Cronaca

Ariano Irpino, Parentopoli, 85 pensioni nonostante morti da tempo


Di:

Controlli Guardia di Finanza (archivio ans@)

Avellino – UNA vera e propria offensiva contro i falsi poveri, i falsi invalidi e le truffe ai danni della previdenza sociale, quella messa in campo dal Comando Provinciale di Avellino che ha portato alla luce l’ennesimo caso di spreco di denaro pubblico, questa volta nel settore previdenziale.

Si è conclusa ieri, infatti, una lunga indagine condotta dalle Fiamme Gialle della Tenenza di Ariano Irpino, nei confronti di beneficiari di prestazioni pensionistiche erogate dall’INPS: tra questi, c’era chi avrebbe continuato a riscuotere per anni la pensione della zia, morta da tempo in Venezuela, ed anche chi, da anni, beneficiava della pensione di accompagnamento per l’invalidità, senza averne alcun titolo.Ma c’erano, anche, quelli che, dopo aver ricevuto i soldi che non gli spettavano, li hanno restituiti, sulla base della diffida dell’Inps,quelli che hanno ottenuto indebitamente una sola mensilità di pensione, e, addirittura, altri che, per diversi anni, hanno ricevuto la pensione del parente defunto senza restituire alcunché.

L’esito dell’indagine, offre uno spaccato inquietante nella provincia, invero, già paventato mesi fa dallo speciale osservatorio allestito dall’Inps di Avellino, e non tanto dissimile da quello risultante dalle recenti indagini sui “falsi poveri” che, qualche mese fa, portarono le Fiamme Gialle irpine a segnalare all’Autorità Giudiziaria, ben trenta casi di soggetti che, risultando solo sulla carta nullatenenti, avevano beneficiato, indebitamente, del gratuito patrocinio a spese dello Stato in cause promosse, perlopiù, proprio nei confronti dell’Inps.

Ma ora la questione è ben diversa. Le indagini sono cominciate un anno fa, quando i finanzieri di Ariano Irpino, in collaborazione con il locale Istituto previdenziale, hanno passato al setaccio migliaiadi posizioni pensionistiche, incrociandole con una banca dati già sfruttata per un’altra indagine nel settore sanitario, e chiusa negli ultimi mesi dello scorso anno. Ulteriori riscontri tra i dati dell’Anagrafe Tributaria con le risultanze delle posizioni pensionistiche in essere presso l’Inps, hanno rivelato che ben 85 pensioni erano state erogate illegittimamente anche dopo la morte degli aventi diritto, con un “buco” nelle casse dell’erario di centinaia di migliaia di euro.

In alcuni casi, è stato riscontrato che l’erogazione di una o due rate di pensioni al defunto beneficiario,era stata effettuata, mediante accrediti su conti correnti bancari, dall’Inps, a causa di un ritardo nell’effettuazione del blocco dei pagamenti, legati, perlopiù, a questioni tecniche, per cui l’Istituto aveva già provveduto a richiedere la restituzione dei ratei di pensione indebitamente corrisposti.In altri casi, invece, i finanzieri hanno appurato che l’Inps neppure era a conoscenza della morte del beneficiario, e, dunque, continuava a corrispondere le pensioni. Immediato, il loro blocco da parte dell’Istituto. Le indagini, quindi, si sono allargate attraverso numerose ricerche presso gli Uffici Anagrafe dell’hinterland, tenuti, per legge, ad effettuare le comunicazioni sui decessi all’Inps, e nei fascicoli di questi. Così, si è scoperto che, nella maggior parte dei casi, i responsabili degli Uffici Anagrafe,avevano “semplicemente” omesso di comunicare all’Inps (o lo avevano fatto con notevole ritardo) il decesso di propri concittadini. Due responsabili degli Uffici Anagrafe dei comuni interessati, sono stati segnalati alla Corte dei Conti. In quanto assimilati ai dipendenti pubblici, infatti, i responsabili o gli ufficiali di anagrafe, rispondono dei danni provocati all’erario, per dolo o colpa grave (ai sensi della Legge 639/96), per aver omesso di comunicare all’Inps, secondo quanto stabilisce l’attuale normativa (art. 34, della Legge n. 903/65 e art.31, della Legge n. 289/2002), il decesso di beneficiari di prestazioni pensionistiche.

