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STELE DAUNIE Giuseppe Piemontese: “Le stele daunie patrimonio mondiale dell’Unesco”

Le stele, interi e frammentati, rappresentano oggi le uniche testimonianze storiche ed artistiche dei Dauni

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
14 Giugno 2026
Cultura // Manfredonia //

di GIUSEPPE PIEMONTESE*

Nella mattinata del 12 Giugno 2026 si è tenuta a Manfredonia una interessante manifestazione riguardante la civiltà daunia descritta attraverso le stele daunie, il cui scopritore negli anni sessanta fu Silvio Ferri, in collaborazione con la studiosa e ricercatrice  Maria Luisa Nava, la quale ha tenuta la sua relazione in vista della presentazione del dossier riguardante le stele daunie Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La manifestazione è stata organizzata e promossa sia dal Touring Club Italiano di Foggia, di cui è Presidente l’Avv. Michela D’Onofrio, sia dall’ArcheoClub d’Italia, Sez. Siponto-Monte Sant’Angelo, di cui è Presidente Angela Quitadamo. Nella relazione di Maria Luisa Nava si è  affermato  che oggi Manfredonia, attraverso il Museo Nazionale Archeologico delle Stele daunie, ha un grande patrimonio storico-culturale, costituito da più di 1200 stele daunie, tanto da farle assurgere a Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Del resto sappiamo che una posizione di primo piano, nell’ambito della cultura protostorica pugliese,  occupano le stele daunie, legate, a livello generale, alla stessa produzione scultorea in pietra, le cui testimonianze, rinvenute in tutti i principali centri dauni, dal Gargano al Tavoliere, sia sulla costa che nelle aree più interne al Melfese, costituiscono l’espressione maggiormente rappresentativa della creatività e dell’originalità dell’ethnos indigeno. Secondo M. L. Nava, il fenomeno, che appare profondamente radicato nella cultura espressiva dei Dauni, si manifesta in pieno durante le fasi centrali dell’età del Ferro, ma affonda le proprie origini nelle epoche precedenti, contribuendo ad attestare l’evoluzione che, senza palesi soluzioni di continuità, contraddistingue il progresso culturale di questa popolazione durante le età dei metalli.

La presenza di scultura in pietra è documentata in Daunia a partire dagli albori dell’età del Bronzo, ed essa trova corrispondenza nei monumenti antropomorfi di Castelluccio dei Sauri, nonché in diverse regioni del Mediterraneo, dalle coste orientali sino alla Spagna. In Puglia tale manifestazione ebbe come luogo privilegiato il Gargano e precisamente Monte Saraceno, dove vi sono più di quattrocento tombe, legate alla civiltà daunia fra il secondo Millennio e il primo Millennio a C.,  e precisamente dal XIII all’VIII secolo a. C., con tombe riguardante la civiltà daunia, costituite da resti umane, oggetti di corredo e presenza di stele funerarie.

In seguito la diffusione delle stele daunie si ebbe  in territorio di Siponto, nonché  nella vicina Salapia, là dove, nell’VIII secolo a. C.  Strabone (VI, 3, 9, 284) colloca la laguna costiera aperta verso il mare, sui cui dossi emersi si insediavano le strutture abitative e sepolcrali riferibili alle due città indigene. Il loro ritrovamento ha fatto sorgere diversi problemi riguardanti l’origine stessa dei Dauni e il loro grado di civiltà. L’opera di rinvenimento è da ascrivere al prof. Silvio Ferri, dell’Università di Pisa, il quale, negli anni sessanta, proprio in riferimento ad alcuni primi  rinvenimenti di stele su Monte Saraceno,  scoprì, nella zona sipontina di Beccarini, Versentino e Cupola, una ricca produzione.

Le stele, interi e frammentati, rappresentano oggi le uniche testimonianze storiche ed artistiche dei Dauni, che fino ad alcuni decenni erano del tutto sconosciuti, con alcuni sporadici riferimenti agiografici in autori greci e latini. Esse sarebbero da rapportare alla fase di maggiore sviluppo della civiltà daunia e precisamente al VII-VI secolo a. C., e fanno per la prima volta luce sull’esistenza dei Dauni, sulle loro credenze religiose, sui loro culti, sul loro mondo quotidiano.

