C’è una malattia cronica che affligge la politica italiana. Si chiama convenienza.
È quella patologia che trasforma i principi in opinioni, le regole in strumenti e la democrazia in un abito da indossare o togliere a seconda del risultato elettorale.
Ogni volta che si mette mano alla legge elettorale assistiamo allo stesso spettacolo: una recita già vista, con gli stessi attori che cambiano soltanto il copione. Chi governa sostiene che sia necessario garantire stabilità. Chi siede all’opposizione denuncia un attentato alla democrazia. Poi il vento cambia, i ruoli si invertono e, come per incanto, cambiano anche le convinzioni.
La memoria politica dura quanto un sondaggio.
È successo ancora una volta con il dibattito parlamentare sull’ennesima proposta di riforma elettorale. Si litiga, ci si accusa, si evocano pericoli per la Repubblica, salvo poi scoprire che quasi tutti, in realtà, vogliono cambiare le regole. La differenza è che ciascuno vorrebbe farlo soltanto quando il nuovo sistema gli garantisce qualche seggio in più.
Questa non è cultura istituzionale. È opportunismo elevato a metodo.
La destra rivendica il mandato popolare quando vince, ma dimentica troppo spesso che governare significa anche custodire le regole comuni, non adattarle alle esigenze della maggioranza del momento. La sinistra, invece, scopre improvvisamente il valore delle garanzie democratiche quando si trova all’opposizione, dimenticando con sorprendente rapidità tutte le volte in cui ha modificato le stesse regole senza troppi scrupoli quando disponeva dei numeri necessari.
Sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia ormai ossidata dall’ipocrisia.
Si continua a parlare di rinnovamento, ma il Parlamento resta popolato da professionisti della politica che sembrano aver trasformato il mandato elettorale in una professione a tempo indeterminato. Cambiano i simboli, cambiano le alleanze, cambiano perfino le idee dichiarate. Quello che non cambia mai è l’occupazione degli scranni. L’alternanza, quella vera, resta confinata agli slogan delle campagne elettorali.
Poi ci sono le battaglie simboliche, quelle costruite per occupare il dibattito pubblico senza affrontare i problemi reali.
Il voto di genere ne è un esempio evidente. La parità tra uomini e donne è una conquista civile che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Ma un principio così importante rischia di essere svilito quando viene trasformato in un automatismo normativo o in un criterio che sembra sostituire il confronto sul merito.
Le donne italiane non hanno bisogno di essere accompagnate per mano dalla politica. Hanno già dimostrato di saper conquistare spazio nelle imprese, nella magistratura, nella ricerca, nelle professioni, nelle istituzioni e perfino nei vertici dello Stato. Continuare a raccontarle come una categoria da tutelare rischia di produrre l’effetto opposto: indebolire proprio il valore delle loro conquiste.
La vera uguaglianza non nasce da una quota. Nasce quando nessuno sente più il bisogno di contare uomini e donne prima di valutarne competenza, capacità e responsabilità. Ma questo richiede coraggio. Molto più semplice è rifugiarsi nella propaganda. Ed è proprio la propaganda il collante che oggi unisce destra e sinistra molto più delle differenze che ostentano ogni giorno.
La destra alimenta la narrazione del cambiamento mentre spesso conserva gli stessi meccanismi di potere che dice di voler abbattere. La sinistra continua a presentarsi come custode della Costituzione, salvo poi interpretarla con elasticità quando le convenienze politiche lo suggeriscono. Entrambe parlano continuamente di popolo. Entrambe lo evocano nei comizi. Entrambe lo citano nelle interviste. Poi, però, quando il popolo vota in modo inatteso o non conferma le aspettative dei partiti, ricomincia il dibattito su come cambiare le regole del voto, correggere il sistema, riequilibrare la rappresentanza o introdurre nuovi meccanismi.
È un riflesso condizionato che tradisce una convinzione pericolosa: che il problema non siano mai i partiti, ma gli strumenti con cui i cittadini li giudicano.
La democrazia, invece, funziona esattamente al contrario. Le regole devono essere stabili proprio perché nessuno possa piegarle ai propri interessi. Il voto deve essere rispettato anche quando produce risultati sgraditi. E chi perde dovrebbe avere l’umiltà di convincere gli elettori, non quella di cercare una legge che renda meno pesante la sconfitta.
Il Parlamento dovrebbe essere il luogo più alto della Repubblica. Troppo spesso appare, invece, come un laboratorio permanente di tatticismi, rinvii, emendamenti costruiti per parlare ai partiti più che ai cittadini. Si discute di formule elettorali mentre il Paese aspetta risposte su salari, sanità, imprese, sicurezza, scuola e giovani. È questo il vero scollamento tra politica e società.
La gente comune non chiede una legge elettorale che favorisca la destra o la sinistra. Chiede una politica che smetta di considerare la democrazia come una proprietà privata. Il popolo non è un dettaglio del sistema. È il sistema.
Chi entra nelle istituzioni dovrebbe ricordarlo ogni mattina, prima ancora di sedersi sul proprio scranno. Perché il Parlamento non appartiene ai partiti.
Appartiene agli italiani. E ogni volta che le regole vengono discusse pensando prima ai seggi e poi ai cittadini, non perde una parte politica. Perde la Repubblica.



