Macondo

Macondo – la città dei libri


Di:

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. (Gabriel Garcia Marquez)
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∞ In un mondo d’apocalissi ipotetiche ∞
di Piero Ferrante

Finisci di leggere l’ultimo rigo di “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, chiudi la copertina, la guardi un secondo, giusto il tempo di strabuzzare gli occhi, e d’istinto, pensare: “Adesso è chiaro. Ci stanno prendendo tutti per il culo”. Potere di Martin Caparròs. Formalmente, uno studioso, un traduttore di fama mondiale, direttore di svariate riviste culturali. Sostanzialmente, molto più praticamente, uno che parla chiaro, usando le parole senza stringere loro la mano previo accordo riparatore.

“Non è un cambio di stagione”, d’altronde, lo esige quale precondizione. Perché a proposito di mutamento climatico, di apocalissi del tempo atmosferico, di alterazione della temperatura si è scritto tanto e detto altrettanto. Di riffa o di raffa, con cognizione di causa o meno, ne hanno discettato tutti. Figuri e figurine. Tanti colletti bianchi, frotte di politici. Elogisti alla ricerca dell’attenzione mediatica, gruppi virtuali e comitati spontanei. E questo, leggendo Caparròs, è stato un gran problema. Già perché, insinuandosi nel discorso, ciascuno con il proprio interesse tangibile, ciascuno con la propria consunta radicalità, l’hanno posto – il discorso – a servizio di una parte. Per farne soldi, come nel caso degli affaristi verdi, dei Gore e degli Annan, degli speculatori verdi e di quelli verdastri che, prima ancora della temperatura sulla Terra, hanno visto crescere, e notevolmente, il proprio conto in banca. Oppure, come nel caso degli ecololò, per dare un senso al proprio dolore, alla propria solitudine. Per indirizzare il terrore dell’uno sulla strada dei molti.

Ma Caparròs è brutale e insensibile e non cede alle stime. Di volo in volo, percorre quelle che per noi si conformano come 270 pagine. E che per lui sono, appunto, stracci di apocalissi, parentesi di mondo sull’orlo della fine. Dieci tappe, dall’Amazzonia a New Orleans, dalla foresta tropicale fino alla culla dell’uragano Katrina. In mezzo, l’Africa, l’Australia, la Polinesia. Parti di mondo e spesso mondi a parte, ciascuno raccontato attraverso gli occhi di un viaggiatore critico ed inquieto, ironico e spietato, ma anche nelle storie di chi gli antipasti della fine li ha vissuti e li sta vivendo. Ragazzi, per lo più, alle prese con la siccità o con le inondazioni, intimoriti dalla spada di Damocle dell’innalzamento del livello dei mari. Tutti identicamente preoccupati, ma tutti identicamente impegnati a non rassegnarsi. Nessuno spezza il filo con la propria terra. Nessuno la abbandona. Messias è sempre in Brasile, guru della Permacultura; Mariana non è scappata dal Niger; la casa di Youness è sempre Rabat e quella di Kilom è Majuro.

Per loro, Caparròs conia una fine che quasi è martirologica: “Il cambiamento climatico sembra una minaccia democratica. Si ha l’impressione che minacci tutti, allo stesso modo (…)Non è vero: la lista dei paesi più minacciati assomiglia molto alla lista dei paesi più poveri”. Pagheranno per tutti. Pagheranno per uno sviluppo che non hanno mai avuto, perché frenati dalla gola dei grandi paesi industrializzati. Pagheranno anche per colpa di quelli che chiama ecololò, fautori strenui di una causa che snobba l’altrui per rivolgersi al proprio ego. “L’ecologia è come la solidarietà degli individualisti”. Fuggire di fronte al pericolo ignorando che, accanto, ci sono altri uomini ed altre donne. Puro istinto di sopravvivenza. O, se vogliamo, di conservazione. Della specie. Della razza. Eppure, la riflessione di Caparròs, che punta a privilegiare il soddisfacimento dei diritti collettivi elementari alle istanze dei teoreti dell’ecologismo spinto, non è una sobillazione contro l’ambiente. Il suo reportage mira a smontare l’illusione democratica della tragedia. E così giocherella con la morale ballerina di associazioni gruppi fondazioni che, spesso in concorso con grandi multinazionali, si arruolano nell’esercito dell’iniziativa salvifica. L’ecologia, qui, si fa ecololò. Cantilena propagandistica, nenia di paura e remissione dei peccati. I milioni di euro investiti (già, come in una speculazione finanziaria) come le preghiere sonanti del peccatore, l’atto di dolore recitato di fronte a masse credulone e inconsapevoli. L’amen ce lo mette Caparròs: impietoso.

