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“Aggrappati a me”. Luca Arcidiacono

AUTORE:
Redazione
PUBBLICATO IL:
18 Febbraio 2020
Cinema // Manfredonia //
Oggi parliamo di Aggrappati a me, un cortometraggio diretto da Luca Arcidiacono, film molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Nonostante il terreno minato in cui si muove (sostanzialmente una storia d’amore con elementi e personaggi legati al tema della disabilità), riesce comunque a evitare i clichè e le trappole che sempre si annidano in questo tipo di operazioni. Lo fa, a nostro avviso, senza alcun trucco particolare, ma attraverso un approccio semplicemente sincero e consapevole.
Luca Arcidiacono ha il merito di avere una preparazione solida e una sensibilità registica non comune (sensibilità che ci aspettiamo di vedere confermata nei prossimi lavori), e di aver messo su una squadra azzeccata in tutti i suoi elementi. Queste fondamenta poggiano su una qualità tecnica indiscutibile. Il tutto manca di quella “furbizia” riscontrabile abbastanza spesso nei “film sociali”, ossia in quei lavori caratterizzati da tematiche attuali e urgenti come, per esempio, immigrazione, violenza sulle donne e disabilità.
Un corto lieve ma non privo di sostanza che speriamo possa piacere molto anche a voi lettori. Diverse sono le sequenze da “scuola del cinema” come ad esempio quella di apertura. Notevole il lavoro con gli attori; spettacolare il duo di protagonisti Ludovico Tersigni e Miriam Fauci, ma anche i ruoli “minori” non sono da meno( Beatrice De Luigi, Daniela Marra, Walter Nestola).
Ne abbiamo discusso con Luca Arcidiacono.
1. Partiamo dal principio: come è nata l’idea e quando hai deciso che era il momento di farne un film.
Parafrasando le parole che Giuseppe Tornatore una volta disse in un’intervista: “Un regista parla delle cose che conosce, delle cose che sa, delle cose con cui sente una comunione profonda nella sua vita.”. Ecco, in tutti quei lavori fatti prima di “Aggrappati a Me” aveva fatto tesoro di queste parole e in ogni progetto fatto avevo inevitabilmente, più o meno consciamente, messo dentro del mio. Io ho una sorella con la sindrome di down, si chiama Serena, oggi ha 22 anni e vive con la mia famiglia a Giarre, in Sicilia, mio paese d’origine. Lungo gli anni e i miei racconti mi ero sempre ‘costretto’ a non trattare l’argomento che sentivo troppo vicino emotivamente a me, girandoci spesso attorno, perché temevo che trattarlo mi portasse a perdere una lucidità che nella scrittura di un prodotto audiovisivo deve essere sempre fondamentale. Poi però, durante alcune giornate dell’Aprile 2017 sono capitate alcune coincidenze che mi hanno portato a visualizzare questo ragazzo e questa bambina percorrere una strada insieme, e in una notte ho buttato giù lo scheletro di quella che aveva il potenziale per essere una buona storia.
 
