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NICOLA CIUFFREDA Foggia ha un debito di memoria verso Nicola Ciuffreda. “Il silenzio sulla sua morte oggi è assordante”

"A trentasei anni dall’assassinio dell’imprenditore che rifiutò di pagare la mafia, è tempo di restituire pienamente la sua storia alla coscienza pubblica"

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
13 Settembre 2026
Cronaca // Foggia //

“Foggia ha un debito di memoria verso Nicola Ciuffreda.

Sono trascorsi trentasei anni dal suo assassinio ed è arrivato il momento di riportare pienamente la sua storia nella memoria pubblica della nostra città. Per troppo tempo, quella di Ciuffreda è rimasta una ferita nascosta di Foggia. E il silenzio che ha circondato quella ferita oggi è assordante.

Nicola Ciuffreda era un imprenditore edile. La criminalità gli aveva imposto richieste estorsive enormi: inizialmente due miliardi di lire, successivamente cinquecento milioni. La relazione della Commissione parlamentare antimafia, richiamando gli atti del processo Panunzio, descrive la sua scelta con parole semplici e terribili: «Nicola Ciuffreda non si arrese, si rifiutò di pagare».

Il 14 settembre 1990 venne assassinato. Otto proiettili lo raggiunsero mentre entrava nel suo cantiere insieme al figlio.

Quell’omicidio non riguardava soltanto Nicola Ciuffreda. Era un messaggio rivolto all’intera città e, in modo particolare, al mondo imprenditoriale: alle richieste della mafia si doveva obbedire. Chi sceglieva di non piegarsi doveva conoscere il prezzo che avrebbe potuto pagare.

È questo a rendere la vicenda di Ciuffreda ancora più significativa. Fu vittima della mafia in una Foggia nella quale l’antimafia sociale che conosciamo oggi ancora non esisteva. Accadde prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, prima che nel Paese maturasse una coscienza collettiva tanto forte contro le organizzazioni mafiose.

Allora era molto più facile rimanere soli.

Alla ferita dell’omicidio se ne aggiunse presto un’altra. Il delitto avvenne il 14 settembre 1990. Già il 5 marzo 1991, meno di sei mesi dopo, l’indagine preliminare venne definita con una richiesta di archiviazione, perché gli autori erano rimasti ignoti.

Fu individuato il responsabile del tentativo di estorsione, successivamente condannato a quattro anni. Ma si smise di cercare gli esecutori materiali e i mandanti dell’assassinio. Le indagini su un delitto di straordinaria gravità vennero chiuse in tempi estremamente rapidi.

Oggi sarebbe difficile immaginare che l’omicidio di un imprenditore sottoposto a estorsione possa essere archiviato tanto velocemente senza aver percorso ogni possibile strada investigativa.

Esiste, inoltre, un elemento che rende ancora più doveroso continuare a interrogarsi. Per la vicenda Ciuffreda, la Commissione parlamentare antimafia richiama espressamente la sentenza pronunciata il 15 luglio 1997 dalla Corte d’Appello di Bari nell’ambito del processo Panunzio.

Da tempo il presidio di Libera intitolato a Nicola Ciuffreda e Francesco Marcone chiede verità e giustizia, ricordando un passaggio di quella sentenza: l’uccisione di Ciuffreda sarebbe stata decisa dalle stesse persone che, due anni più tardi, ordinarono l’assassinio di un altro imprenditore, Giovanni Panunzio.

È una richiesta che condivido e che le istituzioni non possono ignorare.

In questi trentasei anni la conoscenza della mafia foggiana è cambiata profondamente. Ci sono stati processi, condanne e importanti operazioni antimafia. Sono emerse le dichiarazioni di collaboratori e testimoni di giustizia. Quella che nel 1990 non veniva ancora compresa pienamente come una mafia radicata, strutturata e organizzata è stata successivamente riconosciuta come tale nelle aule giudiziarie.

Ricordare Nicola Ciuffreda significa allora avere il coraggio di porre una domanda: alla luce di tutto ciò che è emerso negli anni successivi, esistono oggi le condizioni per riaprire le indagini sul suo assassinio?

Non spetta alla politica individuare i responsabili, formulare accuse o sostituirsi alla magistratura. Sarebbe profondamente sbagliato. Ma la politica e le istituzioni hanno il diritto — e, a mio giudizio, il dovere — di chiedere che venga verificato se gli elementi raccolti nei trentasei anni trascorsi possano consentire una nuova valutazione investigativa.

Occorre fare tutto ciò che è possibile per capire se quella pagina possa essere riaperta.

La memoria, infatti, non può ridursi alla commemorazione. Se esiste anche una sola possibilità di avvicinarsi alla verità, quella possibilità deve essere esplorata fino in fondo dalle autorità competenti.

Nicola Ciuffreda non può diventare soltanto un nome pronunciato una volta all’anno. La sua storia racconta il momento in cui la mafia foggiana cercava di imporre con la violenza la propria legge all’economia della città. Racconta la solitudine di un uomo che rifiutò quella legge, scegliendo di non piegarsi. Ma racconta anche una Foggia che allora non seppe reagire con la forza e l’unità che sarebbero state necessarie.

Una vittima della mafia non può morire due volte: la prima per mano dei suoi assassini, la seconda nell’oblio della propria città.

Per questo lunedì Foggia ricorderà Nicola Ciuffreda. Non per celebrare un rito, ma per restituirgli il posto che merita nella storia e nella coscienza della nostra comunità”.

Giulio De Santis
Assessore alla Legalità del Comune di Foggia

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