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‘Disastro Enichem’: l’opera di Langiu, il sacrificio di Lovecchio

AUTORE:
Giuseppe de Filippo
PUBBLICATO IL:
17 Gennaio 2010
Teatro //

Torri area ex Enichem (image by G.de Filippo)
Torri area ex Enichem (image by G.de Filippo)
I LAVORI DI BONIFICA – VERSO L’UTILIZZO DI BOMBE DINAMITE – Già con un atto governativo del 16 ottobre 2001, fu fatta attenzione, all’allora Ministro dell’Ambiente, tramite interrogazione ministeriale, che il sito di Manfredonia era stato individuato, con legge 426/98, di “interesse nazionale” per le opere di bonifica succitate. L’intervento stabilì la bonifica dell’area industriale ex Enichem, con discariche annesse del tratto di mare antistante lo stabilimento, nelle bonifiche delle discariche di rifiuti solidi urbani (Rsu) “Conte di Troia”, “Pariti I” e “II” (per un totale di superficie a terra perimetrata di circa 201 ettari, a fronte di un’area a mare pari a circa 8,6 chilometri quadrati). Ai sensi della stessa legge, la società Agricoltura in liquidazione S.p.A., già Enichem, presentò un progetto per la bonifica e la messa in sicurezza del sito, che stabilì tali provvedimenti: progetto preliminare di messa in sicurezza della falda tramite barriera idraulica realizzata con 66 pozzi di ricarica con acqua di caratteristiche conformi a dlg 152/99 (portata totale immessa pari a circa 200 metri cubi/ora); progetto preliminare di bonifica della falda con emunzione a monte della barriera di immissione ed altro (vedi approfondimento su Stato). Complessivamente il progetto impegnò una somma pari ad oltre 200 miliardi di lire. Il piano di messa in sicurezza definitiva, e/o di bonifica, presentato da Agricoltura in liquidazione, non ottenne “autorizzazione normativa” da parte del Ministero dell’ambiente.La società fu comunque l’unica ”autorizzata”, a livello nazionale, per l’avvio delle operazioni di messa in sicurezza, di emergenza, previste (interventi urgenti finalizzati a “rimuovere le fonti inquinanti, contenere la diffusione degli inquinanti ed impedire il contatto con le fonti inquinanti presenti nel sito in attesa degli interventi di bonifica e ripristino ambientale, o di messa in sicurezza permanente”). Il 16 giugno 2001 il tribunale di Foggia predispose il sequestro preventivo delle aree interessate dalle operazioni di bonifica. Il provvedimento fu confermato, in seguito, dallo stesso tribunale, 24 luglio 2001, con la constatazione che “la società Agricoltura in liquidazione S.p.A. non stava effettuando operazioni di messa in sicurezza urgenti” ma azioni di “vero e proprio smaltimento” di rifiuti. Rifiuti provenienti da “discariche interne dello stabilimento”; “altamente inquinanti” (come le terre contaminate di arsenico, provenienti dallo svuotamento, non autorizzato, dell’isola 5, ammassati senza autorizzazione) e “senza verifica preventiva” delle possibili conseguenze dannose dell’enorme deposito (per un quantitativo superiore a 800 metri cubi e parte dei quali avviati allo smaltimento, con codice CER errato, non conforme alle caratteristiche e provenienza, (come riportato dal verbale di sequestro dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (Noe)). Nello stesso provvedimento il tribunale di Foggia rigettò anche la richiesta di autorizzazione delle operazioni di bonifica e messa in sicurezza delle aree in sequestro, “in attesa dell’approvazione del progetto da parte delle autorità competenti amministrative”. La disposizione confermò il carattere “penalmente illecito” dell’attività di bonifica, e di smaltimento dei rifiuti, “posta in essere” dai responsabili della Agricoltura in liquidazione, non essendo stato ancora approvato il progetto da parte del Ministero dell’ambiente. Una situazione instabile, a livello normativo, che aggravò “ulteriolmente” la “pericolosità ambientale” in un’area prossima alla città di Manfredonia, dove si sono insediate, “e si continuano ad insediare”, aziende previste dal contratto d’area. Aziende che, mentre nell’area si svolgevano operazioni di bonifica, e di movimentazione di rifiuti tossici, “giudicate pericolose dai Carabinieri del Noe”, avviarono e completarono, al tempo, “lavori di edilizia ed attività produttive”. Nel novembre del 2004 la Commissione europea ha deciso di deferire una seconda volta l’Italia e la Francia alla Corte di giustizia europea per mancata esecuzione di alcune sentenze della Corte del 2004. La Commissione ha anche chiesto alla Corte l’imposizione di ammende nei confronti dei due paesi. La orte ha sancito