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A14 ARRESTI Tentato assalto a un portavalori sull’A14: quattro arresti, contestato il metodo mafioso

L’operazione coordinata dalla Procura distrettuale di Ancona. Gli indagati, di origine pugliese, sono accusati a vario titolo di tentata rapina, tentato omicidio e ricettazione

AUTORE:
Michele Solatia
PUBBLICATO IL:
13 Agosto 2026
Cerignola // Cronaca //

Quattro persone di origine pugliese, di età compresa tra 45 e 58 anni e già note alle forze dell’ordine, sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito delle indagini sul tentato assalto a due furgoni portavalori avvenuto il 27 ottobre lungo l’autostrada A14, nel territorio di Porto Recanati, in provincia di Macerata.

Il provvedimento è stato eseguito dagli investigatori della Squadra Mobile di Macerata, della Sezione investigativa del Servizio centrale operativo di Ancona e del Reparto operativo–Nucleo investigativo dei Carabinieri di Macerata, con la collaborazione della Squadra Mobile di Foggia.

Gli indagati sono ritenuti responsabili, in concorso e a vario titolo, di tentata rapina, tentato omicidio e ricettazione. I reati sono aggravati, secondo l’accusa, dall’agevolazione e dal metodo mafioso.

L’assalto sull’autostrada

L’operazione, diretta dalla Procura distrettuale di Ancona con il coordinamento della Procura nazionale antimafia, trae origine dal tentato assalto compiuto da un commando formato da almeno dieci persone.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, i rapinatori, con il volto coperto da passamontagna, avrebbero utilizzato cinque automobili risultate rubate per raggiungere due blindati della società di vigilanza Vedetta 2 Mondialpol. I mezzi, partiti da Jesi e diretti al caveau di Civitanova Marche, trasportavano complessivamente una somma ingente: uno dei furgoni custodiva circa 2 milioni e 900mila euro.

Per bloccare il traffico e ostacolare l’intervento delle forze dell’ordine, il gruppo avrebbe disseminato la carreggiata di chiodi a tre punte e collocato di traverso un autoarticolato. Sarebbero stati poi esplosi diversi colpi di kalashnikov contro i blindati, alcuni dei quali all’altezza del parabrezza.

Dopo aver costretto i portavalori a fermarsi, gli assalitori avrebbero posizionato un ordigno sulla fiancata di uno dei mezzi, nel tentativo di far esplodere la cassaforte. Il colpo, tuttavia, non andò a segno.

Le indagini e gli arresti

Nelle ore immediatamente successive all’assalto, tre persone originarie dell’area di Cerignola erano state arrestate in flagranza con le accuse di tentata rapina aggravata e tentato omicidio. Attualmente si trovano in carcere in attesa di giudizio.

Le successive indagini, condotte congiuntamente dalla Polizia di Stato e dall’Arma dei Carabinieri, avrebbero permesso di raccogliere gravi indizi anche nei confronti degli altri quattro indagati.

Decisivi sarebbero stati l’esame dei tabulati telefonici, l’analisi delle immagini registrate dalle telecamere, i sopralluoghi e gli accertamenti sul DNA effettuati dalla Polizia scientifica e dal Ris. Gli elementi acquisiti avrebbero consentito agli inquirenti di ricostruire i ruoli e le condotte attribuiti ai partecipanti all’assalto.

L’aggravante del metodo mafioso

La Procura contesta anche l’aggravante del metodo mafioso. L’azione, secondo gli investigatori, sarebbe stata condotta con modalità paramilitari, attraverso l’impiego di armi da guerra ed esplosivi e con una forza intimidatoria assimilabile a quella delle organizzazioni mafiose.

L’assalto avvenne in pieno giorno, mettendo in pericolo le guardie giurate e gli automobilisti in transito. I colpi esplosi contro il parabrezza blindato di uno dei mezzi hanno portato gli inquirenti a contestare anche il tentato omicidio.

Le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, successivamente riscontrate dagli investigatori, avrebbero inoltre evidenziato una presunta collaborazione tra i gruppi specializzati negli assalti ai portavalori e alcune organizzazioni mafiose pugliesi.

Secondo l’ipotesi accusatoria, le “batterie” di rapinatori agirebbero con il nulla osta, o su richiesta, dei clan, dai quali riceverebbero armi, finanziamenti e supporto logistico. In cambio, le organizzazioni criminali otterrebbero una parte consistente del bottino.

I proventi degli assalti verrebbero poi impiegati per finanziare altre attività illecite, tra cui l’acquisto di sostanze stupefacenti, oppure reinvestiti in esercizi commerciali, ristoranti e attività legate ai giochi e alle scommesse. Una parte delle somme, secondo quanto riferito dai collaboratori, sarebbe destinata anche al sostentamento delle famiglie degli affiliati detenuti.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. In base al principio della presunzione di innocenza, le responsabilità degli indagati potranno essere definitivamente accertate soltanto con una sentenza irrevocabile di condanna.

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