ROMA – A dieci anni dall’uccisione di Sara Di Pietrantonio, il dolore della madre Tina Raccuia resta intatto, sospeso in un tempo che non riesce a rimarginare la ferita. Alla vigilia dell’anniversario della morte della studentessa romana, assassinata il 29 maggio 2016 dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, la testimonianza della madre torna a scuotere le coscienze con parole dure, lucide e profondamente umane.
In un’intervista riportata da Leggo.it, Tina Raccuia racconta il peso di un’assenza che non si attenua con il passare degli anni. Nella sua casa, perfino gli spazi sono cambiati: la stanza di Sara non esiste più, trasformata in un open space, quasi a cercare aria e luce dove per troppo tempo il dolore ha occupato ogni cosa.
«Per me è come se fosse accaduto ieri – racconta la madre – Sara mi manca e mi mancherà sempre. Queste sono ferite che non si rimarginano, il dolore resta e non c’è soluzione».
Un dolore privato che si è trasformato anche in impegno pubblico. Tina continua infatti a portare la sua testimonianza nelle scuole, convinta che la prevenzione resti uno degli strumenti più importanti per contrastare la violenza di genere. Secondo il suo racconto, sul piano normativo qualcosa è cambiato negli anni, ma sul fronte culturale e della prevenzione resta ancora molto da fare.
«Andare nelle scuole è necessario – spiega – perché se ci sono stati progressi nelle leggi, non si può dire lo stesso della prevenzione».
Uno dei passaggi più forti del suo racconto riguarda proprio i segnali che precedettero il delitto. Segnali che allora apparivano sfumati, quasi banali, ma che oggi assumono un significato drammaticamente chiaro. Sara, spiega la madre, non era stata vittima di violenza fisica prima dell’epilogo finale, ma di una pressione psicologica continua, fatta di controllo, gelosia e limitazioni.
Paduano, condannato all’ergastolo in via definitiva, non voleva che Sara studiasse, vedesse le amiche o si vestisse liberamente. Atteggiamenti che, inizialmente, erano stati persino ridicolizzati, senza coglierne la reale pericolosità.
«All’inizio ne ridevamo – ricorda Tina – dicevamo che sembrava un talebano. Invece erano campanelli d’allarme che abbiamo sottovalutato».
A dieci anni di distanza, non è mai arrivato un gesto di pentimento da parte dell’uomo condannato per il femminicidio. Nessuna lettera, nessun segnale. Eppure Tina Raccuia, parlando di lui, sceglie una definizione che colpisce per crudezza e disincanto.
«A Roma si dice: è un poraccio. Ecco, lui per me ora è questo: un poraccio, uno che ha distrutto noi ma ha rovinato anche la sua vita e quella della sua famiglia».
Non c’è perdono nelle sue parole, ma una consapevolezza dolorosa. L’odio, ammette, esiste ancora, ma non si traduce in desiderio di vendetta. È un sentimento che resta confinato nella memoria di una tragedia che ha segnato per sempre una famiglia e l’intero Paese.
Oggi, racconta ancora Tina, i giovani sono più consapevoli di un tempo: sanno riconoscere il controllo, sanno dare un nome al patriarcato, comprendono meglio certi meccanismi tossici nelle relazioni. Ma la strada resta lunga e il cambiamento culturale non può essere lasciato solo sulle spalle delle vittime o dei loro familiari. Fonte: Leggo.it