Martin Caparròs, “Non è un cambio di stagione. Un iperviaggio nell’apocalisse climatica”, Verdenero 2011 (traduzione Maddalena Cazzaniga)
Giudizio: 4.5 / 5 – Frecciatata
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∞ Iana e la casa delle bambole spezzate ∞
di Roberta Paraggio

300.000. E’un numero approssimativo, arrotondato per difetto, è una cifra che letta così resta nell’asettica galassia numerico-statistico-matematica. Ma, se a questo 300.000 associamo 300.000 volti, 300.000 corpi, o addirittura anche mezzo milione di storie,la visione cambia del tutto. Non più numeri ma persone, non più cifre ma donne, per lo più ragazzine che affollano i marciapiedi di tutt’Europa. Un trucco vistoso a camuffare a volte occhi lividi, abiti attillati e tacchi a spillo per non far trapelare un’età troppo acerba.

Sono rumene, moldave, macedoni, russe, lituane, si chiamano Ionela, Mariana, Elena, hanno dai 13 ai 19 anni, le più “vecchie” raggiungono a stento i 24, tutte sono accomunate dallo stesso tragico ed indelebile iter. Vendute, a volte addirittura dai genitori, sfruttate, malmenate, umiliate, annientate. Ingannate da false promesse di un luccichio tutto occidentale, finite a luccicare sulle nostre statali, nei nostri vicoli bui, tra le beffe e l’indifferenza. A fargli compagnia le percosse, il ricatto, il ritiro forzato dei passaporti. Ai loro corpi offesi da voce Iana Matei nel libro (edito da Corbaccio), “Minorenni in vendita”. Un racconto di vite spezzate e di rivalsa, autobiografia di una donna che non si arrende.

Fondatrice dell’associazione Reaching Out, contro il traffico di esseri umani, Eroina dell’Anno 2006, Donna Europea dell’anno 2010, Iana Matei ha dato alle “sue ragazze” la possibilità di una seconda vita, lo ha fatto senza riserve, affittando dapprima un piccolo appartamento a Pitesti, poi, ampliandolo sempre più, fino a trovare un rifugio in collina, un posto silenzioso fatto di donne per le donne, con le donne. Un luogo in cui avviene il lungo processo di elaborazione del proprio vissuto, in cui la paura proietta ancora ombre lunghe e scure. Perché è difficile non far prevalere la vergogna, il senso di colpa, il sentirsi parte responsabile in quel che è accaduto.
Sono storie dure quelle che Iana accoglie, di ragazze messe all’asta come capi di bestiame, nude davanti a uomini che le scelgono palpandole e rigirandole, che decidono un prezzo per comprarle.

Sembra un libertinaggio letterario frutto del Marchese De Sade, ma, è tutto vero, di fantasia non c’è n’è affatto, abbonda l’orrore, avanza la crudeltà in questo commercio sotterraneo che non conosce crisi e che frutta più della droga e delle armi. Una ragazzina infatti, può esser venduta e rivenduta più volte,e, se non fa la brava, la si toglie di mezzo con un colpo in testa, senza tanto clamore, tanto, nessuno verrà a reclamarla. Le pene per i trafficanti? A dir poco irrisorie, 3, 4 anni al massimo per uomini che hanno venduto, abusato e ucciso centinaia di donne. Per fortuna c’è Iana Matei che non molla mai, che esorta le donne a denunciare, che scorta le ragazze in tribunale, che le protegge anche solo con lo sguardo. Unico affetto nella loro vita torturata, è un approdo, è una donna che insegna la dignità e la forza di guardare nuovamente la vita a testa alta.

Iana Matei, “Minorenni in vendita”, Corbaccio 2011
Giudizio: 3 / 5 – Duro
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∞ Tra sogno e realtà ∞
di Angela Catrani

