del teatro occidentale, va “agito” da attori che incarnano i personaggi e va “visto” dagli spettatori in tutta la sua complessità comunicativa, che la sola lettura non può garantire.

Ci sono i gesti, i movimenti del corpo, il tono della voce, tutto quello che rende ancora più ricco e significativo il messaggio delle parole.

L’argomento della tragedia è la dolorosa riflessione mista a lucido lamento delle donne della città di Troia dopo la conquista da parte dei Greci, capitanati da Agamennone, che ha condotto con il suo esercito una guerra di ben dieci anni per restituire a suo fratello Menelao la consorte Elena, fuggita con il bel troiano Paride, mentre quest’ultimo era ospite nella loro casa e nel loro regno.

Impossibile per il mondo greco disonorare l’ospitalità. Ed ecco il motivo della guerra, lunga, estenuante e ora finalmente vinta. Euripide, il tragediografo greco del V sec., nel mettere in scena questa tragedia presenta la situazione dopo la conquista di Troia, a cose già avvenute. Non è una tragedia che ci avvince per la trama avventurosa; piuttosto ci conquista per le scene che inquadrano la reazione delle donne troiane nei momenti in cui assistono alla sconfitta della loro patria, alla morte dei loro uomini, e al loro trasferimento come schiave, loro che sono moglie di re e figlie e nuore di re, in Grecia.

Tutto è perduto. Troia non esiste più. Sembra tutto finito. E invece Euripide ci rivela che non è stato ancora messo un limite all’orrore.

Ecuba, la regina madre, raccoglie intorno a sé le donne più giovani, schiave e future concubine dei vincitori in una terra sconosciuta, di cui sarà il punto di riferimento nel destino che le aspetta. Cassandra, profetessa inascoltata, prefigura anche il destino di morte che si abbatterà anche sui vincitori, troppo arroganti nella loro vittoria, per uscirne del tutto indenni. Andromaca, la moglie dell’eroe per eccellenza, Ettore, è maldestramente ricattata dal vincitore che le impedisce anche di dare sfogo al dolore per la morte del figlio. Elena, che tutti considerano la vera colpevole di tanta rovina, tiene orgogliosamente testa alle parole accusatrici e sagge della regina madre, mostrando come un discorso capzioso e manipolatore può trionfare su chi invece descrive i fatti con onestà.

Come mai Euripide dà voce alle donne quando sappiamo che tre millenni fa esse non avevano nessun diritto, nemmeno quello di parlare?
Anche in Italia, nella provincia soprattutto, fino agli anni Sessanta del secolo scorso le donne non avevano molta libertà di azione fuori dalle pareti domestiche, in una condizione di subordine all’uomo. Ma come le nostre nonne, sebbene non libere di uscire o di contare qualcosa per la società, erano dominae, padrone della loro casa di cui amministravano la oikonomìa, così le donne greche, eterne bambine per i loro padri, mariti e fratelli, almeno in casa avevano un potere quasi assoluto sulle serve, sulla piccola azienda che era la famiglia e sull’educazione dei figli. Sempre garantendo i valori dei maschi, naturalmente. Ma alcune di loro riuscivano a mantenere almeno la mente libera nella prigione del gineceo, in quei loro appartamenti riservati e invisibili al mondo. E mentre stavano al chiuso, esploravano non solo l’interno dello spazio domestico ma anche l’interiorità dello spirito, arrivando a comprendere tante cose.
Euripide, intellettuale intelligentissimo, non ha paura di cedere loro la parola e il giudizio sull’orrore della guerra, intuendo che l’isolamento può produrre anche profondità di sentimenti e di umana comprensione. Proprio perché provate dalla sofferenza di essere donne, dunque una nullità.

E queste donne danno voce alla coscienza collettiva di tutti, degli spettatori del V secolo e di noi spettatori di oggi.
Esse giudicano il vincitore, che nella sua arroganza nemmeno si accorge di essere giudicato. Creano un legame che le terrà unite per non perdere la loro dignità e la loro identità di persone in terra straniera. Ma soprattutto sono le protagoniste ideali per denunciare gli orrori della guerra, quando Ecuba, che raccoglie tutte le prigioniere per l’ultima volta intorno a sé e che rimarrà per sempre la loro guida spirituale, anche se lontana schiava in terra di Ulisse, in quanto donna consapevole di cosa sia la famiglia, piange il piccolo nipote ucciso solo perché egli non deve diventare, come suo padre Ettore, un eroe cioè in grado di riscattare la città al momento vinta. Con Ecuba che piange sul corpo del nipote si denuncia l’orrore più grande della guerra di Troia e di tutte le guerre: i padri e le madri che piangono i giovani figli, morti prima di loro, in un mondo che ha rovesciato le normali leggi della natura. E che rende gli uomini predatori di tutto ciò che incontrano, compreso l’onore e la dignità delle ragazze.

