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ANTONIO LA TORRE Esclusiva SQ. Antonio La Torre: «L’Italia ha reso ripetibile l’irripetibile. Birmingham vale più di Roma»

Il direttore tecnico della Nazionale, originario di Manfredonia, analizza il trionfo agli Europei: 22 medaglie, dieci ori e primo posto anche nella classifica a punti.

AUTORE:
Giuseppe de Filippo
PUBBLICATO IL:
17 Agosto 2026
Focus // Manfredonia //

L’Italia dell’atletica non è più una sorpresa. A Birmingham gli azzurri hanno vinto per la seconda volta consecutiva il medagliere degli Europei, conquistando 22 podi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi.

Una vittoria arrivata nell’ultima gara, con la 4×400 maschile capace di superare la Gran Bretagna per appena tre centesimi. L’Italia ha chiuso al comando anche nella classifica a punti, con 226, e ha eguagliato il record di 45 finalisti stabilito a Roma nel 2024. Numeri che descrivono la profondità del movimento ancora meglio delle medaglie.

Tra i tecnici della Nazionale c’è Antonio La Torre, nato a Manfredonia nel 1956, direttore tecnico FIDAL dal 2018 e storico allenatore della marcia italiana.

Direttore, da dove comincia il bilancio di Birmingham?

«Dal comportamento di tutta la squadra. La spedizione è stata complessivamente molto positiva, non soltanto per i risultati delle nostre punte. Aver vinto il medagliere all’ultima gara rappresenta simbolicamente la forza di questo gruppo: ha creduto fino all’ultimo metro. Con tre centesimi nella 4×400 maschile e un centimetro nel lungo femminile siamo tornati davanti alla Gran Bretagna. Abbiamo conquistato più ori e più medaglie di ogni altra nazione».

Roma 2024 sembrava un risultato difficilmente ripetibile.

«Il filo conduttore di Birmingham è proprio questo: siamo riusciti a rendere ripetibile ciò che sembrava irripetibile. A Roma avevamo vinto 24 medaglie, qui 22, ma il valore di questa spedizione è persino superiore. Due anni fa gareggiavamo in casa e alcuni fattori logistici giocavano a nostro favore. A Birmingham abbiamo mostrato la maturità raggiunta dalla squadra, la sua consistenza e la capacità del gruppo di aiutare ogni atleta a esprimersi al meglio».

Non contano, dunque, soltanto i podi.

L’Italia dell’atletica non è più una sorpresa. A Birmingham gli azzurri hanno vinto per la seconda volta consecutiva il medagliere degli Europei, conquistando 22 podi: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Una vittoria arrivata nell’ultima gara, con la 4×400 maschile capace di superare la Gran Bretagna per appena tre centesimi. L’Italia ha chiuso al comando anche nella classifica a punti, con 226, e ha eguagliato il record di 45 finalisti stabilito a Roma nel 2024. Numeri che descrivono la profondità del movimento ancora meglio delle medaglie.

Direttore, da dove comincia il bilancio di Birmingham?

«Dal comportamento di tutta la squadra. La spedizione è stata complessivamente molto positiva, non soltanto per i risultati delle nostre punte. Aver vinto il medagliere all’ultima gara rappresenta simbolicamente la forza di questo gruppo: ha creduto fino all’ultimo metro. Con tre centesimi nella 4×400 maschile e un centimetro nel lungo femminile siamo tornati davanti alla Gran Bretagna. Abbiamo conquistato più ori e più medaglie di ogni altra nazione».

Roma 2024 sembrava un risultato difficilmente ripetibile.

«Il filo conduttore di Birmingham è proprio questo: siamo riusciti a rendere ripetibile ciò che sembrava irripetibile. A Roma avevamo vinto 24 medaglie, qui 22, ma il valore di questa spedizione è persino superiore. Due anni fa gareggiavamo in casa e alcuni fattori logistici giocavano a nostro favore. A Birmingham abbiamo mostrato la maturità raggiunta dalla squadra, la sua consistenza e la capacità del gruppo di aiutare ogni atleta a esprimersi al meglio».

Non contano, dunque, soltanto i podi.

«La classifica a punti somma i piazzamenti di tutti i finalisti ed è forse l’indicatore più attendibile della qualità complessiva. Abbiamo vinto anche quella con 226 punti, eguagliando i 45 finalisti di Roma. Significa che dietro i campioni c’è una squadra profonda, competitiva in quasi tutti i settori. La 4×400 è chiamata dagli inglesi “the mile relay”, la staffetta del miglio: battere i padroni di casa proprio nella gara che sentono più loro, e farlo per tre centesimi, dà una consapevolezza enorme anche in prospettiva».

Quali sono state le immagini più significative?

