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SAN GIOVANNI ROTONDO Casa Sollievo, il tempo delle parole è finito: a ottobre servono numeri

Il rilancio annunciato entro dicembre, le risorse da trovare entro ottobre, la nuova governance e le rassicurazioni non bastano più. Servono cifre, documenti, responsabilità e soprattutto risposte. Perché un ospedale non si salva con gli annunci. E l’incontro dei sindacati, ancora una volta non unitario, non aiuta a fare chiarezza

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
15 Settembre 2026
Manfredonia // Notizie in piazza //

Poi ci sono le parole di S.E. Mons. Ferretti: “I soldi potrebbero arrivare da privati pronti a investire. E lo spettro della vendita seppur a pezzi ricompare”.

C’è una parola che, quando si parla di Casa Sollievo della Sofferenza, ormai ricorre con una certa insistenza: rilancio. Rilancio entro dicembre. Risorse da reperire entro ottobre. Nuove strategie. Nuova governance. Nuova fase. Nuovo percorso. Peccato che, per ora, la parola più concreta continui a essere un’altra: incertezza.

E allora bisogna dirlo con chiarezza: il tempo delle parole sta finendo.

Perché un ospedale non si rilancia con un calendario, una conferenza stampa o una rassicurazione. Si rilancia con numeri, atti, risorse certe, responsabilità individuabili e un piano che dica soprattutto una cosa elementare: quanto costa salvare Casa Sollievo, chi mette i soldi, con quali strumenti e in cambio di quali impegni.

Il resto è comunicazione.

La Commissione voluta da Papa Leone XIV ha ricevuto, sulla carta, un mandato tutt’altro che ornamentale. Il Chirografo del 27 maggio le affida il compito di analizzare la situazione economica, patrimoniale, operativa e gestionale della Fondazione, individuare le soluzioni e, soprattutto, dare loro concreta esecuzione. Alla Commissione sono stati attribuiti poteri e facoltà adeguati e, per attuare le soluzioni individuate, anche la capacità di compiere atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. Formalmente non è un commissariamento, come ha precisato il direttore generale Gino Gumirato.

Ma sarebbe francamente ridicolo fermarsi alla disputa semantica: siamo davanti a un organismo che il Pontefice ha investito di poteri assai ampi proprio perché la situazione richiede decisioni e non semplicemente osservazioni.

E allora la domanda diventa inevitabile: dove sono le decisioni?

Il 31 agosto Leone XIV ha ricevuto la Commissione e ha fatto il punto sul lavoro svolto, con particolare attenzione alla situazione economica e finanziaria e alla sostenibilità futura dell’Opera. Anche la comunicazione ufficiale parla di rilancio e di continuità dell’attività ospedaliera.

Bene. Ma adesso basta con la fase dei buoni propositi. Perché, se ottobre è il mese indicato per reperire le risorse necessarie, la prima cosa che dovrebbe essere resa pubblica è la cifra. Non “le risorse necessarie”. Non “un sostegno importante”. Non “fondi da reperire”.

Quanti milioni servono? E, soprattutto, da dove arriveranno?

Dal Vaticano? Dal sistema bancario? Da investitori privati? Da donazioni? Da nuova finanza? Da anticipazioni regionali? Da risorse pubbliche? Da una combinazione di questi strumenti?

E quei soldi serviranno a coprire debiti pregressi, capitale circolante, investimenti, costi del personale o perdite operative?

Sono domande banali solo per chi non ha alcuna intenzione di rispondere.

Il problema è che negli ultimi mesi sono circolate cifre molto diverse. Nel piano strategico 2024-2029 presentato dalla Fondazione era stata indicata la necessità di reperire 30 milioni di euro per chiudere il debito pregresso. Nel 2026 la direzione ha parlato invece di esposizioni differenti, distinguendo tra debiti verso fornitori e crediti vantati nei confronti della Regione. In primavera si è parlato anche di 40 milioni da reperire attraverso istituzioni finanziarie.

Non è uno scandalo che i numeri cambino durante un processo di risanamento e che le somme da reperire, di cui si è discusso nella riunione del 14 c.m., siano dichiarate in circa 100 milioni di euro.