che l’Italia ha violato la direttiva sui rifiuti per quanto riguarda le discariche private situate sull’ex sito dell’impianto chimico Enichem di Manfredonia (Foggia), oltre le due discariche pubbliche di rifiuti urbani, Conte di Troia e Pariti 1, situate al di fuori del sito e utilizzate illegalmente per lo smaltimento di rifiuti pericolosi. I lavori di bonifica delle discariche private sono iniziati. Per quanto riguarda le discariche pubbliche, il piano di bonifica è stato presentato, ma nulla di concreto è stato finora fatto. L’Italia non ha rispettato l’impegno assunto nel settembre del 2006 di fornire alla Commissione un aggiornamento quindicinale della situazione. La Commissione propose un’ammenda giornaliera di 85 708,80 EUR per la discarica di Manfredonia a partire dalla seconda sentenza della Corte e fino a che l’Italia non avrà messo fine alle violazioni. La direttiva quadro sui rifiuti stabilisce il quadro giuridico di base in materia di gestione dei rifiuti al livello dell’UE. Essa dispone in particolare che i rifiuti vengano smaltiti o riciclati senza mettere in pericolo la salute umana e senza che siano utilizzati processi o metodi che potrebbero arrecare danni all’ambiente. La direttiva prevede anche che i rifiuti vengano trattati da imprese private o pubbliche autorizzate o eliminati dal titolare in conformità della direttiva. Per il calcolo forfettario di spese: per Manfredonia, 11 904 EUE al giorno, 747 giorni, corrispondente fino al 2004 ad un totale di 8 892 288 EUR. Un mancato intervento comporterebbe oggi la condanna a pagare una somma di 9,9 milioni di euro oltre una sanzione pecuniaria giornaliera di 85.709 euro fino alla realizzazione della bonifica”. Per “scongiurare” una tale “possibilità catastrofica” la Regione definì, a monte, un “cronoprogramma degli interventi”, mentre il Comune di Manfredonia emanò il decreto di esproprio delle aree da bonificare, con approvazione del progetto di bonifica, da parte del Ministero, il 15 dicembre 2006, con Sviluppo Italia scelta (come già detto) come responsabile del bando di gara europeo. A fine agosto 2009 era stata invece data la notizia della prossima l’evacuazione “totale” di tutti i rifiuti prodotti dallo scoppio del 1976 nel sito ex Enichem di Macchia, mentre entro l’anno è stato previsto il completamento “delle operazioni nelle altre isole”. Il dato emerse dopo una Conferenza di servizi convocata dal Ministero dell’ambiente con all’ordine del giorno lo stato degli interventi di bonifica dei siti ex Enichem ora Syndial in località Macchia di Monte Sant’Angelo e le discariche di rifiuti urbani Pariti 1 e Conte di Troia di Manfredonia Siti sui quali grava una procedura di infrazione della Comunità Europea. “Dopo circa dieci anni nel sito industriale di Macchia non ci sarà più nessun rifiuto prodotto dallo stabilimento chimico Anic poi Enichem”, commentò Gino Lauriola, ex lavoratore di quella fabbrica nonché impegnato sindacalista responsabile della segreteria territoriale Cgil. Di tale accelerazione dovrebbe beneficiare anche la famigerata Isola 14 nella quale sono stati depositati tutti i rifiuti provenienti dalla esplosione della colonna di lavaggio dell’impianto di urea avvenuto nel 1976: doveva infatti essere liberata da tutti i residui di arsenico, entro la fine del 2009. Non meno decisivo è l’impegno del Ministero di sbloccare le situazioni delle Isole 9, 5 e 14. Nella prima i lavori in corso di demolizione della Centrale termica saranno terminati entro l’anno. Per le seconde, tuttora sottoposte a sequestro da parte della Magistratura, sono da demolire le due Torri di Priling e alcuni manufatti residui degli impianti di ammoniaca e urea smontati sono ormai due anni. Discorso a parte è quello relativo al completamento della bonifica della falda: l’impegno assunto dal Ministero è quello di proseguirla e portarla a termine entro i previsti prossimi cinque anni. In ogni caso il cronoprogramma dei lavori per i quali la Regione ha stanziato circa otto milioni di euro, non subirà sostanziali variazioni. Le date stabilite sono: per la discarica liquami dicembre prossimo, per quella dei rifiuti solidi agosto 2010. Alcuni operatori dell’area parlano anche di un possibile utilizzo, per gli ultimi lavori di bonifica (torri contaminate da amianto) di una forma di suddivisione delle torri tramite una “lenta ripartizione”, da effettuarsi con l’utilizzo di gru meccaniche. Addirittura si è anche parlato dell’utilizzo di bombe dinamite da collorare alla base delle stesse torri. Ipotesi palusibili ?

