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ISERNIA RIMANELLI La casa che canta nel cuore

A Isernia, nella piazzetta Sanfelice, Lino Rufo ha restituito voce e musica alla poesia di Giose Rimanelli

AUTORE:
Maurizio Varriano
PUBBLICATO IL:
17 Settembre 2026
Attualità // Eventi //

La memoria sa aspettare e se trova luoghi dove poter restituire tempo all’attesa, essa non ha bisogno di essere evocata, continuerà a aspettare. Aspetta che qualcuno pronunci una parola, accarezzi una corda, intoni una melodia perché ciò che sembrava perduto torni improvvisamente a camminare tra la gente.

È accaduto a Isernia, nella notte del 15 settembre, in quella bellissima Piazzetta Sanfelice che per qualche ora ha smesso di essere soltanto uno spazio del centro storico per diventare una specie di teatro dell’anima. Tutto questo grazie all’Auser guidata da Franco Capone, la Città di Isernia e la Proloco della stessa città.

Il cielo di settembre sopra le pietre antiche. I vicoli tutt’intorno. Un pubblico fitto, attento, partecipe. E poi una voce.

Lino Rufo.

Una voce che viene da lontano e, proprio per questo, conosce perfettamente la strada del ritorno. Rufo ha cantato Giose Rimanelli. Ma sarebbe riduttivo dire che ha semplicemente musicato le poesie di uno scrittore molisano.

Quella sera Rufo ha fatto qualcosa di più sottile e, forse, di più necessario: ha trasformato la nostalgia in materia viva. Ha preso la parola di un uomo che aveva lasciato il Molise per l’America e l’ha fatta viaggiare ancora una volta, questa volta nella direzione opposta, fino a tornare nel cuore della terra dalla quale era partita.

Home. Casa.

È tutta qui, forse, la parola segreta della serata.

Molise my Home non è soltanto il titolo del progetto. È una dichiarazione di appartenenza, ma anche una domanda. Perché la casa, quando si è partiti, non coincide più necessariamente con un indirizzo, con una strada, con quattro mura. Diventa qualcosa che ci segue. Una voce. Un odore. Un paesaggio. Una cadenza della lingua. Una parola pronunciata come la pronunciavano i nostri vecchi.

Rimanelli lo aveva capito.

Nato a Casacalenda, scrittore, poeta e saggista, emigrato negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e rimasto oltreoceano per circa sessant’anni, continuò a portarsi dentro il Molise come una geografia intima, irriducibile alla distanza. Il progetto di Rufo nasce da un manoscritto inedito del 1984 contenente undici poesie, sette in dialetto e quattro in italiano, che il cantautore ha trasformato in canzoni attraverso linguaggi musicali differenti.

Undici poesie. Undici finestre. Undici possibilità di guardare indietro senza necessariamente voltarsi indietro. E forse è proprio questo il miracolo della musica: non restituisce il passato. Lo reinventa.

La chitarra, il blues e il ragazzo del paese

Per comprendere davvero l’incontro fra Rufo e Rimanelli bisogna però fare un passo indietro.

Bisogna tornare a Castelnuovo al Volturno, quando Lino Rufo era ancora un bambino e una chitarra ammaccata, regalata da uno zampognaro del paese, entrò nella sua vita. Mancavano persino le chiavette e per accordarla occorreva una pinza. Un amico gli insegnò un accordo, il Re; dagli altri accordi arrivò alla sua prima canzone, ispirata a James Taylor. È una storia che sembra uscita da un romanzo americano.

E invece è molisana.

Forse, in fondo, era già tutto lì: nella chitarra malandata di un ragazzino di provincia c’era il viaggio che sarebbe venuto dopo.

Roma. La canzone d’autore. Il blues. Il progressive. Il folk. Le collaborazioni con alcuni protagonisti della musica italiana. L’incontro con Gianfranco Baldazzi e quindi con Vincenzo Micocci, figura decisiva della discografia italiana.

E poi gli anni, i palchi, le strade, le canzoni, gli incontri con artisti come Vasco Rossi e Rino Gaetano, fino a una carriera che attraversa ormai mezzo secolo. La stessa biografia artistica di Rufo racconta un musicista difficilmente contenibile dentro un’unica etichetta: cantautore, bluesman, chitarrista, interprete di una musica che nel tempo ha accolto folk, jazz, country e progressive. Ecco perché chiamarlo semplicemente cantautore sarebbe forse incompleto.

Rufo è, prima di tutto, un uomo di confine.

Uno che ha sempre abitato il punto esatto nel quale una musica finisce e un’altra comincia.

Il Molise e il mondo

A Isernia questo carattere è apparso con una evidenza quasi fisica. Accanto a Rufo, Stefano Saletti, Eugenio Saletti, Maurizio Varriano e Maria Pia De Martino hanno costruito una trama sonora nella quale il Molise non veniva rinchiuso nella sua tradizione, ma consegnato al mondo.