Non è sempre facile capire subito un romanzo, entrare nelle pieghe narrative dello scrittore, penetrarne segreti e visioni. In particolare Abraham Yehoshua, notissimo scrittore israeliano, erede di una lunga tradizioni di scrittori lucidi e incoscienti, precisi nella scrittura e visionari nella narrazione, ha la capacità di far perdere costantemente al lettore il punto di vista oggettivo, fino a una totale dimenticanza tra ciò che è reale, o meglio realistico, e ciò che invece è pura finzione, o meglio solo un sogno. Moses, il protagonista di La scena perduta, l’ultimo romanzo di Yehoshua uscito pochi mesi fa per Einaudi, è un regista di una certa età, molto noto in Israele, dalla lunga e onorata carriera. Invitato in Spagna da un Istituto di cinematografia per riceverne un premio alla carriera e per una retrospettiva dei suoi lavori, ha la sorpresa di visionare solo i suoi primissimi film, quelli che proprio nessuno ricorda più. Questo ritorno improvviso a un lontano passato viene amplificato dalla scoperta di un quadro raffigurante un mito romano noto come Caritas romana: la giovane Pero, madre da poco tempo, che allatta il padre Cimone costretto a morire di fame per scontare le sue molteplici accuse. Questo quadro raffigura esattamente una scena di un film molto intenso, che la protagonista, Ruth, si rifiutò di recitare, imbarazzata dal dover lasciarsi succhiare il seno dall’attore che impersona un barbone. Questa scena mancata è stata la causa della rottura tra Moses, il regista, e Trigano, il suo primo sceneggiatore.

La vicenda si dipana in modo lento, intenso, complesso. Il rapporto tra Ruth, l’attrice protagonista di molti film di Moses, e il regista è contorto, anche disturbante: Ruth non è una donna, nei pensieri dell’artista, è un personaggio che di volta in volta diventa ciò che il ruolo prevede da lei. E proprio il fatto che dopo trent’anni di film Moses non sappia più che ruolo assegnare all’attrice è segno quasi della scomparsa del personaggio, della sua incapacità a definirla vera, umana, reale. Moses intuisce che se non troverà un ruolo per Ruth questa potrebbe sparire, quasi l’attrice vivesse solo sullo schermo. Per spiegare a se stesso questo inconsueto rapporto approfitta del fatto di essere a Santiago de Compostela, culla del pellegrinaggio cristiano, per, confessarsi, lui ebreo ateo, per liberare la coscienza dal peso che porta da trent’anni. Questa confessione viene accolta con orrore da un domenicano che nello sviluppo del romanzo si adopererà molto per Moses, anche confondendolo, traviandolo, ma portandolo verso la realizzazione del sogno finale.

Moses è sempre solo, anche quando è in compagnia di altri. Solo nelle necessità, solo nei pensieri e nei problemi. Egocentrico, infantile, dispotico, non suscita simpatia e nemmeno empatia. Eppure chi gli sta intorno, chi si interessa di lui prova una sorta di affettuoso disprezzo per le sue intemperanze e i suoi egoismi, come, appunto, si fa con un bambino capriccioso e incostante che si accontenta per sfinimento. E come un bambino, Moses nell’ultima agognata scena si perde e la realtà sfuma dolcemente nel sogno d’autore.

Abraham B. Yehoshua, “La scena perduta”, Einaudi 2011 (traduzione di Alessandra Shomroni)
Giudizio: 4 / 5 – Provocatorio
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SCELTO DA MAMMEONLINE
di Donatella Caione

LA BASTARDA DI ISTANBUL, Shafak Elik, Bur
Un libro che amo… che amo talmente che l’ho appena riletto. Il bello di rileggere i libriche si amano è che ogni volta riscopri perchè li ami, e appaiono sempre anche più belli che alla lettura precedente. L’amicizia fra le giovanissime Asya e Armanoush, la bellezza di Istanbul descritta così vividamente che pare di attraversarla, il genocidio degli armeni, visto con gli occhi dei turchoe degli armeni, giovani e anziani, e poi tante donne: zie, madri, nonne sorelle, così diverse ma tutte così affascinanti, descritte nel loro carattere ma anche attraverso il loro vissuto.
Un bellissimo libro, che ora consiglio a mia figlia e a tutte le giovani perchè è anche un libro sul crescere, sul maturare, descrivendo le caratteristiche importanti della crescita, dalla curiosità e il bisogno di scoprire il passato dell’occidentale Armanoush e il nichilismo e insieme la modernità dell’orientale Asya.

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LA CLASSIFICA DEI LIBRI PIU’ VENDUTI DELLA SETTIMANA (Libreria STILE LIBERO FOGGIA, pagina fb: qui)
1. Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli”, Baldini Castoldi Dalai 2011
2. Jeff Kinney, “Diario di una schiappa. La legge dei più grandi”, Il castoro 2011
3. Winifried Wolfe, “Un matrimonio perfetto”, Elliot 2011

I LIBRI CONSIGLIATI DA STATO QUOTIDIANO
IL ROMANZO: Giorgio Caponetti, “Quando l’automobile uccise la cavalleria”, Marcos y Marcos 2011
IL SAGGIO: Colin Crouch, “Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo”, Laterza 2012
IL CLASSICO: Thomas Hardy, “Jude the Obscure”, q.e.
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IL SOGNO DI FRATELLANZA DI NOMADELFIA. 32 ANNI DOPO DON ZENO SALTINI. (Fossoli, 30 agosto 1900 – Grosseto, 15 gennaio 1981)
Questa che segue è la prefazione scritta da don Zeno nel 1952 al suo libro “Non siamo d’accordo”. E non è un libro facile. Da scrivere, specie per un sacerdote. Da leggere, da mandar giù. E’ un grido di dolore e di rabbia per aver visto sfumato, nel vento il sogno di libertà di un mondo di uguali.