2. Il tuo film contiene scelte linguistiche solide: (penso alla bellissima sequenza iniziale con l’infermiera che apre la porta e compaiono nella stessa inquadratura lui e il riflesso di lei sul vetro, separati nettamente da una linea verticale costituita dal telaio della porta, ma anche a una prospettiva dal basso, che non è semplicemente una prospettiva ad altezza di Miriam). Parliamo di queste scelte.
Si è lavorato tanto con gli attori e con il produttore Riccardo Papa sulla volontà che il corto parlasse attraverso le immagini, i volti, gli sguardi, i movimenti di macchina (senza eccedere in particolari virtuosismi perché volevo che la semplicità dei contenuti fosse coerente alla semplicità della messa in scena). Dalla prima all’ultima stesura ci siamo ritrovati quindi con un corto in cui si ‘parlava poco’ e dove volontà comune era evitare il didascalico e le banalità, andare al cuore dei temi trattati ma lasciare spazio ad uno spettatore attivo nel raccogliere le informazioni. Ecco perché con il direttore alla fotografia Gianluca Sansevrino abbiamo trovato in quel piccolo pianosequenza iniziale una sintesi perfetta del rapporto iniziale tra i due personaggi protagonisti che vivono il conflitto che dà il via al racconto, così come un altro piano-sequenza per il primo vero cambio emotivo del protagonista Filippo, quando un barbone si avvicina alla bambina o, al contrario, il far prevalere lo spazio del luogo sullo spazio dell’attore nell’inquadratura, almeno fin quando lui non prende una decisione e rafforza la propria identità. Anche il lavoro sul sonoro fatto con Salvatore Tagliavia dentro la sequenza ambientata alla Garbatella che inizia silente e volutamente irrealistico per poi pian piano ‘riempirsi’ in modo da portare inconsciamente anche lo spettatore verso il risveglio dello stesso Filippo.
 
3. Quando pensiamo al tuo film immediatamente ci viene in mente il blu. Aggrappati a me è un “film blu”. Blu sono le pareti dell’ospedale, gli occhi del protagonista, il vestitino della bambina. Ma blu è anche il tanto cielo che riusciamo a vedere (insolitamente) nel film. Cosa puoi dirci in proposito?
Anche qui, come si dovrebbe sperare sempre quando si fanno questi lavori, nulla è lasciato al caso. Abbiamo lavorato con la costumista Noemi Intino e con la scenografa Ilaria Nomato per dare ai due personaggi protagonisti una gamma tonale che li rappresentasse: così Alice (Miriam Fauci) vive nella tonalità del blu così come Filippo (Ludovico Tersigni) nella tonalità del rosso. Questo di conseguenza ai costumi lo troviamo anche negli ambienti come i colori vividi della Garbatella o la scelta di quella specifica location per l’ospedale, colore blu che anticipa in qualche modo l’ingresso di Alice e che lo richiama sul finale. In ultimo poi con il DoP Gianluca abbiamo lavorato per rendere vividi questi colori nella sequenza alla Garbatella e spegnerli nella sequenza di apertura e chiusura dove si giocano i momenti cruciali e decisivi per il nostro protagonista.
 
4. Lavorare con attori bambini è complicato, ma può essere anche molto appagante. Vorremmo sapere qualcosa in più su Miriam, sui rapporti che si sono creati sul set con gli altri interpreti e la troupe.
Io adoro lavorare con i bambini, mi è già capitato diverse volte in passato. Qui la questione era più delicata anche perché cercavo una bambina specifica e in grado di sostenere un numero importante di battute e intenzioni. Abbiamo fatto dei casting, e ringrazio l’organizzatore Saro Scirè per averli seguiti con me tutti, e una volta vista Miriam è stato amore a prima vista. Dopo due provini l’avevamo scelta e da allora è iniziato un periodo di circa quattro mesi in cui facevamo incontri settimanali a casa sua prima io e lei e poi anche con Ludovico (Tersigni) per conoscerci, lavorare sulle battute, sulle intenzioni, spiegarle le regole basilari del set e dello stare davanti ad una macchina da presa, oltre a rapportarsi con i suoi compagni di set. È stata dura ma anche molto appagante, periodo senza il quale avremmo potuto affrontare un set durato appena quattro giorni in cui abbiamo tutti dato il massimo e dove la bellezza era respirare una consapevolezza comune di star partecipando ad un progetto a suo modo ‘speciale’ e sincero. Di questo sono stato onorato anche perché è raro percepire quella sensazione in chi ti sta attorno e per questo non posso che ringraziare tutti sempre.
 