C’è tutto il dolore universale causato dalla cattiveria umana in questa tragedia. La sofferenza, espressa con lucidità. In una sorta di seduta psicoanalitica collettiva, per effetto della quale il pubblico usciva dal teatro ateniese cambiato rispetto a quando vi era entrato.

“Ora capisco”, è il motto del teatro greco.

Perché tutti capivano.

E ora anche noi.

E non è un caso che le Troiane siano state riprese e rappresentate in tempi particolarmente difficili per l’umanità (a conclusione della seconda guerra mondiale, per esempio, o durante il più recente conflitto con la Serbia).
Forse nemmeno la scelta di questa tragedia da parte di Michele d’Errico è casuale.

fotogallery

 

In questa tragedia le Vittime giudicano i Carnefici. Come Primo Levi ci testimonia che è avvenuto anche per gli Ebrei nei confronti dei loro carnefici, in quel laboratorio del male assoluto che è stato il lager. Non trascurabile per noi moderni nemmeno la rappresentazione efficace dell’arte di manipolare i fatti, di omettere o di cambiarli secondo la propria convenienza.
Con questa arte Elena, si intuisce, riuscirà a rabbonire il marito tradito.

Ogni adulto ha tanto da meditare.

Per i giovani studenti fare teatro, e questo teatro in particolare, è una opportunità unica nella vita. Imparano e capiscono anche loro, diventando voce e corpi. Imparano e capiscono in modo indelebile tutti i loro giovani compagni di scuola che li guardano, li ascoltano, ne rimangono affascinati e colpiti. La regia sicura e matura di Michele D’Errico ha guidato le giovani attrici.

La Ecuba materna e saggia e combattiva della incantevole Angelica Stelluto, che ne ha saputo sottolineare tutti i toni, dominando la scena dall’inizio alla fine. Polissena, cui ha dato voce Alice Sammartino, alla sua prima prova, superata brillantemente con una recitazione perfetta. La Cassandra di Beatrice di Leo ha spaziato con una sicurezza sorprendente fra tutte le corde dei sentimenti del personaggio, dal tono straniato e profetico a quello della furia che la invade nel prevedere la morte dei nemici, fino al grido di liberazione finale “Evoè”: perché la partenza e la morte sono, nel ribellismo di queste infelici, una forma di liberazione. E poi c’è Andromaca di Chiara Ferrazzano, che ha saputo trovare i toni giusti per raccontare di giovane vedova che parla alla pari con Ecuba e di una madre cui strappano il figlio dalle braccia: pura soavità. E infine, ma non ultima, Elena, interpretata stupendamente da Benedetta Curato, nella disinvoltura incantatrice della donna più bella del mondo.

Accanto a loro Nicolò Farina (Taltibio) e Andrea Tosches (Menelao).

E intorno il Coro straordinario delle donne di Troia. Ognuna di loro indossa un costume che richiama tutti i conflitti che si sono avuti, senza soluzione di continuità, dalla seconda guerra mondiale a oggi: “ogni” donna – è l’intuizione del regista – si trova “ogni” volta di fronte allo stesso scenario di orrore nel corso della storia. Suggestivi per questo scopo risultano anche i soldati vincitori, vestiti con le borchie che rimarcano la durezza della loro corazza, scintillanti e freddi di fronte al dolore.

Tante sono dunque le ragioni per assistere ad una serata straordinariamente bella.

Al punto che gli Ateniesi, per non privare nessuno del piacere della partecipazione ad una rappresentazione di questo genere, davano i biglietti gratis a chi non poteva permettersi di acquistarli!

Un po’ come è accaduto a noi stasera, di fronte a questo immenso regalo.

Maria Teresa Perrino

LE TROIANE di Euripide: Le Donne e la Guerra ultima modifica: 2019-06-13T13:11:21+00:00 da Redazione



Vota questo articolo:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest

Share This