È la scelta più intelligente che si potesse fare davanti a Rimanelli. Perché Rimanelli non fu soltanto uno scrittore del Molise. Fu un uomo del Molise nel mondo. E la musica non poteva dunque essere una semplice ricostruzione folklorica.

Doveva partire dalla terra e avere il coraggio di attraversare il mare.

È quello che accade in Molise my Home: bouzouki, loutar marocchino, kamancheh mediorientale, violoncello, percussioni, fino alla zampogna molisana, convivono in un impasto che non cancella le radici ma le fa dialogare con altre geografie sonore. È la world music quando la world music non è una moda, ma una necessità.

Il mondo entra nel Molise. E il Molise, finalmente, non chiede permesso per entrare nel mondo.

Prima della musica

Ma quella di Piazzetta Sanfelice non è stata soltanto una serata musicale.

La presentazione di Antonella Gatta, l’introduzione teatrale di Nino Ciampitti, il momento esilarante affidato a Nicola Ciarlante, hanno preparato il terreno a ciò che sarebbe arrivato dopo.

Una sorta di piccolo rito laico. Prima la parola. Poi il teatro. Poi il sorriso. Infine la musica.

Come se fosse necessario attraversare tutte le forme del racconto prima di arrivare a quella più antica: la canzone.

E quando Rufo ha preso in mano la serata, la piazza era già pronta.

Non ad ascoltare soltanto. A riconoscersi.

Le parole che tornano

C’è qualcosa di profondamente molisano nel modo in cui Rimanelli ritorna attraverso Rufo.

Non la nostalgia facile. Non il rimpianto.

Piuttosto quella forma particolare di malinconia che conosce chi è partito e sa che nessun viaggio può cancellare il luogo da cui si è partiti.

La lingua, soprattutto. Il dialetto. Quella lingua che non serve soltanto a dire le cose, ma a ricordare come le cose venivano dette.

Rufo affronta qui per la prima volta in modo organico il dialetto molisano, e lo fa proprio attraverso la scrittura di Rimanelli. È un passaggio tutt’altro che secondario: la lingua della terra torna a essere lingua musicale. E allora le parole diventano suono.

Il suono diventa memoria. La memoria diventa presenza. E la presenza, quella sera, era tutta in quella piazza.

L’applauso

Poi sono arrivati gli applausi.

Molti. Lunghi. Quasi ostinati. Hanno fatto eco ai vicoli del centro storico, rimbalzando sulle pietre di Isernia come se la città avesse deciso di rispondere.

Un applauso per gli artisti, certamente. Ma anche per un’idea. L’idea che la cultura non sia qualcosa da conservare sotto una campana di vetro.

Che un poeta possa tornare a parlare attraverso una chitarra. Che un manoscritto dimenticato possa diventare una canzone. Che una lingua locale possa diventare universale senza perdere una sola goccia della propria identità. Che un uomo partito tanti anni fa possa tornare a casa senza essere mai davvero tornato. E che una piazza possa, per una sera, diventare il luogo nel quale tutto questo si compie.

Il viaggio continua

Forse il significato più autentico di Molise my Home è proprio questo.

Non tornare indietro. Tornare dentro. Dentro una lingua. Dentro una memoria. Dentro un paesaggio. Dentro quella parte di noi che il tempo, per quanto ci provi, non riesce a portarsi via.

Giose Rimanelli aveva attraversato l’Atlantico, aveva vissuto negli Stati Uniti, insegnato nelle università, scritto libri, costruito una seconda vita dall’altra parte dell’oceano.

Eppure il Molise era rimasto lì. Come rimane una canzone che non abbiamo più ascoltato per anni e che, appena ricomincia, conosciamo già.

Lino Rufo ha fatto esattamente questo. Ha premuto il tasto della memoria. E la memoria ha risposto.

Ieri sera, a Isernia, per qualche ora, Rimanelli non è stato un autore del passato.

È stato una voce presente. E Rufo non è stato soltanto il musicista che lo interpretava. È stato il viaggiatore che gli ha indicato la strada di casa. Intorno, il pubblico. Sopra, la notte. Sotto, le pietre antiche della città. E in mezzo, la musica.

Quella musica che non conosce confini, perché i confini appartengono alle mappe, mentre le canzoni appartengono alla memoria.

L’ultima nota si sarà pure spenta. Ma non l’eco. Quella è rimasta a lungo. Forse è ancora lì, nascosta in qualche vicolo di Isernia vecchia.

E se si ascolta bene, nel silenzio di una notte molisana, può darsi che si senta ancora una voce dire ciò che Rimanelli sapeva da sempre: la casa non è il posto dove torni.
È il posto che non ha mai smesso di aspettarti.

A cura di Maurizio Varriano.

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“Felicità non è fare sempre ciò che si vuole, ma volere sempre ciò che si fa.” – Valerio Albisetti

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