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“La staggiòne”, recensione di Gisolfi


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Talvolta, in momenti di confidenza dicevo ai miei alunni sammarchesi, che mi chiamavano il prof di Rignano: Sono e mi sento più sammarchese di voi. I miei maestri erano sammarchesi. Ho frequentato le scuole a San Marco, insegno a San Marco, mio padre era nato a San Marco. Se calcoliamo il tempo che ho trascorso a San Marco è più lungo del vostro. Le mie tre nuore saranno di San Marco. Se dovessi per un motivo o un altro trasferirmi da Rignano, verrei volentieri a vivere a San Marco, come mi invogliano gli amici sammarchesi. Non ho imparato il sammarchese, perché le mie relazioni cominciarono subito in lingua. Ho familiarizzato subito fin dal primo anno di studi con i sammarchesi. Ricordo che essi mi difendevano dai sangiovannari, come erano chiamati allora. Il dialetto sammarchese m’è subito piaciuto, anche perché il lessico è identico al mio. Ho conosciuto alcuni signorotti, massari e agricoltori, un po’ acculturati, che, nel loro passeggiare sul viale della villa, parlavano un sammarchese italianizzato o un italiano sammarchesizzato, per darsi un’aria di distacco dai contadini del bosco. Del Gargano il dialetto più simpatico e più attraente è il sammarchese. Peccato che la trascrizione in lingua fa perdere quel concentus, che ne è l’anima.Leggendolo ho avuto il piacere di riscoprire parole ed espressioni che avevo del tutto dimenticato. Il codice del dialetto è povero nella lingua e nella retorica. Il lessico avrà 200/300 termini, quanti neusiamo noi nel parlare e nello scriverein dialetto.

La poesia non conosce quasi per niente le figure retoriche. Il dialetto sammarchese va parlato, se gridato perde un po’ di quell’afflato che lega lo scrivente al lettore eagli interlocutori.

La poesia italiana tradizionale fino a qualche secolo fa erarimasta fissa nelverso, nella strofa e nella forma: il verso aveva sempre lo stesso numero di sillabe con rima, la strofa lo stesso numero di versi e così lo schema. Per esempio il sonetto aveva 14 versi, 2 quartine e 2 terzine con rima. Il primo a interessarsi fu il Trissino, che apportò una modifica al verso (sciolto dalla rima). Nell’Ottocento il Leopardi creò la canzone libera. Più modifiche furono apportate nel Novecento. Si ricordi Ed è subito sera di Quasimodo e M’illumino / d’immenso di Ungaretti. Si riteneva che la fissità del verso e dello schema fosse d’ostacolo alla libera effusione del pensiero e del sentimento. L’iniziativa di fondare un club, che riunisca tutti gli intellettuali sammarchesi, parte sotto buoni auspici. Si deve chiedere il patrocinio dell’amministrazione comunale di San Marco, perché ne fa senz’altro l’interesse, salvandone il dialetto. La Puteca pubblica una raccolta di 20 poesie di 11 poeti, che conosco ovviamente quasi tutti, Tusiani, Coco, Guida, La Porta e Pierino.Spero di poterli conoscere tutti. Aprono la sfilata a buon diritto Joseph Tusiani, il più grande poeta sammarchese e compianto Michele Radatti. Tutte queste poesie possono stare a fianco di quelle del Tusiani e Borazio. In questo affresco c’è tutta l’anima della sammarchesità.

L’ispirazione poetica con le liricheCe sta nucante di J.Tusiani eStàmecce qua di Lu.Ianzano.L’erotismo di Fémmena amante di Le. Ianzano. Qualche bozzetto folkloristicodi personaggi caratteristi, come Ciciaréddee Li cumpagne mia di P. La Porta, Li tanìje de li mestièri di M.Radatti.Ma soprattutto si canta l’estate sammarchese, La contróra di M. C.Ciavarella, Pe mmé l’estate di M.Tottae La trebbiajatura di P. Villani e Lu ciardine de lucummentemija di M. Coco. Si canta il rigoglio della natura e il ripopolamento di San Marco con il ritorno dei sammarchesi non residenti. C’è pure un quadretto di vita familiare, come Ninna nanna di Le. Ianzano. Ci sono gli animali dell’estate Jètrasciuta l’estate di J.Tusiani e La ròndena di A. Villani. C’è un po’ d’ermetismo nella poesia Fraidde di A. Villani.Si canta anche la fine dell’estate conSettembre di A. Villani. Per completare il quadro non poteva mancare la nota di tristezza, che ha colpito non solo San Marco, la morte dei due fratelli Luciani, uccisi dalla mafia garganica, A Luigge e Aurèlie Lucianidi M.Tottae il ricordo affettuoso di Antonio Guida, che se n’è andato a tradimento un anno fa, con una sua poesia, Favugne e con una poesia di M. Coco La memmòrija. La sfilata si chiude con una nota di desolazione di P. Villani nel vedere le strade che portano dalla sorella vuote, La strada vacanta.

Tutte queste poesie le ho letto parecchie volte, attratto dal sapore antico di questo bel e simpatico dialetto e ogni volta scoprivo sempre qualche suo appeal. Sono sicuro che queste poesie avranno vita lunga. Conservare il dialetto è bello e vale tutti i vostri sforzi. Continuate su questa strada e avrete la riconoscenza di tutti quelli che amano il vostro dialetto. Con stima e affetto. Rignano, settembre ’18.

Francesco Gisolfi

“La staggiòne”, recensione di Gisolfi ultima modifica: 2018-09-15T08:32:31+00:00 da Redazione



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