Politica

Partiti politici e partitocrazia


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Max-Weber-Graffito-full

Max-Weber-Graffito-full (sociology of Culture, gignatow.googlepages.com)

Manfredonia – SECONDO Max Weber, il partito politico  è ”un’associazione rivolta a un fine deliberativo, sia esso oggettivo come l’attuazione di un programma avente scopi ideali e materiali, sia personale cioè diretto ad ottenere benefici, potenza e pertanto onore per capi e seguaci, oppure rivolti a tutti questi scopi insieme…”. Alla stessa maniera, più o meno, la pensa pure S. Berger, “Politics and Antipolitics in Western Europe in the Seventies”, in “Daedalus”, Winter 1979. Nel concepire il partito politico in questo modo bisogna anche ripensare alla sua natura di carattere associativa, che tende alla logica conquista di uno spazio di potere ben definito.  Questa particolare forma associativa ha pure consolidato, nel tempo, un sofisticato grado di autonomia strutturale, con una peculiare complessità interna che tende a sviluppare un preciso processo di formazione di decisioni politiche. Nelle democrazie occidentali si riconosce teoricamente e, più o meno praticamente, al popolo il diritto di partecipare alla gestione della cosa pubblica. Di conseguenza, questi apparati si formano, per affermarsi, in libere elezioni ed arrivare al governo di un determinato Paese. In generale, si può anche affermare che il nascere di un partito politico è ampiamente collegato alla necessità di intervenire nel complesso procedimento decisionale che dialetticamente interagisce con le diverse classi e ceti sociali. Bisogna, quindi, ammettere che la grandezza di uno Stato è direttamente proporzionale al: tipo di mobilitazione popolare; strati sociali coinvolti; interessi materiali ed ideali perseguiti. Questa nobile forma di rappresentanza ha subìto, nel frattempo, una sicura degenerazione. Si è avuta, infatti, almeno a partire dagli anni ’60, il trasformarsi di queste forme associative in partiti elettorali di massa. Queste formazioni, senza tenere più conto di rappresentare una classe o un ceto particolare, si sono proposte di acquisire un potere politico più allargato. Hanno avanzato solamente la pretesa di raccogliere più voti per arrivare ad occupare le poltrone governative nazionali ed amministrative locali. Poi, in questo tipo di organizzazione non ha avuto più modo di esistere una disciplina interna a carattere ideologico per la definizione di un’azione politica unitaria. Da qui i tatticismi che, di volta in volta, subiscono le linee politiche influenzate solamente dalle specifiche zone geografiche o dai ceti sociali cui si riferiscono. Il partito elettorale di massa, da evidenziare, è stato così l’ultima forma associativa a comparire anche sulla nostra scena politica. Il passo, quindi, verso la partitocrazia è stato assai breve. Si può definire “partitocrazia” quella ambizione dei partiti a voler monopolizzare non solo il potere politico ma la stessa, intera, vita sociale organizzata. In particolare si vuole avere la predominanza in tutti i settori del vivere civile, sociale ed economico. I partiti sono così diventati strumento di conservazione burocratica e non di trasformazione della società, fino ad ingabbiare le più elementari esigenze positive di cambiamento democratico. L’astensionismo elettorale ha dato, a tale proposito, indicazioni ben precise sul pensare dei cittadini, con poca partecipazione ai vari referendum, alle elezioni politiche, regionali ed amministrative locali. Una variabile che si riscontra nella partitocrazia, oltre alle lottizzazioni scriteriate negli Enti pubblici e di Stato, è dato dall’apparato verticistico che oggi sembra brillare per poca competenza e rappresentatività. Un esempio per tutti, non può un partito arrivato a governare un Paese arrogarsi il diritto di nominare in Rai un esperto dei problemi di comunicazione di massa che non abbia nemmeno tra le sue referenze quelle di aver diretto e lavorato, per un determinato tempo, in un giornale a tiratura nazionale. Quale potrebbe essere il rimedio alla partitocrazia? A mio avviso, solo delle forti e formidabili pressioni provenienti dalla società civile potrebbero risultare efficaci per cambiare le cose. Anche il volere di quanti siedono lungimiranti in Parlamento, approvare normative che differenzino drasticamente l’incompatibilità tra diversi e contemporanei incarichi pubblici, il rinnovo e, principalmente, la rotazione delle cariche istituzionali. Se questo non dovesse bastare, i partiti politici al loro interno, per il bene collettivo si raccordino solamente nella diretta competizione delle idee e delle soluzioni per cambiare in meglio la società.

Partiti politici e partitocrazia ultima modifica: 2009-12-17T12:24:18+00:00 da Redazione



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