Questo libro non ha l’ingenua pretesa di essere l’ultima parola sui gravi problemi che affronta. Sono constatazioni: dolorose constatazioni che sospingono a metterci tutti eroicamente sulle vie della giustizia. La giustizia, per i cattolici, se non vogliono essere falsi come i farisei, deve esprimersi nella vita sociale come virtù coerente alla Fede che professano. Per tutti è comunque una aspirazione insopprimibile. Con questo libro non voglio misconoscere, anzi presuppongo il bene che cattolici e non cattolici hanno operato ed operano in favore della umanità. Soltanto, tutto questo non mi autorizza a rinunciare a difendermi dalle ingiustizie che hanno colpito me, i miei figli, e i nostri creditori che, a suo tempo, tra gli applausi dei politici e le benedizioni degli ecclesiastici, fiduciosi ci hanno anticipato la vita nelle ore più dure. Lo faccio cercando di individuare i sistemi e le mentalità che hanno determinato quel reato pubblico. Non mi piego alla ingiustizia, sempre pronto a riconoscere i miei torti. Ma che siano torti. Nessuno finora me ne ha attribuiti se non come opinioni. Ma la contabilità e l’ingiuria non appartengono al mondo delle opinioni. Oppresso, sono schierato con gli oppressi che non sono un partito e nemmeno una ideologia: sono oppressi comunque la pensino. E gli oppressori sono tali comunque la pensino. Chi possedesse anche tutta la verità e operasse l’ingiustizia sarebbe egualmente empio. Gli uomini quindi si devono considerare socialmente divisi in due blocchi: oppressi e oppressori; sfruttati e sfruttatori. Le parole degli oppressori sono molto più “belle” delle nostre. Essi “la sanno cantare”. Ma nel loro costume sociale sono crudeli. Gesù li chiama “serpenti”. Essi si interessano di noi solo quando torna vantaggioso al loro benessere ed al loro prestigio; in funzione, cioè, di rafforzamento delle loro ingorde e false posizioni. Pur di galleggiare ci spezzano la vita in tutti i modi, sempre: quando ci favoriscono, quando ci perseguitano, quando ci trascurano. Se azzardiamo a parlare noi, siamo sempre in errore. Parlano essi, ed anche i loro errori diventano intelligenti espressioni in fase evolutiva. Mordono persino con la lingua. Questo libro li contrattacca. Speriamo che non rimanga lettera morta. Speriamo che abbia il soffio di Dio. Mentre scrivo tengo presente come termine di perfezione la figura del Figlio di Dio incarnato che non mi autorizza a essere vigliacco. Li contrattacco non per vendetta; ma perché si facciano nostri fratelli. Devono accettare di non esserci padroni e tiranni. La vita è un diritto. Lo sanno. Tutte le anime che si dedicano al bene della umanità devono guardarsi dalla insidia nella quale cadono molti: facendo il bene immediato a sollievo delle vittime, non rafforzino mai le posizioni degli oppressori indulgendo al loro perfido costume sociale. E le vittime, sospinte da Cristo ad avere una personalità dignitosa, devono conoscere le cause della loro rovina, e non cadano nell’equivoco di considerare bontà il gesto dichi le accarezza mentre nega loro il diritto di cittadinanza alla pari. Io mi difendo dagli oppressori che per dura esperienza conosco. Difendendomi sono un uomo. È violento questo libro? Molti diranno di sì. Eppure non ho voluto arrivare alla “violenza” del linguaggio del Divino Maestro, che son tenuto ad imitare integralmente.

PER SAPERNE DI PIU’
Sara Prada Di Santo, “Il coraggio della bontà. Dino Buzzati e don Zeno Saltini. Cronaca di un’amicizia”, Ibiskos 2010
Paolo Tronfini, “Zeno Saltini. Il prete che costruì la città della fraternità universale”, centro Ambrosiano 2004
Antonio Saltini, “Don Zeno. Il sovversivo di Dio”, Il Fiorino 2003

Macondo – la città dei libri ultima modifica: 2012-01-14T02:45:17+00:00 da Redazione



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