C’è una fotografia della politica italiana che vale più di cento convegni sul futuro del centrosinistra.
Matteo Renzi indica Gaetano Manfredi come possibile frontman del centro. Clemente Mastella applaude e dice, in sostanza, che finalmente si intravede la strada per uscire dalla palude dei personalismi e dei veti. E Giuseppe Conte, nel frattempo, continua a parlare di primarie.
Tre uomini. Tre strategie. Una sola domanda: chi ha deciso che il problema del centrosinistra sia trovare un leader, invece di trovare finalmente un modo per stare insieme?
È qui che la faccenda diventa interessante. Perché Manfredi, al contrario degli altri, non sembra avere alcuna fretta di candidarsi alla parte che gli altri hanno già scritto per lui. E questa, nella politica italiana, è quasi un’eresia.
La politica degli indispensabili
Da queste parti funziona così: ogni leader è indispensabile, ogni partito è indispensabile, ogni corrente è indispensabile, ogni piccolo gruppo è indispensabile. Poi si fanno i conti e improvvisamente manca la maggioranza.
È il miracolo aritmetico del centrosinistra: sommando tutti gli indispensabili, non si arriva mai a una coalizione sufficientemente indispensabile da vincere.
Conte vuole le primarie. Renzi indica un possibile federatore. Il Pd deve tenere insieme la propria identità e l’esigenza di allargare. I riformisti reclamano spazio. I moderati reclamano rappresentanza. La sinistra reclama garanzie. Le liste civiche reclamano autonomia.
E nel frattempo l’elettore, con una pazienza ormai degna di un monaco tibetano, aspetta di sapere che cosa dovrebbe concretamente votare.
Non è detto che Manfredi abbia la soluzione. Ma potrebbe avere una cosa ancora più preziosa: la distanza dal circo.
Il peccato originale delle primarie
Le primarie sono uno strumento. Nel centrosinistra italiano, invece, rischiano periodicamente di diventare una religione. Prima si sceglie il candidato. Poi si costruisce la coalizione. Poi si discute del programma. Poi, se avanza tempo, qualcuno prova a capire perché gli elettori dovrebbero seguirli.
Manfredi sembra suggerire un ordine diverso: prima si costruisce un perimetro politico largo, poi si discute della leadership.
Non è una rivoluzione ideologica. È semplice buon senso organizzativo. Ed è proprio per questo che rischia di essere sovversivo.
Perché la domanda “chi sarà il leader?” consente ai leader di parlare di sé. La domanda “come costruiamo una coalizione capace di tenere dentro sensibilità diverse?” obbliga invece tutti a parlare degli altri. E questa seconda domanda, per chi vive di leadership personale, è decisamente meno remunerativa.
Renzi scopre la virtù della delega
Poi c’è Renzi. Il dettaglio più gustoso della vicenda è proprio questo: Renzi che indica un altro come volto possibile del centro. È una scena che merita attenzione.
Perché se Manfredi diventasse davvero il punto di riferimento di quell’area, il centro potrebbe finalmente avere un leader non nato dentro la tradizionale guerra dei leader centristi.
E Renzi avrebbe contribuito a costruirlo. La politica, qualche volta, ha un senso dell’umorismo spietato.
Ti può capitare di passare anni a spiegare agli altri che senza di te non si va da nessuna parte e poi di scoprire che il tuo gesto politicamente più interessante è indicare la strada verso qualcun altro.
Non è necessariamente una sconfitta. È certamente un paradosso.
Conte e la sedia al centro del tavolo
Conte, invece, resta dentro una logica diversa. Il Movimento 5 Stelle ha una propria identità e una propria autonomia. Conte rivendica il peso politico del Movimento e insiste sul tema delle primarie.
Tutto legittimo. Ma c’è un problema di fondo.
Le primarie servono a stabilire chi guida una coalizione. Non stabiliscono da sole chi abbia il diritto di costruirla.
E se nel frattempo cresce un’area centrista che guarda a Manfredi come possibile punto di aggregazione, la partita cambia. Non perché Manfredi sia già il federatore. Non lo è. Non perché esista già un nuovo grande partito. Non esiste.
Ma perché compare una possibilità che fino a ieri sembrava molto più difficile da immaginare: un pezzo del centrosinistra potrebbe costruire la propria identità non attorno alla contrapposizione tra Conte e Renzi, ma fuori da quella contrapposizione.
Questa sì che sarebbe una novità.
E Schlein?
Elly Schlein ha davanti una delle equazioni più complicate della politica italiana: tenere insieme il Pd, la sua identità, il rapporto con il Movimento 5 Stelle e la necessità di allargare il perimetro della coalizione.