Lo scandalo sarebbe non spiegare perché cambiano.

Perché una comunità non può essere chiamata a fidarsi sulla base di cifre che cambiano a seconda del momento, del tavolo o dell’interlocutore. E qui arriviamo al secondo grande problema: la trasparenza. La Regione Puglia rivendica di avere aumentato, negli ultimi due anni, le risorse destinate al sistema e di avere portato il tetto complessivo del contratto triennale fino a 265 milioni di euro. Ma attenzione: un tetto di remunerazione delle prestazioni non equivale automaticamente a un finanziamento libero e immediatamente disponibile. È una distinzione fondamentale, perché confondere produzione sanitaria potenziale e liquidità significa raccontare una realtà finanziaria diversa da quella effettiva.

Ed è proprio per questo che la domanda torna sempre lì: quanto denaro liquido serve realmente a Casa Sollievo e chi è disposto a metterlo sul tavolo?

Nel frattempo, mentre si parla di futuro, c’è un presente fatto di lavoratori. I sindacati hanno già portato la vertenza fino ai tribunali: circa 1.300 lavoratori sono stati coinvolti nell’iniziativa per il recupero degli arretrati contrattuali. A febbraio tutte le principali sigle avevano nuovamente proclamato lo stato di agitazione, denunciando inadempienze contrattuali e iniziative unilaterali.

E qui emerge un’altra fragilità: l’unità sindacale che sembrava essere stata conquistata si è progressivamente incrinata.

A maggio FP CGIL, CISL FP, UIL FPL, FIALS e Nursing Up si presentavano insieme davanti alla Santa Sede, con un documento unitario e una vertenza comune. Invece, emergono comunicazioni e iniziative sempre più separate. FP CGIL e FP CISL chiedono un confronto urgente e denunciano una gestione della comunicazione che alimenta confusione; FIALS conferma la linea e insiste sulla necessità di risposte certe e tempi definiti.

In questo clima teso, a causa di diversità di vedute, non di obiettivi, la riunione del 17 c.m. in quel di Roma è stata annullata. Le posizioni possono essere legittimamente diverse. Ma quando la differenza diventa competizione per intestarsi la vertenza, il risultato è devastante: la controparte trova spazio, i lavoratori perdono forza e la comunità perde fiducia. Non servono protagonismi. Non servono guerre di sigla. E soprattutto non servono posizioni politiche mascherate da battaglie sindacali.

Serve una sola cosa: unità sui fatti.

Il personale deve sapere quale sarà il contratto applicato, quali saranno gli arretrati riconosciuti, quali saranno gli organici, quali saranno i carichi di lavoro e quali garanzie occupazionali saranno inserite nel piano di rilancio. Tutto il resto è rumore.

E poi c’è la politica.

Dire che la politica sia completamente assente sarebbe tecnicamente inesatto. La Regione è intervenuta, ha partecipato ai tavoli e rivendica un sostegno economico importante.

Ma proprio perché la Regione sostiene di avere fatto la propria parte, sarebbe interessante capire quale parte intendano fare Governo, Parlamento e territorio davanti a una struttura che non è soltanto un ospedale privato di diritto ecclesiastico, ma un IRCCS strategico per la sanità pugliese e per un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo alla mobilità sanitaria passiva. Nel 2025 il saldo negativo della mobilità sanitaria dell’area foggiana ha superato gli 86 milioni di euro. E questo dovrebbe bastare per capire che la crisi di Casa Sollievo non è una faccenda privata da lasciare chiusa nei palazzi della Fondazione o nei corridoi della Santa Sede, che è pronta a immettere denaro dei fedeli, non di certo come ebbe a fare per la Cattolica di Campobasso.

È una questione territoriale. È una questione sanitaria. È una questione occupazionale. Ed è anche una questione economica.

Per questo sarebbe finalmente utile smettere di confondere il turismo religioso con il turismo sanitario e, soprattutto, smettere di lanciare percentuali senza pubblicare le serie storiche che le dimostrino. Se davvero Casa Sollievo ha perso una quota vicina al 30% della propria capacità di attrarre pazienti da fuori territorio, si pubblichino i dati: ricoveri, mobilità attiva, provenienza dei pazienti, prestazioni, ricavi, confronto annuale. Perché il punto non è credere o non credere.