5. Gli attori ci sono sembrati tutti in ruolo e anche piuttosto in palla. Se puoi spiegaci come sei arrivato a scegliere loro.
Miriam è stata la prima del cast ad essere scelta, anche perché finché non avevo lei e Filippo non potevo pensare al resto del cast, oltretutto lei era il ruolo che mi urgeva cercare prima e di cui avevo più timore. Fatto ciò, avevo pensato a Ludovico da tempo e avevamo avuto modo di incontrarci già in passato ma una chiacchiera durata diverse ore ci è bastata a comprendere che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Dopo mesi di prove con la bimba poi, posso dire che lavorare con lui è stato splendido perché ha dimostrato di essere una bella persona, per la professionalità, la generosità verso gli altri e il rapporto che ha creato con me, dandomi tutto ciò che cercavo senza doverlo indirizzare più di tanto. Lui ha uno sguardo che non è scontato mai e che non tutti gli attori possono vantarsi di avere. Beatrice De Luigi, nella parte di Beatrice, è la sua compagna. Avevo già lavorato con lei in un altro mio progetto e la conosco da tempo, è un’altra di quelle attrici che s’immergono in un personaggio, ascoltano e non hanno paura a spingersi oltre i propri limiti e per un regista non può che essere un vantaggio. Daniela Marra, nei panni della madre di Alice, è poi un’altra vecchia conoscenza, una chicca che ho avuto l’onore di avere per questa parte piccola ma fondamentale perché rappresenta un archetipo di madre forte, solida eppure risolta, che avevo bisogno di raccontare, e dentro un’unica scena ha raccontato veramente tanto. Con Walter Nestola (il medico) mi lega ormai un’amicizia nata dalla comune conoscenza del compianto Nino Chirco, produttore del corto venuto a mancare proprio durante le riprese. Il suo contributo ha impreziosito questo cast così come gli interventi brevi ma necessari di Felice Modica, Flavia Toti Lombardozzi, Giulia Tripodi.
 
6. L’amore è probabilmente il “motore principale” di questo racconto (amore di coppia, amore verso il prossimo – quindi gratuito, non interessato, amore per chi verrà), condividi questa lettura?
Assolutamente si. “L’amore muove tutto” potrebbe essere una sintesi del corto, e non vuole essere una banalità buttata lì. Penso che si tratti sempre di fare una scelta nella vita, ragionata o impulsiva che sia, ci sono momenti in cui vieni messo di fronte a qualcosa, aspettata o improvvisa, e li si definisce ciò che sei e la somma di quello che sei diventato. Filippo si trova ad un bivio ed è rimasto come bloccato in una serie di ragionamenti ma quello che gli viene chiesto adesso dalla vita, e dalla sua compagna, è prendere una decisione e non deve fare altro che fare un passo indietro o un passo avanti (qualcosa di eventualmente discutibile che non sta a noi giudicare) ma deve fare qualcosa. La storia infatti si chiude esattamente un attimo dopo la consapevolezza del passo che sta finalmente per fare.
 
