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A cura di Paolo Cascavilla

Immigrati. Come nascono le paure e come (talvolta) si superano

Il pomeriggio dell’arrivo: accoglienza in sala consiliare, polizia allertata ma lontana, alcune donne della Paser e assistenti sociali sul posto, in sala qualche consigliere e rappresentanti di associazioni


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Le paure! E’difficile controllarle. Montano e non c’è verso di fermarle. Bisogna aspettare. Quando, nel 2003, il Comune di Manfredonia partecipò al progetto Sprar (accoglienza di 20 rifugiati) nessuno si sarebbe aspettato proteste e rifiuto; in una comunità poi che già conosceva il problema: i senegalesi (circa 200) erano una presenza storica, l’Aim (associazione migrantes) era attiva fin dal 1989, c’erano gruppi di volontari, scuole di lingua italiana, prestazioni gratuite di medici, incontri interetnici, proiezioni di film africani… Il progetto Sprar era finanziato dal governo e avrebbe permesso l’assunzione di operatori qualificati: insegnanti di italiano, mediatori culturali… Ci fu una informazione adeguata (almeno così sembrava), incontri con associazioni… A luglio 2004 dovevano arrivare i primi dieci rifugiati. Alloggio previsto in una scuola materna adattata nei pressi del Centro. Nessuna opposizione sembrava affiorare. Invece i residenti nella strada (i condomini erano molto grossi) si mossero, organizzarono assemblee, ed emersero opinioni nettamente contrarie: volantini, comunicati su Internet, minacce, persone che dichiaravano che si sarebbero incatenate, avrebbero messe le auto di traverso…

Da assessore organizzai una riunione nella sala consiliare. Pensavo un gruppo, una partecipazione limitata, una discussione serena. E invece sala, corridoi… stracolmi. Centinaia di persone. La discussione fu accesa, minacce e tentativi di aggressione nei confronti di qualcuno che si dimostrava aperto e disponibile. “Non siamo razzisti, ma li dovete ospitare fuori città!”. Facevano paura parole come rifugiati, richiedenti asilo. Pesavano le parole di alcuni “bene informati”. Quelle di un medico: “Sono portatori di malattie. Vengono da paesi dove ci sono ancora malattie contagiose”. O quelle di un militare dell’aeronautica: “Io ho fatto servizio in zone calde, in missioni all’estero e non si può escludere tra i rifugiati la presenza di terroristi”. Tra gli oppositori vi erano anche alcuni con incarichi ecclesiali; tutti abitavano nelle vicinanze.

Qualche sera, dopo la riunione nella sala consiliare, a mezzanotte ricevetti una telefonata sulla costituzione di un presidio di cittadini in un’altra zona della città (Pontelungo). Si era sparsa la voce che i rifugiati, visto il rifiuto dei residenti in via Torre dell’Abate, dovevano trovare ospitalità in quell’area, dove vi erano locali ampi e dismessi dall’Asl. Una insegnante mi raccontava che la situazione era pericolosa. E il presidio e la ronda sarebbero continuati nei giorni successivi.

Iniziammo un’opera di informazione capillare: chiunque poteva rivolgersi ai servizi sociali, all’assessorato, all’associazione (Paser) che doveva gestire l’accoglienza. Tanti cittadini furono ascoltati, non si sottovalutavano i timori, né si sminuivano le preoccupazioni. Incontrammo i medici, i “militari”, gruppi di donne nel condominio, intervenne il vescovo nel consiglio parrocchiale… Tutti chiesero un impegno chiaro a vigilare e a non nascondere nulla. Si fidarono.

Il pomeriggio dell’arrivo: accoglienza in sala consiliare, polizia allertata ma lontana, alcune donne della Paser e assistenti sociali sul posto, in sala qualche consigliere e rappresentanti di associazioni. Un saluto, il ringraziamento di un giovane eritreo e poi il gruppo raggiunse il luogo di ospitalità. Ci furono solo un paio di donne che inveirono dal balcone… e niente altro.

Era un fatto nuovo; la paura c’è ed è normale di fronte a eventi sconosciuti. Occorre parlare e ascoltare. Non nascondere nulla e richiedere a tutti la responsabilità di quello che dicono. Dopo quell’esperienza ci fu un notevole interesse sulle problematiche migratorie ed anche una collaborazione e vicinanza dei cittadini di quella strada con i rifugiati e di sostegno all’intero progetto di integrazione. Dopo quella esperienza si comprese che non bisogna dare nulla per scontato, che occorre rispettare le paure, che tutti i luoghi pubblici potevano e dovevano essere luoghi di confronto, di ascolto, di cittadinanza: Teatro, Laboratorio urbano, la Casa dei diritti, le parrocchie, le scuole….

(A cura di Paolo Cascavilla – fonte www.futuriparalleli.it)

Immigrati. Come nascono le paure e come (talvolta) si superano ultima modifica: 2018-01-17T15:00:01+00:00 da Redazione



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Commenti


  • ConteSsa

    Vi preoccupate di gente di colore di gente straniera, quando il vero problema certificato dall’Istat è lo svuotamento delle nostra città.
    Di giovani. Di educazione ambientale e sociale. I rei mai confessi di tale situazione sono visibili a tutti.
    Il capo del governo e i suoi affiliati nei vari comuni d’Italia.
    Integrazione?
    Non è la razza bianca la parte discriminante.
    È una parte di quella che ci governa che pur di fare soldi sperpera denaro pubblico per riprenderselo sotto forma di volontariato a questa gente sfortunata perché nel loro paese sfruttata da un dittatore magari di 70 anni e da 50 al potere. Un po’ come in Italia.

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