Cinema

Cappuccetto Rosso di S.Simone: la recensione


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cappuccettorossoManfredonia – In Wolf di Mike Nichols un esperto di licantropia spiega al protagonista Jack Nicholson che “lo spirito del lupo non si trasmette a tutti ma solo a coloro che hanno già un animo selvaggio”.

Così come avviene nel precedente lavoro, Kenneth, il protagonista di Cappuccetto Rosso si sente limitato in una realtà che sopporta a fatica e il contatto con la violenza diviene semplicente l’occasione per evolversi darwinariamente in essere superiore. Kenneth vive in una città degradata con luci iperesposte che sembrano renderlo, già dal principio, “ben disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza”.

Qui l’aspirante Lupo attraversa il bosco sapendo già in partenza a ciò che lo porterà. Da notare che, in entrambe le pellicole, le figure femminili, false e lascive, ricordano vagamente quelle notturne e morbose dei film di Lynch. I riferimenti prevalenti sono, nei colori e nel climax, agli horror italiani anni ’70 ma anche a The Village di Shyamalan. Particolarmente apprezzabili la scena della cena e l’incipit, che può essere anche inteso come finale.

L’unica critica è che, conoscendo Kenneth, diviene relativamente prevedibile anche l’evolversi del protagonista di Cappuccetto Rosso. La pellicola riesce comunque a mantenere un certo disagio e inquietudine per tutta la durata del film. Il che non è poco.

(immagine d’archivio)

Cappuccetto Rosso di S.Simone: la recensione ultima modifica: 2009-10-15T18:57:27+00:00 da Agostino del Vecchio



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