La funzione di queste stele è quella funeraria, messa in relazione col culto dei morti. Generalmente esse sono costituite da una lastra rettangolare, con una testa iconica ed aniconica. Il materiale è di derivazione calcarea, tenera e friabile. La tecnica rappresentativa delle scene è quella dell’incisione. Le stele rappresentano schematicamente il defunto, abbigliato con una veste riccamente ornata ai bordi con motivi geometrici e  che giunge sino ai piedi. Su questa veste sono raffigurati armi oppure ornamenti, che indicano l’elevata classe sociale  di appartenenza del defunto. I temi di questi “racconti per immagini” riguardano i diversi momenti dell’esistenza umana riferiti sia alla vita quotidiana che ad azioni cultuali e al mondo religioso. Si notano scene di colloqui, di offerte, di commiato, di processioni, di banchetti, scene erotiche, di caccia, di pesca, di attività produttiva, di combattimenti a piedi e a cavallo, scene di sacrificio, nonché rappresentazioni di mostri dalle forme più strane.

Il tutto con una tecnica molto forte ed espressiva. Da un punto di vista iconologico le stele sono il risultato esclusivo della spiritualità più pura ed originale della cultura dei Dauni, in cui viene portato a compimento il processo di eroizzazione e divinizzazione già iniziato con le sculture di Castelluccio dei Sauri e proseguito con quelle di Monte Saraceno. Inoltre le stele costituiscono il mezzo attraverso il quale il ceto dominante della Daunia manifesta il proprio potere e la propria eminenza su tutti gli altri popoli della Puglia settentrionale. Infatti con le immagini monumentali l’oligarchia daunia si rappresenta al massimo della propria potenza, con le insegne di status che esprimono un dominio sia sociale che intellettuale e religioso. Tutto ciò si manifesta soprattutto fra l’VIII e il VII secolo. Ma allorché nel corso del VI e del V secolo inizia il declino della civiltà daunia, e si affacciano sulla scena politica nuove istanze provenienti dal mondo magno-greco e italico,  le stele iniziano a svuotarsi di contenuti e di valori.

Secondo il Ferri le popolazioni daune sarebbero di derivazione tracia, là dove sarebbe avvenuto l’ultimo e più numeroso smistamento di un’ondata indo-europea proveniente dal nord-est verso la Grecia e con un po’ di ritardo verso l’Italia. Quest’ultima ondata migratoria sarebbe avvenuta probabilmente tra l’XI e il IX secolo a. C. e avrebbe interessato la Puglia settentrionale e precisamente la zona di Siponto e di Monte Saraceno. Sempre secondo il Ferri, i Dauni apparterrebbero a tribù dell’alta Tracia (i traci Paiones) e possedevano una cultura che risaliva ad epoche antecedenti la civiltà ellenica. Ne fa fede l’interpretazione “dauna” e non “greca” del Riscatto del corpo di Ettore da parte di Priamo presso la tenda di Achille.

“Le discordanze dalla versione omerica, afferma il Moscati, evidenti nell’uno e nell’altro episodio, si spiegherebbero con  la tradizione popolare antecedente all’elaborazione di Omero, quale sarebbe riflessa nelle saghe di queste genti”.

Tutto ciò attesterebbe che il substrato culturale del mondo magico-religioso dei Dauni rispecchia più che la cultura greca, quella indo-asiatica, che si riflette attraverso la simbologia delle scene di mostri di sicura derivazione orientale. L’area di massima concentrazione dei ritrovamenti sarebbe la località Cupola, il cui sito sarebbe da identificare con la Siponto preromana.

Il sito della Siponto classica, invece, sarebbe da identificare nei pressi della Basilica di S. Maria di Siponto, a 3 Km. a sud di Manfredonia.

La prima ipotesi, man mano che si effettuano scavi archeologici, viene sempre più avvalorata da numerosi stanziamenti, documentati attraverso impianti sia abitativi che cimiteriali, che testimoniano l’intensa frequentazione dei luoghi a partire dal X-IX secolo a. C.

Probabilmente le cause di abbandono del sito della Siponto preromana devono essere ricercate nel fenomeno di impaludamento della laguna, tanto da far scomparire progressivamente qualsiasi traccia della stessa civiltà daunia in terra garganica. Afferma S. Moscati: “Vicende storiche di carattere e di portata locali intervennero a bloccarne lo sviluppo e fecero sì che quest’arte, così fervida e carica di premesse per il futuro, si spegnesse all’improvviso, in un momento non determinabile con assoluta precisione ma che non deve andare molto oltre l’inizio del V secolo a. C., nella sede circoscritta dalla laguna di Siponto in cui era apparsa circa trecento anni prima, senza irradiarsi consistentemente all’intorno e senza lasciare traccia di sé, neppure attardata, nell’arte apula di età classica ed ellenistica”.

*Socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia

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