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JOVANOTTI BARLETTA L’amianto che vede e quello che non vede nessuno

Se è un frammento microscopico, finito chissà come nell’area destinata a un grande evento, improvvisamente diventa un’emergenza

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
16 Agosto 2026
Barletta // Foggia //

A Taranto come a Barletta l’amianto ha una curiosa caratteristica: dipende da dove lo trovi.

Se è un frammento microscopico, finito chissà come nell’area destinata a un grande evento, improvvisamente diventa un’emergenza. Si accendono i riflettori, si invocano i protocolli, si ferma tutto. La parola amianto torna a fare paura. Giustamente.

Poi però alzi lo sguardo e ti accorgi che Taranto è Taranto.

La città che per decenni ha respirato le polveri dell’Ilva. La città nella quale la questione ambientale non è una teoria da convegno ma una ferita che ha attraversato famiglie, quartieri, lavoratori e generazioni. La città nella quale la stessa Corte d’Appello di Milano, poche settimane fa, ha imposto lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni proprio per le criticità legate all’amianto e alle polveri sottili. E dentro quello stabilimento, secondo quanto riportato dalla stampa sulla decisione giudiziaria, ci sarebbero ancora circa 2.000 chili di amianto.

Duemila chili.

E allora viene spontanea una domanda, scomoda ma assolutamente legittima:

che cosa cambia tra l’amianto che fa scattare l’allarme e quello che per anni è stato trattato come una voce del paesaggio industriale?

Perché il problema non è proteggere le persone da un frammento di amianto. Quello è sacrosanto.

Il problema è la selettività della sensibilità.

Il problema nasce quando lo Stato, le istituzioni, gli enti di controllo e la politica sembrano avere una vista da falco per il grammo di amianto che rischia di compromettere un evento e una vista da talpa davanti alle tonnellate che hanno rappresentato per decenni una questione ambientale e sanitaria gigantesca.

È qui che il paradosso diventa quasi grottesco.

Dove conviene vedere, si vede benissimo.
Dove sarebbe stato necessario vedere per tempo, improvvisamente tutto diventa complicato.

E sia chiaro: non stiamo sostenendo che un frammento di amianto debba essere ignorato perché esiste un problema più grande. È esattamente il contrario.

Stiamo dicendo che la stessa severità, la stessa prudenza, la stessa ossessione per la sicurezza devono valere sempre.

Non soltanto quando c’è da autorizzare un concerto. Non soltanto quando c’è da firmare un verbale. Non soltanto quando il problema è abbastanza piccolo da poter essere rimosso, catalogato, fotografato e archiviato.

Perché Taranto non ha bisogno di una sicurezza a geometria variabile.

Ha bisogno di una politica ambientale che sappia distinguere tra prevenzione e spettacolo, tra tutela reale e burocrazia rituale, tra la protezione delle persone e la semplice produzione di carte.

E soprattutto ha bisogno che nessuno venga a raccontare ai tarantini che l’amianto è improvvisamente diventato un problema perché qualcuno ne ha trovato un pezzetto.

L’amianto era un problema quando non lo si vedeva.
Era un problema quando usciva dagli impianti.
Era un problema quando entrava nei polmoni.
Era un problema quando diventava malattia.
Ed è un problema anche quando è un piccolo frammento per terra.

La differenza è che oggi quel piccolo frammento ha avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto per essere notato.

Questa è la vera beffa.

Perché se la tutela dell’ambiente diventa inflessibile davanti a pochi grammi e accomodante davanti a tonnellate, allora non siamo più davanti a una politica di prevenzione.

Siamo davanti a una politica che sceglie quali rischi vedere e quali rischi sopportare.

E questa, più che una contraddizione, è una domanda politica.

Una domanda che Taranto come Barletta, hanno tutto il diritto di fare.

Anzi, dopo quello che ha vissuto, si ha il dovere di farla.

 

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