«Siamo partiti con la splendida doppietta nel peso: Leonardo Fabbri oro e Zane Weir argento. Nadia Battocletti è ormai la regina d’Europa. Nei 10.000 ha ribadito una superiorità tale che quasi nessuna avversaria prova più ad attaccarla. Ma in quella gara va sottolineato anche lo splendido bronzo di Micol Majori, un risultato che probabilmente neppure il più ottimista avrebbe pronosticato».

Poi sono arrivate le storie di chi ha saputo ricominciare.

«Sara Fantini è tornata sui livelli di Roma conquistando un argento meritatissimo. Dariya Derkach ci ha regalato una vicenda sportiva e umana commovente: dopo tre operazioni ai tendini d’Achille ha vinto il titolo europeo del triplo con il personale di 14,60. È come se si fosse ripresa, con gli interessi, tutto ciò che gli infortuni le avevano tolto».

Quanto ha pesato l’infortunio di Marcell Jacobs?

«Poteva diventare un momento negativo per tutti. Marcell avrebbe avuto grandi possibilità nei 100 metri, ma l’infortunio lo ha fermato. Invece la squadra ha reagito: ci siamo riuniti, Jacobs ha parlato ai compagni e li ha sostenuti. Da quel momento sono arrivate altre medaglie e altre emozioni. Anche questa è la misura di un gruppo: saper trasformare una difficoltà in energia».

E poi la nuova resurrezione di Gianmarco Tamberi.

«Dopo due anni tribolatissimi dal punto di vista sportivo, Gimbo è tornato a vincere in una serata fredda e complicata. Accanto a lui è esploso anche il talento di Matteo Sioli, bronzo. È stata una dimostrazione di carattere prima ancora che tecnica».

Per un uomo di marcia come lei, il mattino delle cinque medaglie deve essere stato speciale.

«Straordinario. Massimo Stano è tornato alla vittoria conquistando l’unico grande titolo che gli mancava, con il record europeo nella maratona di marcia. Con la sua simpatia e la sua umanità ha fatto anche da chioccia ai più giovani. Francesco Fortunato, altro pugliese, ha vinto l’argento nella mezza maratona, seguito dal bronzo di Andrea Cosi. Alexandrina Mihai ha conquistato l’argento femminile».

La copertina, però, appartiene alla ventunenne Sofia Fiorini.

«Si allena a Milano, nello stesso campo in cui allenavo Ivano Brugnetti, ed è seguita da Alessandro Gandellini, un mio ex atleta. Ha dominato la maratona di marcia stabilendo il record mondiale in 3 ore 15 minuti e 11 secondi. Al termine ha detto di essersi divertita. A ventun anni, una frase così rivela talento, leggerezza e una personalità fuori dal comune».

Andy Diaz ha invece superato la barriera dei diciotto metri.

«Il suo 18,15 nel triplo è stato un salto enorme: è come coprire in tre balzi un intero campo di pallavolo e aggiungere altri quindici centimetri. Andy porta energia positiva e una grande carica umana. Sul podio con lui è salito anche Andrea Dallavalle, bronzo».

Nell’ultima giornata sono arrivati altri segnali importanti.

«Pietro Riva ha corso una maratona molto intelligente, conquistando l’argento, mentre le nostre maratonete sono salite sul secondo gradino del podio nella classifica a squadre. Poi Larissa Iapichino ha finalmente conquistato il titolo nel lungo: sette metri, appena un centimetro più della britannica Jazmin Sawyers. Il bronzo della 4×400 femminile e l’oro travolgente di Scotti, Sito, Soudassi e Benati hanno completato l’opera».

Che cosa lascia Birmingham verso Los Angeles 2028?

«Fiducia, ma anche responsabilità. Le Olimpiadi sono tra meno di due anni e il lavoro da fare è tanto. Non possiamo sederci sui risultati. Questa squadra, però, ha ormai un’identità riconoscibile e sa affrontare anche i momenti difficili».

Da manfredoniano, quanto sente ancora il legame con la Puglia?

«Le mie radici non le dimentico. Quando sono con i ragazzi della marcia, molti dei quali pugliesi, ogni tanto parliamo tranquillamente in dialetto. Fa sorridere il resto della squadra, ma ci ricorda da dove veniamo. La Puglia è nel mio DNA: anche nella capacità di guardare con un sorriso i problemi più complicati e provare a risolverli».

Può questo trionfo aiutare anche l’atletica di Manfredonia e della provincia di Foggia?

«Non conosco abbastanza a fondo la situazione attuale per indicare soluzioni precise. Probabilmente esistono problemi legati agli impianti, mentre a Foggia c’è stata in passato una buona tradizione, per esempio nel salto con l’asta. Mi auguro che sapere che il direttore tecnico della Nazionale è nato a Manfredonia possa spingere qualche ragazzo in più a praticare atletica. Sarebbe bellissimo riuscire a far emergere nuovi talenti anche dalla Capitanata».

Focus fonti: FIDAL i risultati degli Europei di Birmingham 2026.

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