L’Inps, nel corso degli anni, ha, più volte, sollecitato i Comuni al rispetto delle procedure e dei tempi da osservare nelle comunicazioni delle variazioni di stato civile e dei decessi, che deve avvenire entro un giorno dalla data dell’evento, tramite procedura telematica INA-SAIA;il mancato rispetto, comporta l’irrogazione ai responsabili dell’ufficio anagrafe di una sanzione amministrativa fino a 300 euro (art. 46 Legge n. 326/2003). La loro mancata diligenza, ha permesso all’Inps di corrispondere, per anni, ratei di pensioni non dovute.C’è il caso, ad esempio, di chi, vistosi accreditare la pensione del parente defunto, non ha intascatoneppure un centesimo, ma c’è, anche, chi prelevava regolarmente le somme accreditate dall’Inps.E se qualcuno ha percepito somme minime, di appena poche centinaia di euro (e, talvolta, le ha restituite), c’è chi è riuscito a raggranellare molte migliaia di euro.

Nel corso del controllo,è stata accertata anche la responsabilità penale di due donne, segnalate all’Autorità Giudiziaria per “Truffa ai danni dello Stato”. In un caso, è stato scoperto che, un’astuta signora, era riuscita adintascare, in diversi anni, la non modica cifra di 80.261 euro. La “furbetta”, infatti, dopo aver ottenuto, mediante artifici, una prestazione pensionistica a favore di una zia – ma a sua insaputa – ha continuato ad incassare, giacché delegata, gli assegni mensili accreditati su un libretto postale anche dopo la morte della zia, non comunicandone all’Inps il decesso. Ma la documentazione prodotta dalla truffatrice, non ha tratto in inganno i finanzieri, che, grazie anche alla collaborazione dell’Istituto previdenziale,hanno svelato l’imbroglio. Ora, spetterà alla Magistratura accertare eventuali, altre complicità dell’astuta ereditiera.
Un’altra donna, invece, invalida al cento per cento e beneficiaria della pensione d’invalidità e di accompagnamento, è stata incastrata dai filmati dei finanzieri, che l’hanno seguita per mesi: faceva regolarmente la spesa da sola, prendeva da sola i mezzi pubblici e faceva lunghe passeggiate in centro tra i negozi, sempre da sola.

Così, i finanzieri hanno spulciato tra i certificati medici presentati alla ASL ed all’Inps per il riconoscimento delle pensioni, ed hanno scoperto che l’astuta invalida aveva falsificato, di suo pugno, la diagnosi riportata nella certificazione medica, traendo in inganno, perfino, la Commissione medica esaminatrice, che, oltre a riconoscerle il cento per cento di invalidità,le ha riconosciuto anche quella di accompagnamento. In otto anni, l’invalida “fai da te”, a cui l’Inps ha “chiuso i rubinetti”, ha intascato decine di migliaia di euro, che ora dovrà restituire per intero.

L’indagine condotta dalle Fiamme Gialle irpine, non solo offre uno spaccato decisamente allarmante della gestione, per certi versi, forse un po’ troppo “leggera” delle risorse pubbliche, maripropone, anche, la necessità di controlli pubblici sistematici e più accurati, che non consentano il verificarsi di una così macroscopica défaillance del sistema, soprattutto, nell’attuale momento storico, che guarda sia al contenimento della spesa che al recupero di gettito evaso. L’inchiesta, tuttavia, non si ferma qui,i finanzieri irpini sono impegnati per accertare, nei prossimi giorni l’esistenza di eventuali, altri casi simili.

Redazione Stato

Ariano Irpino, Parentopoli, 85 pensioni nonostante morti da tempo ultima modifica: 2013-06-17T14:39:10+00:00 da Redazione



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Commenti


  • Eugenio Gargiulo

    Da: avv. Eugenio Gargiulo (eucariota@tiscali.it)

    Non ha diritto all’ assegno di invalidità civile colui che lavora, indipendentemente dal reddito percepito!

    Lo svolgimento di attività lavorativa impedisce, al cittadino, il diritto di ottenere il beneficio dell’assegno di invalidità, a prescindere dalla misura del reddito ricavato.

    Lo ha detto la Cassazione in una recentissima ordinanza. (Cass. ord. n. 3517/14 del 14.02.2014)

    L’attività lavorativa, secondo la Suprema Corte, preclude il beneficio in commento. La legge (Art. 13, l. n. 118/1971), infatti, stabilisce che “agli invalidi civili, di età compresa fra il diciottesimo e il sessantaquattresimo anno, nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74%, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso, a carico dello Stato ed erogato dall’INPS, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità, con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’art. 12”.

    Da tale norma è facile comprendere che lo svolgimento di attività lavorativa preclude il diritto al beneficio!
    Foggia, 18 febbraio 2014 Avv. Eugenio Gargiulo

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