La Corte d’Appello di Venezia ha confermato la responsabilità della società che gestiva il servizio di elisoccorso dell’Ulss3 Serenissima per l’incidente avvenuto nel 2019 a un’anziana di Jesolo, stabilendo un risarcimento di poco superiore ai 120mila euro, poi riconosciuto alla famiglia della donna dopo il suo decesso.
La vicenda riguarda una donna di 84 anni, affetta da una patologia oncologica ma ancora autonoma, che si trovava nel cortile della propria abitazione quando un elicottero del Suem 118, impegnato a raggiungere il luogo di un incidente stradale in via Trinchet, sorvolò la zona e rimase per alcuni secondi tra due abitazioni, a un’altezza compresa tra i 5 e i 7 metri.
Poco dopo la donna venne trovata a terra con fratture al polso destro e all’omero sinistro. Ai soccorritori raccontò più volte di essere stata sollevata dal movimento d’aria provocato dalle pale dell’elicottero: «Sono stata sollevata dal vortice d’aria».
Nessuno aveva assistito direttamente alla caduta, ma i giudici hanno ritenuto determinanti gli elementi raccolti durante il procedimento, arrivando prima in Tribunale e poi in Appello a riconoscere la responsabilità della società proprietaria del velivolo.
La ricostruzione dell’incidente si è basata su diversi aspetti: i rilievi effettuati nel cortile dell’abitazione, i dati tecnici relativi al volo dell’elicottero, la consulenza medico-legale sulle lesioni riportate dalla donna, la posizione del corpo, le condizioni del luogo e la situazione meteorologica del giorno dell’accaduto.
Secondo l’avvocato Franco Zorzetto, che ha assistito la famiglia, l’insieme degli elementi raccolti ha dimostrato la compatibilità tra la caduta e uno spostamento d’aria improvviso generato dall’elicottero. La società coinvolta, secondo i giudici, non sarebbe riuscita a dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni necessarie durante un volo effettuato a bassa quota sopra una zona abitata.
Come spiegato dal legale, «Tribunale e Corte d’Appello hanno riconosciuto la gravità del pregiudizio non patrimoniale sofferto nel periodo successivo alla caduta».
Dopo l’incidente, la donna visse mesi difficili, segnati da dolore fisico e da una progressiva riduzione della propria autonomia, fino alla morte avvenuta dieci mesi più tardi per una malattia incurabile non collegata alla caduta.
Proprio il decesso ha reso più complessa la valutazione del danno, perché i giudici hanno dovuto distinguere tra le conseguenze provocate dall’incidente e il percorso sanitario che ha portato alla morte, considerati due eventi separati.
In secondo grado la difesa ha chiesto una nuova valutazione del danno non patrimoniale, facendo riferimento ai criteri più aggiornati e alla particolare situazione vissuta dall’anziana. La Corte d’Appello ha accolto la richiesta, aumentando l’importo del risarcimento.
La somma è stata quindi liquidata agli eredi della donna, in particolare al figlio, dopo la sua scomparsa.
La riporta open.online.