Il punto è verificare.

E qui torna anche la questione della presenza ecclesiastica nella Commissione. Nessuno mette in discussione la figura personale dell’arcivescovo Giorgio Ferretti. Il problema non è il prelato. Il problema è un altro: la presenza di un’autorità ecclesiastica non può essere considerata, da sola, una certificazione di trasparenza. La trasparenza non si certifica con i titoli. Si certifica con i documenti. Bilanci leggibili. Crediti verificati. Debiti verificati. Flussi finanziari. Fonti dei finanziamenti. Costi del personale. Consulenze. Fornitori. Investimenti. Piano industriale. Obiettivi misurabili.

Questa è trasparenza.

Il resto è autorevolezza per interposta persona.

E allora il 22 settembre, quando il nuovo Consiglio di Amministrazione dovrebbe riunirsi a Roma, non basterà inaugurare una nuova stagione con parole nuove. Anche perché il “nuovo” CdA è nuovo solo fino a un certo punto: tre dei cinque componenti sono stati riconfermati e Gino Gumirato è stato a sua volta riconfermato direttore generale e rappresentante legale. Dunque non siamo davanti a una rivoluzione.

Siamo davanti a una governance rinnovata a metà.

Ed è proprio per questo che le responsabilità non possono evaporare dentro la formula del “nuovo corso”. Chi ha governato prima dovrà spiegare. Chi governa adesso dovrà dimostrare. Chi controlla dovrà controllare davvero. Chi finanzia dovrà dire quanto finanzia. E chi rappresenta i lavoratori dovrà smettere di giocare partite parallele e tornare a costruire una piattaforma comune. Perché ottobre non può essere semplicemente il mese in cui qualcuno annuncia di avere trovato i soldi.

Deve essere il mese in cui vengono messi nero su bianco importo, provenienza, tempi, condizioni e destinazione delle risorse.

E dicembre non può essere il mese dell’ennesimo “piano di rilancio”. Deve essere il mese in cui quel piano sarà abbastanza concreto da poter essere giudicato, contestato, verificato e, soprattutto, misurato.

Casa Sollievo non ha bisogno di essere tranquillizzata.

Ha bisogno di essere governata. I lavoratori non hanno bisogno di essere rassicurati. Hanno bisogno di garanzie. La comunità di San Giovanni Rotondo non ha bisogno di propaganda. Ha bisogno di sapere se il suo ospedale ha davvero un futuro e quale sarà il prezzo per costruirlo.

E la Santa Sede, dopo avere affidato alla Commissione un mandato così ampio, non può permettere che tutto si riduca all’ennesima stagione di dichiarazioni solenni.

Perché, a forza di annunciare il futuro, si rischia di perdere il presente.

E il silenzio, a questo punto, non è più prudenza.

È un lusso che Casa Sollievo non può permettersi.

A cura di Maurizio Varriano.

1 commento su "Casa Sollievo, il tempo delle parole è finito: a ottobre servono numeri"

  1. Avrei tantissimo da commentare, più da raccontare. In pochi Anni commissariata più volte, PADRE PIO usato lacerato come INFLUENCER , negli Anni SPRECHI DA FARE SPAVENTO, al punto che una penna te la compravi da te. ” OSTENSIONE ” ? Scandalo infinito. E tanto… Chi sono io ? TLB ,per 10 anni in Servizio,mai orario mai straordinari. Poi divento Paziente, Mi hanno distrutto Vita Lavoro Famiglia ,ammesso Errore IRREVERSIBILE mai risarcito.Subisco 18 interventi in otto anni ,Tranne il primo,tutti in giro per Italia. Torno ,il mio sogno e mi ” distruggono ” Impianto NSM ” . Dipendente>Paziente>Disabile>LICENZIATA ,sapendo le mie condizioni Familiari, in omertà,vergogna,schifo assoluto di farisei, mercanti del Tempio.Chi sapeva ha taciuto.Non aggiungo più,troppo lungo troppo dolore. Non chiedeteVi , solo le bandierine colorate sono forse ancora quelle originali, volute dal mio “AMICO “PADRE PIO 😢🙏🌹🕊️

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