Manfredi, nelle sue dichiarazioni, ha insistito sulla necessità di non ridurre tutto alla competizione per la leadership e di coinvolgere anche componenti cattoliche e riformiste. È una posizione che, se presa sul serio, mette in discussione una certa grammatica del campo largo.
Non dice: “scegliamo il mio leader”. Dice: “costruiamo qualcosa che possa contenere più mondi”. La differenza non è piccola.
Mastella, l’uomo che ride per ultimo
E poi c’è lui. Mastella.
L’uomo che la politica italiana ha seppellito politicamente almeno una dozzina di volte e che, con ostinazione quasi offensiva, è sempre tornato a vedere il funerale degli altri. Da tempo insiste sulla necessità di un centro organizzato e non frammentato. Oggi guarda con favore all’ipotesi Manfredi e all’idea di superare personalismi e veti.
A questo punto non resta che una domanda.
Ma non è che Mastella, dopotutto, avesse capito qualcosa prima degli altri?
Non necessariamente tutto. Ma almeno una cosa sì: che il centro, se vuole contare, deve smettere di chiedere il permesso a chi sta ai suoi lati. E che una coalizione larga non può essere costruita pretendendo che tutti gli altri si adeguino alla misura del partito più grande o del leader più rumoroso.
Il paradosso Manfredi
Ed eccoci al punto. Manfredi potrebbe diventare il federatore? Non lo sappiamo. Potrebbe nascere un vero soggetto politico centrista attorno a lui? Ancora meno. Potrebbe fallire tutto? Naturalmente. Ma la politica non si misura soltanto dai risultati finali. Si misura anche dalle possibilità che improvvisamente diventano dicibili.
E oggi è diventato dicibile che il centro possa avere un volto diverso da Renzi. È diventato dicibile che il campo largo possa avere un problema di leadership più complesso di un semplice duello Conte-Schlein. È diventato dicibile che un amministratore possa essere più utile come punto di equilibrio che come aspirante capo.
E soprattutto è diventato dicibile che il federatore possa essere scelto non perché lo pretende, ma perché gli altri, a un certo punto, scoprono di averne bisogno.
Questa è la parte davvero interessante.
La vendetta della politica amministrativa
Manfredi viene dalla politica amministrativa. E forse è proprio questo il suo vantaggio. La politica nazionale ha trasformato la leadership in una gara di dichiarazioni. L’amministrazione, invece, ha una regola brutale: alla fine qualcosa deve funzionare. Un bilancio deve tornare. Un servizio deve essere erogato. Una città deve essere governata.
Le conferenze stampa non riparano una strada. I tweet non fanno partire un autobus.
E forse proprio per questo un amministratore può apparire, agli occhi di una politica nazionale sempre più innamorata della propria narrazione, quasi esotico.
Uno che parla meno del proprio destino e più del problema da risolvere. Per un partito è quasi scandaloso. Per un sindaco è normale.
La fila davanti alla porta
E dunque eccoci al paradosso finale. Conte vuole sapere chi guiderà. Renzi indica chi potrebbe guidare. Mastella spiega perché dovrebbe guidare. Il Pd deve capire come allargare.
E Manfredi? Per ora non sembra correre verso la porta.
Sono gli altri che hanno cominciato a indicargli l’uscita come se fosse l’ingresso.
È questa la fotografia più interessante. Non sappiamo se dietro quella porta ci sia davvero un nuovo centro. Non sappiamo se ci sia una coalizione. Non sappiamo nemmeno se Manfredi vorrà attraversarla.
Ma sappiamo che, improvvisamente, una parte della politica italiana ha cominciato a guardare nella sua direzione.
E quando accade, nella politica, c’è sempre qualcuno che dovrebbe preoccuparsi. Non necessariamente quello che viene indicato.
Quello che fino al giorno prima pensava di essere l’unico a poter indicare.
Forse è questa la vera lezione di Mastella.
Il centro non ha bisogno di un altro padrone. Ha bisogno di smettere di essere una proprietà altrui.
E se Manfredi riuscisse anche soltanto a fare questo, senza fondare domani mattina l’ennesimo partito personale, avrebbe già prodotto un piccolo terremoto. Perché la vera rivoluzione, questa volta, non sarebbe eleggere un nuovo capo.
Sarebbe scoprire che per costruire una coalizione non serve che tutti abbiano lo stesso capo.
Ed è precisamente la cosa che la politica dei capi sembra avere più difficoltà a capire.
A cura di Maurizio Varriano.