7. Hai affrontato il tema della disabilità che tutto è fuorché originale se pensiamo al panorama del cortometraggio italiano, riuscendo comunque ad essere originale e sincero. Questo, insomma, non sembra un film pensato a tavolino per fare incetta di premi nei festival. Siamo curiosi di conoscere il modo in cui ti sei approcciato a questi temi e se hai avuto dubbi sul progetto stesso.
Ti faccio un ringraziamento altrettanto sincero per le parole che spendi per questo mio lavoro. Chiaramente ad ogni passo mi facevo mille domande perché sapevo e mi è anche capitato di percepire distanza o battutine da alcuni colleghi sulla scelta del tema perché più ‘facile’ rispetto ad altri, soprattutto per un mercato come i festival e i premi. Il “problema” è che a monte, in questo caso, non posso che dire nella più genuina delle risposte che la mia è stata innanzitutto una necessità personale sfogata dopo 22 anni di rapporto vissuto con mia sorella e che il far cadere questo tema dentro un racconto di genere leggero è stata la scelta di ricercare una leggerezza, sinonimo di serenità, nel voler affrontare appunto questo argomento. Per cui qui davvero non c’è nessuna “premeditazione” dietro. Tanto è che il corto lo abbiamo girato sapendo che sarebbe stato un corto “lungo” (19 minuti) e che questo non ci avrebbe permesso di partecipare a tutti i festival a cui avremmo voluto partecipare ma a me non importava, perché questa storia andava raccontata così e in questi tempi, e intendevo rispettarli tutti in scrittura, in regia e al montaggio. Sotto consiglio poi del nostro distributore Cristiano Anania di AssociakDistribuzione, che ringrazio sempre per la fiducia, abbiamo deciso poi solo in seguito di fare una versione di 15 minuti per partecipare ad alcuni festival effettivamente interessanti in cui è stato molto bello il confronto al di là di selezioni e riconoscimenti. È chiaro che la delicatezza di alcuni temi porta spesso alcuni “furbetti” sia nei corti che nei lunghi a tentare un racconto che però poi pecca sempre di qualcosa perché un regista non può prescindere da un legame con il tessuto del racconto che decide di mettere in scena, dove chiaramente il legame non deve essere sempre personale ma di certo voluto, sentito. Bisogna immergersi, farsi male e in qualche modo tornare a galla con la paura e quel brivido di curiosità nel vedere insieme ad un pubblico di sconosciuti cosa ne è venuto fuori.
 
8.Parliamo adesso della tecnica del tuo film (mezzi e modi) e delle tue fonti di ispirazione (se ne hai da dichiarare).
Questo corto lo abbiamo realizzato con una macchina da presa Red Epic 8K e la principale differenza nella tecnica di regia usata è stata quella di lavorare tutta la sequenza alla Garbatella con una steady-cam che si muovesse morbida sugli attori e sulle loro azioni e che mi aiutasse a raccontare una serenità di ambientazione e racconto e rispecchiasse la serenità dello scambio tra i due attori protagonisti mentre le sequenze in ospedale con una semplice macchina a spalla che raccontasse un momento più nevrotico e delicato della vita dei nostri protagonisti.
Alla base della scrittura del corto invece c’è sicuramente “Rain Man – L’uomo della pioggia” di Barry Levinson per la costruzione del rapporto tra due personaggi diversi così come “La città incantata” di Hayao Miyazaki per la spazialità dei luoghi e il rapporto tra spazio e personaggio e ancora “Little Miss Sunshine” di Jonathan Dayton e Valerie Faris per la semplicità e la precisione con cui viene scandagliata e raccontata la diversità e il rapporto con essa. Dal mondo dell’arte è stato invece Giorgio De Chirico ad essere un punto fermo per il lavoro sui colori e nell’idea di una composizione surreale dentro una messa in scena alla base concreta e attuale. Dal mondo della musica, con il compositore Roberto Graziani ci siamo ispirati inevitabilmente al cuore di un autore come Ennio Morricone cercando di associare ai momenti salienti della storia un brano che si legasse al contrasto tra i personaggi e all’evoluzione del loro rapporto, ma punti di riferimento sono stati anche alcuni brani country che ci hanno fatto lavorare tanto per arrivare ad una versione soddisfacente del brano più complesso del corto, quello della scena del ballo, appunto.
Per il corto nel suo insieme credo poi che inevitabilmente ci cada dentro il cinema di Cameron Crowe, regista americano che stimo molto per l’equilibrio che riesce a creare quasi sempre tra commedia e dramma, trattando temi spesso pesanti con una leggerezza che non è mai sinonimo di superficialità ma inno ad andare avanti, cadere e rialzarsi, finché si è vivi e si può reagire, monito accomunabile al percorso e quindi all’arco di trasformazione del Filippo della mia storia.
 

Ringraziamo Luca e ci congediamo da voi lasciandovi un bellissimo estratto del cortometraggio di trenta secondi. Buona visione.

Per saperne di più:
A cura di Vincenzo Totaro, regista di Manfredonia

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