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(Alessandro Langiu – da Carta – ottobre del 2007) – “Stamattina, alle 12, a Manfredonia il giudice monocratico, dottoressa Valente, ha pronunciato la sentenza di primo grado del processo alla Enichem . I dirigenti della multinazionale sono stati assolti perché «il fatto non sussiste». Il processo era iniziato da un esposto, nel 1996, alla Procura di Foggia, da parte di un operaio. Nicola Lovecchio. E dell’oncologo Portaluri, a seguito delle indagini e ricerche che avevano svolto. Il pubblico ministero Lidia Giorni, dopo cinque anni di indagini e riscontri, riuscì poi a far iniziare il processo. Nel 2001 prendono avvio le udienze, fitte di testimonianze e periti che ricostruiscono i fatti. Il capo d’imputazione è grave: omicidio colposo plurimo motivato dall’esposizione all’arsenico dei lavoratori dell’Enichem. Nel 1976 era scoppiata la colonna di lavaggio dell’ammoniaca, all’interno della quale erano contenute tonnellate di arsenico. Nell’immediato non fu resa chiara la gravità dell’incidente, e le operazioni di bonifica partirono con dieci giorni di ritardo. Gli operai e tutti gli addetti dell Anic [Enichem], andarono o a lavorare regolarmente anche il giorno dell’incidente. Gli operai furono impiegati anche nelle operazioni di bonifica senza le dovute cautele. Ma soprattutto non furono informati precisamente sul rischio. Fu solo in seguito, a causa di valori di arsenico nelle urine elevatissimi, che iniziarono per loro i periodi di malattia. Nel processo, gli operai che si sono costituiti parte lesa sono 23, molti dei quali, oggi, deceduti o ammalati di tumore. Il processo è andato avanti in questi anni, con la signora Lovecchio, la vedova dell’operaio che ha denunciato tutto, in silenzio ad ascoltare, in aula, insieme ai parenti degli altri operai. Il processo di primo grado è durato sei anni, per le numerose perizie fornite da consulenti del pubblico ministero, e le contro-perizie dell’Enichem. Perizie che hanno cercato di far luce sui materiali impiegati nella produzione, i sistemi di sicurezza, ma soprattutto sull’esposizione all’arsenico e polvere di urea. Ma se la scienza è d’accordo, in maniera unanime, sulla natura cancerogena dell’arsenico, altrettanto non è per i periti dell’Enichem. I quali hanno anche ipotizzato, nel corso del processo che l’eccessivo tasso di arsenico nelle analisi fatte agli operai, non fosse legato all’esplosione né, tanto meno, ai processi produttivi, bensì alle loro abitudini alimentari. Un elevato consumo di crostacei e soprattutto di gamberi, hanno detto, è la causa dell’elevato tasso di arsenicure. Elevato consumo che secondo i periti dell’accusa si quantificherebbe in un chilo giornaliero, più meno. Di sicuro la spesa abituale per ogni operaio. Le ultime udienze sembrano esser state. Il giudice Valente nel maggio scorso nomina due superperiti: uno di dell’Universià di Napoli, l’altro di Salerno, ma con la peculiarità di essere padre e figlia. La perizia si è basata solo sugli atti forniti dall’Enichem, e non su quelli forniti dai consulenti del pm e degli avvocati dell’Accusa. Il risultato è immaginabile. Ulteriore svantaggio, le proposte di patteggiamento alle famiglie, costituitesi anche parte civile. Molte hanno accettato somme tra venti e settantacinquemila euro, a seconda del grado di parentela. La vedova Lovecchio e pochi altri hanno rifiutato. Di recente hanno patteggiato anche altre parti civili: I comuni di Manfredonia, di Mattinata e Monte Sant’angelo. A «guadagnare» di più è stato il comune di Manfredonia: 300 mila euro. Oggi, in un’aula gremita di persone come non se ne erano viste per anni, il giudice ha pronunciato la sentenza: tutti assolti perché il fatto non sussiste. Parole cadute, dopo due ore di attesa, nel silenzio più completo“, conclude Langiu.

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