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MONICA CALO' Il “cacciatore di anoressiche”: 28 anni fa il delitto di Monica Calò

Il 14 luglio 1998 Monica Calò venne uccisa a 29 anni sul lungolago di Intra, a Verbania, in un delitto che sconvolse l'Italia

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
13 Luglio 2026
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Il 14 luglio 1998 Monica Calò venne uccisa a 29 anni sul lungolago di Intra, a Verbania, in un delitto che sconvolse l’Italia e che ancora oggi viene ricordato come uno dei casi più drammatici di violenza contro una donna. All’epoca il termine femminicidio non era ancora entrato nel linguaggio comune, ma la dinamica dell’aggressione anticipava molte storie di violenza di genere emerse negli anni successivi.

La vittima era una giovane studentessa di logopedia originaria di Domodossola. Il suo assassino fu Marco Mariolini, antiquario di Pisogne, in provincia di Brescia, allora quarantenne, sposato e padre di due figli.

Il giorno dell’omicidio Monica aveva accettato di incontrare l’ex compagno sul lungolago di Intra, una zona scelta proprio perché pubblica e frequentata. La donna sperava che la presenza di altre persone potesse garantirle sicurezza. Mariolini arrivò con degli asciugamani, ma nascose un coltello. Dopo averla costretta a seguirlo, la aggredì e la colpì 22 volte, lasciandola morire sulla sabbia davanti al Lago Maggiore. Tentò poi di fuggire a nuoto, ma venne raggiunto e arrestato.

La storia emerse in tutta la sua drammaticità anche per il rapporto che aveva legato i due. Monica aveva conosciuto Mariolini attraverso un annuncio sui giornali. L’uomo cercava donne caratterizzate da una magrezza estrema, una condizione che lui stesso definiva parte della propria ossessione.

Secondo le ricostruzioni, nel corso della relazione Mariolini esercitò su Monica un controllo sempre più forte, imponendole restrizioni alimentari, isolandola dai familiari e spingendola verso una grave perdita di peso. La giovane arrivò, secondo alcune fonti, a pesare circa 35 chili, perdendo anche il ciclo mestruale.

A rendere ancora più inquietante la vicenda fu la pubblicazione, nel 1997, del libro autobiografico “Il cacciatore di anoressiche”, nel quale Mariolini raccontava la propria ossessione per le donne estremamente magre e si definiva «anoressofilo». Nel volume descriveva la sua attrazione come una condizione presente fin dall’infanzia e raccontava la ricerca di partner attraverso annunci.

Nel libro compariva anche un passaggio che, dopo l’omicidio, apparve come una tragica anticipazione della violenza: Mariolini scriveva che avrebbe potuto uccidere Monica se lei non avesse accettato di tornare con lui. Durante la presentazione del testo arrivò persino ad ammettere di essere «potenzialmente pericoloso». Alla donna aveva regalato una copia con una dedica significativa: «Con amore e con odio».

Prima dell’omicidio si era già verificato un episodio di estrema violenza. Durante una cena al ristorante, Mariolini avrebbe aggredito verbalmente Monica dopo che lei aveva ordinato un piatto di gnocchi invece del consueto tè. La donna tentò di allontanarsi, ma lui la inseguì e la schiaffeggiò.

Tornati a casa, secondo la ricostruzione giudiziaria, Mariolini la costrinse a spogliarsi e a dormire al freddo. Monica, esasperata, lo colpì più volte alla testa con un martello mentre lui dormiva. L’uomo venne ricoverato in gravi condizioni, mentre lei fu successivamente condannata per quel gesto: la Corte riconobbe però che la sua capacità di autodeterminazione era stata fortemente condizionata dalle violenze subite, disponendo un anno di arresti domiciliari.

Dopo quell’episodio Monica decise di chiudere definitivamente la relazione. Mariolini iniziò però a perseguitarla con telefonate, lettere e minacce, arrivando a minacciare anche il suicidio. La donna e i familiari presentarono denuncia chiedendo interventi restrittivi, ma l’uomo riuscì comunque a ottenere un ultimo incontro facendo leva sulle sue paure e sulla compassione.

Quel 14 luglio 1998 Monica accettò di vederlo in un luogo pubblico. Una scelta che non riuscì a salvarla.

Durante il processo Mariolini venne sottoposto a due perizie psichiatriche. Una prima valutazione ipotizzò una ridotta capacità di intendere e volere, mentre la seconda lo descrisse come una persona con tratti psicopatici e narcisistici, ma pienamente consapevole delle proprie azioni al momento dell’omicidio.

Il 30 marzo 2000 la Corte d’assise di Novara lo condannò a 30 anni di reclusione con rito abbreviato. In aula Mariolini non mostrò pentimento e arrivò a definirsi una «vittima» al pari della donna che aveva ucciso. Scontò integralmente la pena fino al 2021 e, dopo la scarcerazione, fu trasferito in una struttura psichiatrica per la persistente pericolosità sociale.

La vicenda ispirò anche il cinema italiano. Nel 2004 il regista Matteo Garrone realizzò il film “Primo amore”, con Vitaliano Trevisan e Michela Cescon. Nella pellicola la storia viene reinterpretata: l’antiquario diventa un orafo e Monica assume il nome di Sonia, con il racconto concentrato soprattutto sul controllo del corpo e sulla progressiva distruzione psicologica della vittima.

A quasi tre decenni di distanza, il delitto di Verbania resta uno dei casi più emblematici di una violenza maturata all’interno di una relazione segnata da ossessione, controllo e sopraffazione.

Lo riporta leggo.it.

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